Il Kosovo e l’UE: un problema aperto

L’illusione di una rag­giun­ta sta­bi­li­tà in Koso­vo e nei rap­por­ti tra quest’ultimo e la Ser­bia si è infran­ta pochi gior­ni fa, quan­do un tre­no pro­ve­nien­te da Bel­gra­do e diret­to a Mitro­vi­ca nel nord del Koso­vo è sta­to fer­ma­to alla fron­tie­ra. Il tre­no in que­stio­ne infat­ti, era tap­pez­za­to di scrit­te pro­vo­ca­to­rie in diver­se lin­gue che reci­ta­va­no “Koso­vo è Ser­bia”, da qui la deci­sio­ne del pri­mo mini­stro koso­va­ro Hashim Tha­ci di bloc­ca­re il tre­no rite­nen­do­lo alla stre­gua di una dichia­ra­zio­ne di guerra. 

Con­tra­ria­men­te a quan­to si pos­sa pen­sa­re la situa­zio­ne in Koso­vo è lon­ta­na dall’essere paci­fi­ca, pri­ma di tut­to all’interno; l’etnia alba­ne­se costi­tui­sce il 90% del­la popo­la­zio­ne, l’etnia ser­ba il 6% e vie­ne discri­mi­na­ta. Pro­prio a Mitro­vi­ca la situa­zio­ne socia­le rap­pre­sen­ta il ful­cro del pro­ble­ma: la cit­tà è divi­sa in due dal fiu­me Ibar e col­le­ga­ta dal pon­te di Auster­liz ed essen­do vici­na al con­fi­ne, la pre­sen­za ser­ba è mol­to più mar­ca­ta che nel resto del pae­se. Qui avvie­ne un feno­me­no a dir poco sur­rea­le: a nord abi­ta­no i ser­bi men­tre a sud gli alba­ne­si, ognu­no rap­pre­sen­ta­to dal pro­prio sin­da­co. Nel 2015, quan­do sono ripre­se le rap­pre­sa­glie con­tro i ser­bi, la situa­zio­ne ha rischia­to di dege­ne­ra­re. Que­sti epi­so­di han­no avu­to stra­sci­chi anche nel resto del pae­se e con mol­ta fati­ca è sta­to ripri­sti­na­to l’ordine, ma l’allarme socia­le rima­ne sem­pre altissimo.

Mitro­vi­ca fa da sfon­do a un pae­se che fin dai tem­pi del­l’ex- Jugo­sla­via è sem­pre sta­to pove­ro, con una disoc­cu­pa­zio­ne al 45%, basa­to anco­ra su un’agricoltura di sus­si­sten­za. I ser­bi che abi­ta­no nel pae­se sono pres­so­ché impos­si­bi­li­ta­ti a lavo­ra­re, nes­su­no li assu­me e per lavo­ra­re è richie­sta la cono­scen­za dell’albanese. Anche l’economia risen­te dei dis­si­di tra ser­bi e koso­va­ri, la prin­ci­pa­le voce nel­la pro­du­zio­ne del Koso­vo riguar­da l’estrazione di mine­ra­li nel com­ples­so di Tre­p­ca, sem­pre a nord, uno dei più impor­tan­ti cen­tri mine­ra­li d’Europa. Negli ulti­mi anni, però, la pro­du­zio­ne è dimi­nui­ta a cau­sa del­la fai­da tra i due pae­si che ne riven­di­ca­no la pro­prie­tà. Pri­ma il Koso­vo ha nazio­na­liz­za­to l’impresa, ma dal can­to suo la Ser­bia, che detie­ne il 60% dell’impresa, si è affret­ta­ta a dele­git­ti­ma­re l’operato del gover­no di Pri­sti­na e ciò ha por­ta­to a vio­len­ti scon­tri anche all’esterno del­le miniere.

La questione riguarda direttamente l’Europa nel suo complesso. 

La situa­zio­ne dram­ma­ti­ca del­la popo­la­zio­ne con­sen­te alla cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta (sia ser­ba che alba­ne­se) di cre­sce­re fer­ti­le ren­den­do il Koso­vo uno dei cen­tri più impor­tan­ti per il traf­fi­co di armi e di dro­ga, che poi coin­vol­go­no i pae­si vici­ni. Ipri­ma pas­sa in Ser­bia per poi cer­ca­re di entra­re in zona Schen­gen attra­ver­so l’Ungheria, traf­fi­co che coin­vol­ge inol­tre gli esse­ri umani.

La reli­gio­ne, nean­che a dir­lo, costi­tui­sce uno degli ele­men­ti di divi­sio­ne del pae­se. L’et­nia ser­ba è orto­dos­sa, men­tre quel­la alba­ne­se è qua­si total­men­te isla­mi­ca, reli­gio­ne pre­pon­de­ran­te in Koso­vo, con più di 800 moschee sul ter­ri­to­rio. Anche per que­sto il pae­se rap­pre­sen­ta uno dei pun­ti di rife­ri­men­to per il reclu­ta­men­to jiha­di­sta pro­prio a due pas­si dall’Europa, solo poco tem­po fa il mini­stro degli inter­ni del Koso­vo, ha con­fer­ma­to che cir­ca 70 cit­ta­di­ni koso­va­ri sono coin­vol­ti negli scon­tri in Iraq e Siria nel­le file dell’ISIS.

A gover­na­re il pae­se è il par­ti­to del PDK che fa rife­ri­men­to a Tha­ci, un lea­der mol­to con­tro­ver­so, mem­bro del UCK, il movi­men­to di libe­ra­zio­ne del Koso­vo, che subi­to dopo il ter­mi­ne del­la guer­ra si è auto­pro­cla­ma­to pri­mo mini­stro del gover­no prov­vi­so­rio e in pas­sa­to è sta­to inda­ga­to per cri­mi­ni di guer­ra e per pre­sun­ti rap­por­ti con la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta. L’informazione  vie­ne con­trol­la­ta attra­ver­so le inti­mi­da­zio­ni ai gior­na­li­sti e con i finan­zia­men­ti ai mez­zi di infor­ma­zio­ne che non sono abba­stan­za for­ti eco­no­mi­ca­men­te per pen­sa­re di ren­der­si indi­pen­den­ti dal governo.

In tut­to que­sto l’Europa ter­gi­ver­sa da anni sul rico­no­sci­men­to o meno del pae­se, la Ser­bia, in cor­sa per entra­re nell’UE,  ha infat­ti dichia­ra­to che un’accettazione del Koso­vo com­por­te­reb­be una rinun­cia di ade­sio­ne in una sor­ta di ‘o noi o loro’. A livel­lo uffi­cia­le solo 77 pae­si non han­no rico­no­sciu­to il Koso­vo, soprat­tut­to per pro­ble­mi pro­pri inter­ni, ad esem­pio la Spa­gna per i pro­ble­mi con la Cata­lo­gna e i Pae­si Baschi o Israe­le per la que­stio­ne pale­sti­ne­se, e per appog­gio alla Ser­bia (Rus­sia e Cina). Un inter­ven­to euro­peo potreb­be però sana­re innan­zi­tut­to l’e­co­no­mia, cer­can­do di por­re un fre­no alla cri­mi­na­li­tà dila­gan­te e con­trol­la­re più da vici­no l’allarmante reclu­ta­men­to dell’ISIS all’interno del pae­se. Fin­ché l’Europa con­ti­nue­rà a tem­po­reg­gia­re la dispu­ta koso­va­ra aper­ta 17 anni fa rimar­rà sem­pre uno dei pro­ble­mi inso­lu­ti di mag­gior rischio per tut­to il con­ti­nen­te europeo. 

 

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Dennis Galimberti

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