Lion, La strada verso casa

Lion è un film del 2016 diret­to da Garth Davis, gio­va­ne regi­sta austra­lia­no debut­tan­te alla regia cine­ma­to­gra­fi­ca. Il film è sta­to pre­sen­ta­to in ante­pri­ma mon­dia­le il 10 set­tem­bre 2016, in occa­sio­ne del­la Festa del Cine­ma di Roma ed è un ria­dat­ta­men­to del libro “A Long Way Home” di Saroo Brier­ley, edi­to Rizzoli.

Il cast anno­ve­ra, tra gli altri, Dev Patel nel ruo­lo di Saroo da gran­de e una Nico­le Kid­man da Oscar nei pan­ni del­la madre adottiva.

Il lun­go­me­trag­gio, trat­to da un’in­cre­di­bi­le sto­ria vera, riper­cor­re con malin­co­nia l’e­roi­ca vicen­da del pic­co­lo Saroo (inter­pre­ta­to da Sun­ny Pawar), con un tono orien­ta­leg­gian­te che ine­vi­ta­bil­men­te ripor­ta alla men­te la pas­sio­ne di The Mil­lio­nai­re (2008, regia di Dan­ny Boy­le): alla tene­ra età di cin­que anni il pro­ta­go­ni­sta, fede­le aiu­tan­te del fra­tel­lo mag­gio­re, si smar­ri­sce lon­ta­no dal­la sua cit­tà nata­le, Ganesh Talai, e giun­ge su un tre­no a Cal­cut­ta, dove sarà divo­ra­to dal­la fre­ne­ti­ci­tà e dal­l’in­dif­fe­ren­za, quan­do non dal­la cru­del­tà, di colo­ro nei qua­li si imbat­te. Dopo un paio di anni tra­va­glia­ti e sof­fer­ti, Saroo vie­ne adot­ta­to da una fami­glia di Hobart (Austra­lia) che, insie­me a lui, acco­glie­rà un altro ragazzo.

Com­mo­ven­te e sti­mo­lan­te, Lion rega­la al suo pub­bli­co infi­ni­ti spun­ti di rifles­sio­ne su quel­lo che è il pila­stro fon­da­men­ta­le del­la nostra vita, ma che soven­te ten­dia­mo a dare per scon­ta­to e a tra­scu­ra­re: la fami­glia. Il pic­co­lo Saroo per­de ogni trac­cia del­la sua mam­ma in un’e­tà cru­cia­le, for­te nei sen­ti­men­ti ma debo­le, indi­fe­so e spa­ven­ta­to. Qual­che tem­po dopo è adot­ta­to da una nuo­va fami­glia, col­ma di affet­to e buo­ne inten­zio­ni nei suoi con­fron­ti, che coscien­te­men­te ha scel­to di non ave­re figli pro­pri ma di adot­tar­ne, ecci­ta­ta all’i­dea di rega­la­re una nuo­va spe­ran­za a chi, come Saroo, è sta­to costret­to dagli even­ti a rinun­cia­re a quan­to di più caro aveva.

Il tema toccato è scottante, inesplorato e tanto delicato.

L’a­do­zio­ne è un pro­ces­so dif­fi­ci­le e len­to, che spes­so por­ta le fami­glie a sco­rag­giar­si e abban­do­na­re l’in­ten­to. Non sono pochi, infat­ti, i dik­tat impo­sti per poter adot­ta­re un bam­bi­no e, seb­be­ne cam­bi­no in ogni Pae­se, la Com­mis­sio­ne Inter­na­zio­na­le ne rico­no­sce diver­si vali­di in tut­to il mon­do (età e ses­so dei geni­to­ri, matri­mo­nio, ido­nei­tà a man­te­ne­re i figli adottati, …).

La deci­sio­ne di adot­ta­re un bam­bi­no in età avan­za­ta sve­la un infi­ni­to corag­gio e uno spic­ca­to sen­so del­l’al­tro: il per­so­nag­gio di Nico­le Kid­man sce­glie di met­ter­si in secon­do pia­no in fun­zio­ne del figlio adot­ti­vo, di sosti­tui­re al ter­ro­re di cre­sce­re il figlio di qual­cun altro il desi­de­rio di fare del bene. Si met­te com­ple­ta­men­te in gio­co e  ini­zia un per­cor­so com­ples­so, un viag­gio di sco­per­te e fallimenti.

E come lei, ogni geni­to­re, adot­ti­vo o natu­ra­le che sia, ha pau­ra. C’è la pau­ra di sba­glia­re, di esse­re trop­po duri, trop­po accon­di­scen­den­ti, di non dedi­ca­re suf­fi­cien­te­men­te tem­po ai pro­pri figli, di esse­re un cat­ti­vo esem­pio. Sen­za con­ta­re la pau­ra dei sen­ti­men­ti del pro­prio figlio adot­ti­vo: Saroo pro­va natu­ral­men­te il desi­de­rio di tor­na­re a casa, la malin­co­nia del­la mam­ma natu­ra­le, del­la madre­pa­tria, del­le abi­tu­di­ni di un’al­tra vita. Tut­te sen­sa­zio­ni com­pren­si­bi­li e spa­ven­to­se, che col­go­no il pro­ta­go­ni­sta del film quan­do ormai è cre­sciu­to ed ha pie­na coscien­za del­la sua vita.

Uno dei per­so­nag­gi più inte­res­san­ti è sicu­ra­men­te Nico­le Kid­man, una madre in gam­ba e pre­mu­ro­sa, che rega­la allo spet­ta­to­re un’in­ter­pre­ta­zio­ne toc­can­te che non rispar­mia qual­che lacri­ma. Da madre adot­ti­va, acco­glie nel­la sua vita Saroo, get­tan­do­si a capo­fit­to in un capi­to­lo nuo­vo e sco­no­sciu­to, apren­do il suo cuo­re ad un figlio che, a suo modo, ha scel­to di volere.

Con­di­vi­di:
Carlotta Ruocco
Sono nata a Lec­co nel 1995 e — cir­ca da quan­do ne ho facol­tà — scri­vo. Ho ini­zia­to con gli sca­ra­boc­chi sul muro del­la came­ret­ta, poi ho deci­so che avrei volu­to far­ne un mestie­re. Ci sto lavo­ran­do. Nell’elenco del­le mie cose pre­fe­ri­te al mon­do ci sono le cola­zio­ni all’aperto, i discor­si pie­ni e le coper­ti­ne di Internazionale.

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