Fra mitezza e possesso, “La Mite” di César Brie

“La Mite” di César Brie, trat­to da un rac­con­to di Dostoe­v­skij, sarà in sce­na al tea­tro ATIR/Ringhiera fino al 22 gen­na­io. Un’o­pe­ra toc­can­te sul­la vita, sul­la mor­te, sull’amore.

“La Mite” è il ter­zul­ti­mo rac­con­to di Fëdor Dostoe­v­skij ed è sta­to scrit­to nel 1876, dopo la mor­te del­la  figlia di un ami­co e del­la noti­zia di una don­na sui­ci­da get­ta­ta­si da una fine­stra con un’i­co­na sacra in mano. Dai gior­na­li, l’at­to era sta­to defi­ni­to “un sui­ci­do mite”. Que­sti due fat­ti col­pi­ro­no pro­fon­da­men­te Dostoe­v­skij, che deci­se di scri­ve­re il bre­ve rac­con­to di un uomo dispe­ra­to dopo il sui­ci­dio del­la moglie. La for­ma nar­ra­ti­va scel­ta è quel­la del mono­lo­go inte­rio­re: il vedo­vo, assor­to davan­ti al cada­ve­re del­la moglie, aspet­ta che l’in­do­ma­ni por­ti­no via il corpo.

La for­ma del mono­lo­go vie­ne tra­dot­ta in sce­na dal regi­sta argen­ti­no con due atto­ri: l’uo­mo è inter­pre­ta­to da Danie­le Cavo­ne Feli­cio­ni, la gio­va­ne moglie da Cle­lia Cice­ro. Il pri­mo rap­pre­sen­ta la dimen­sio­ne del­la vita, la secon­da del­la mor­te. A lui ven­go­no affi­da­te le par­ti più nar­ra­ti­ve, a lei quel­le del ricor­do. Nar­ra­zio­ne in pri­ma e ter­za per­so­na si intrec­cia­no, por­tan­do lo spet­ta­to­re pri­ma den­tro e poi fuo­ri dal­la sto­ria, ma lascian­do­lo sem­pre total­men­te coinvolto.

In sce­na, tre sedie, un mani­chi­no a dimen­sio­ne rea­le e a imma­gi­ne e somi­glian­za di Cle­lia Cice­ro e un tavo­lo, che diven­ta all’oc­cor­ren­za let­to, por­ta, bal­co­ne, fine­stra gra­zie a pochi evo­ca­ti­vi ed effi­ca­ci gesti degli atto­ri. I due per­so­nag­gi si muo­vo­no in una sce­na spo­glia, come se dan­zas­se­ro, si avvi­ci­na­no e si allon­ta­na­no sen­za mai per­der­si di vista, cer­can­do sem­pre un con­tat­to, spes­so rifiu­ta­to. La mitez­za e la ricer­ca di affet­to di lei non tro­va­no pace nel mari­to, sem­pre fred­do, auste­ro, silen­zio­so, per­ma­lo­so. Tut­te carat­te­ri­sti­che che la por­te­ran­no alla pazzia.

L’interesse del marito è il dominio psicologico su di lei, sempre e comunque, anche quando lei cerca di ucciderlo.

Ma la distan­za e il silen­zio del­l’uo­mo si rom­po­no quan­do capi­sce che la sta per­den­do defi­ni­ti­va­men­te: deci­de allo­ra di arren­der­si all’a­mo­re, di pren­der­si cura di lei, di ascol­tar­la e di par­la­re, di por­tar­la a Bou­lo­gne-sur-le-mer. Ma lei ormai è trop­po distan­te, è trop­po logo­ra per il suo amo­re, e deci­de di get­tar­si da una fine­stra con un’i­co­na sacra fra le mani quan­do il mari­to non c’è. Al suo ritor­no, in mez­zo ad una gran­de fol­la, lui vede la moglie a ter­ra, ormai sen­za vita, solo con un pugno di san­gue fra le lab­bra che altro non è che un boc­cio­lo di rosa.

Il modo in cui il Tea­tro Pre­sen­te rie­sce a met­te­re in sce­na que­sto rac­con­to di Dostoe­v­skij è straor­di­na­rio, com­mo­ven­te, pre­ci­so. La dispe­ra­zio­ne di lui e a mitez­za di lei emer­go­no e col­li­do­no, por­tan­do a gal­la un amo­re con­trad­dit­to­rio e sen­za pace. Il meri­to del tea­tro, rispet­to al roman­zo, è sta­to quel­lo di por­tar­lo in sce­na in car­ne ed ossa, di arri­va­re ad un pas­so pri­ma del limi­te del­la nostra imma­gi­na­zio­ne e lan­ciar­la oltre, con gesti e ogget­ti evo­ca­ti­vi, pic­co­li pas­si di dan­za e una sto­ria struggente.

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Sheila Khan

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