Noi siamo la fotografia che abbiamo davanti: chiacchierata con Maurizio Rebuzzini

Mar­te­dì 17 gen­na­io alla gal­le­ria Kryp­tos di Mila­no — spa­zio tenu­to e ani­ma­to dal­l’ar­chi­tet­to e appas­sio­na­to d’ar­te Bep­pe Tri­fi­rò — è sta­ta inau­gu­ra­ta l’as­so­cia­zio­ne Obiet­ti­vo Came­ra, nata dal­l’i­dea e la col­la­bo­ra­zio­ne di Mau­ri­zio Rebuz­zi­ni — docen­te di Sto­ria del­la foto­gra­fia alla Cat­to­li­ca di Mila­no non­ché edi­to­re e diret­to­re del­la rivi­sta PHO­TO­gra­phia - insie­me al figlio Filip­po, Gio­van­ni Gastel, Maria Vit­to­ria Bac­khaus, Gian Pao­lo Bar­bie­ri, Mau­ri­zio Galim­ber­ti, Pie­ro Gemel­li e tan­ti altri foto­gra­fiuni­ti per crea­re un’as­so­cia­zio­ne che asso­mi­glia ad un sim­po­sio all’in­ter­no del qua­le si mesco­la pas­sa­to e pre­sen­te, sag­gez­za ed entu­sia­smo, arti­fi­cio e verità.

Pro­prio l’ar­ti­fi­cio è uno dei tan­ti temi affron­ta­ti duran­te quat­tro chiac­chie­re fat­te sedu­ti su un mar­cia­pie­de con un Mau­ri­zio Rebuz­zi­ni gene­ro­so di bat­tu­te di spi­ri­to e acu­te osservazioni.

Este­ro­fi­lia e indi­vi­dua­li­smo sono due carat­te­ri­sti­che del nostro Pae­se. Che valo­re ha unir­si come foto­gra­fi in un pae­se in cui il cam­po arti­sti­co è qua­si più indi­vi­dua­li­sta degli altri?

 Que­sto indi­vi­dua­li­smo, che alla lun­ga diven­ta un difet­to, è ancor meno ammis­si­bi­le in un pae­se come l’I­ta­lia che, ideo­lo­gi­ca­men­te, rap­pre­sen­ta la pro­vin­cia del mon­do e mol­to spes­so si com­por­ta come tale. Non riu­scen­do ad usci­re da que­sto empas­se, non rie­sce nem­me­no a col­lo­car­si. Che ci sia­no pae­si più for­ti di noi in cam­pi cosid­det­ti “pub­bli­ci” è ovvio, per­ché noi sia­mo sprov­vi­sti di sta­to, anco­ra più che indi­vi­dua­li­sti. L’Italia sof­fre la sovrab­bon­dan­za del­la pro­pria ric­chez­za arti­sti­ca. Da noi entri in un qual­sia­si nego­zio di anti­qua­rio o di arte e con 200 euro ti por­ti a casa una stam­pa di Pira­ne­si. In Ame­ri­ca a par­te una foto­gra­fia, non com­pri mol­to, così tut­to diven­ta mone­tiz­za­bi­le e soste­nu­to da una sta­to mini­ma­men­te presente.

Come associazione vogliamo dare spazio alla fotografia e creare una narrazione senza che queste volontà risultino le ennesime tracce di un disco rotto, destinato ad essere riprodotto all’infinito.

Pro­fes­so­re, del­la foto­gra­fia si può par­la­re o biso­gna osser­va­re e inte­rio­riz­za­re l’o­pe­ra, sen­za aggiun­ge­re alcunché?

Si può par­la­re come si può non far­lo. Ulti­ma­men­te è entra­ta in voga que­sta ten­den­za ad alle­sti­re mostre di foto di guer­ra cari­che di valo­re este­ti­co, piut­to­sto che gior­na­li­sti­co o nar­ra­ti­vo, sen­za la col­lo­ca­zio­ne geo­gra­fi­ca e tem­po­ra­le che mini­ma­men­te occor­re­reb­be, giu­sto distin­gue­re il Viet­nam dal­la Corea o l’Af­gha­ni­stan dal­l’I­raq. Que­sto set­to­re lo inven­ta­no gli ame­ri­ca­ni, popo­lo che sof­fre di un pro­ble­ma logi­sti­co che noi non abbia­mo. Loro ven­do­no mol­ta foto­gra­fia, è indub­bio, però i filo­ni si esau­ri­sco­no. Una vol­ta ven­du­ti tut­to Weston o tut­ta l’o­pe­ra di Adams, devi tro­va­re un nuo­vo set­to­re ed è il caso recen­te di Vivian Maier, bra­va fin­ché vuoi, ma è chia­ro che si trat­ta di un’o­pe­ra­zio­ne a base mer­can­ti­le. La sta­gio­ne del­le foto di guer­ra ha fat­to sì che non venis­se­ro ripre­se come foto nar­ran­ti momen­ti e capi­to­li tra­gi­ci, ma dal pun­to di vista este­ti­co. Dopo­di­ché è tut­to da vede­re che uno si appen­da foto­gra­fie di cor­pi san­gui­no­len­ti alla pare­te, a meno che non si trat­ti del­le stan­ze di una ban­ca o un’i­sti­tu­zio­ne che inve­ste nel settore.

Il pro­ble­ma non può sta­re nel­l’ar­ti­fi­cio­si­tà con cui ven­go­no trat­ta­te cer­te tema­ti­che. La stes­sa paro­la arte vie­ne da arti­fi­cio, una foto­gra­fia non può esse­re istin­tua­le, ma segue rego­le pre­ci­se. Qual è quin­di il punto?

Come dici tu, il pun­to è che la foto­gra­fia è un lin­guag­gio e come tale ha del­le rego­le. Se l’au­to­re di un sag­gio cor­reg­ge il testo, rive­de la pun­teg­gia­tu­ra, rileg­ge, così il foto­gra­fo deve fare lo stes­so, solo in una fra­zio­ne diver­sa di tem­po. La foto­gra­fia comun­que deve comu­ni­ca­re un mes­sag­gio e quan­do mi dico­no che la foto del­la ban­die­ra di Iwo Jima di Rosen­thal del ’45 è costrui­ta, rispon­do che cer­ta­men­te lo è, ma per­ché la vera foto, pas­sa­mi il fran­ce­se, fa caga­re, non è foto­gra­fia, ma un appun­to su un fogliet­to. Affin­ché diven­ti una foto­gra­fia c’è biso­gno di una linea dia­go­na­le, del­la ban­die­ra, dei mari­nes, altri­men­ti non vai sul­le mag­gio­ri testa­te di infor­ma­zio­ne. La foto­gra­fia ha biso­gno del pas­sag­gio este­ti­co, for­ma­le, non ci si può scan­da­liz­za­re per questo.

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La ban­die­ra di Iwo Jima, Joe Rosen­thal, 1945

E la paro­la? Par­la­re del­la foto­gra­fia, recen­sir­la, com­men­tar­la, analizzarla?

Un mini­mo di con­te­stua­liz­za­zio­ne del­la foto­gra­fia ci vuo­le, dopo­di­ché non è neces­sa­rio argo­men­ta­re. Come dice­vo pri­ma uno dei pro­ble­mi del­la foto­gra­fia è che una vol­ta esau­ri­ti i pro­pri com­pi­ti, sia­no essi moda, gior­na­li­smo o archi­tet­tu­ra, l’o­pe­ra vale per quel­lo che ognu­no tro­va in sé stes­so, rap­por­tan­do­si ad essa. Que­sto è il gran­de valo­re del­la foto­gra­fia. Nes­su­no di noi guar­da un sog­get­to o un ogget­to, alla stes­sa manie­ra. Cito i «mi ricor­do» di Geor­ges Perec, nei qua­li l’au­to­re dice giu­sta­men­te che ognu­no di noi può scri­ve­re i pro­pri mi ricor­do, diver­si da quel­li di un qual­sia­si ami­co, acco­mu­na­ti cer­to da alli­nea­men­ti gene­ra­zio­na­li o di pas­sio­ne. La foto­gra­fia è come i mi ricor­do, indi­vi­dua­le e così lo sono la sua let­tu­ra ed interpretazione.

Quin­di ogni pos­si­bi­le giu­di­zio o con­si­de­ra­zio­ne rien­tra nel­la sfe­ra per­cet­ti­va, espe­rien­zia­le ed emozionale?

A casa ho una foto­gra­fia di cor­so Vit­to­rio Ema­nue­le II a Mila­no negli anni Ven­ti. Ora, io quel­la foto la pos­sie­do da qua­ran­t’an­ni e quan­do la mostrai ad un ami­co appas­sio­na­to di auto, ha fat­to un’os­ser­va­zio­ne che io non ave­vo mai fat­to o mai mi era venu­to in men­te di fare, e cioè che la cir­co­la­zio­ne è a sini­stra. Lui ha guar­da­to la foto, con tut­te le sue espe­rien­ze e gli è subi­to sal­ta­to all’oc­chio. Io che non gui­do e non ho la paten­te mi sono infor­ma­to e ho sco­per­to un decre­to leg­ge di non so che anni, in cui si san­ci­sce il pas­sag­gio a destra del­la cir­co­la­zio­ne. Per cui ognu­no di noi guar­da una foto con i pro­pri pre­con­cet­ti e la leg­ge attra­ver­so ciò che tro­va in sé stes­so. La foto­gra­fia è figu­ra­ti­va per natu­ra, deve raf­fi­gu­ra­re un sog­get­to che sia rea­le o costrui­to, ma è rap­pre­sen­ta­ti­va per inten­zio­ne. Non è det­to che quel­lo che hai raf­fi­gu­ra­to sia quel­lo che è, ma cer­ta­men­te la leg­gia­mo per quel­lo che sia­mo. Quin­di la paro­la ser­ve per con­te­stua­liz­za­re un auto­re, un momen­to, non una foto­gra­fia. Se ciò avvie­ne si trat­ta di una sega mentale.

 

Susanna Causarano
Osser­vo ma non sono sem­pre cer­ta di quel­lo che vedo e ten­to inva­no di ammaz­za­re il tem­po. Ma quel­lo resta dov’è.
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Osservo ma non sono sempre certa di quello che vedo e tento invano di ammazzare il tempo. Ma quello resta dov'è.

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