7439: il sogno in bianco e nero di Renato D’Agostin

Ieri è sta­ta inau­gu­ra­ta al Lei­ca Sto­re di Mila­no la mostra foto­gra­fi­ca 7439 di Rena­to D’A­go­stin. Il tito­lo del­l’e­spo­si­zio­ne, visi­bi­le fino al 23 mar­zo, è il nume­ro di miglia per­cor­se dal foto­gra­fo nel­l’e­sta­te 2015 quan­do, in sel­la alla sua moto, ha com­piu­to il clas­si­co viag­gio ver­so ove­st, attra­ver­so gli Sta­ti Uni­ti. Mol­to famo­so all’e­ste­ro, vene­to di nasci­ta, ame­ri­ca­no di ado­zio­ne da dodi­ci anni, Rena­to ha tro­va­to negli Sta­ti Uni­ti «un con­te­ni­to­re di pos­si­bi­li­tà, cia­scu­na a sua vol­ta pie­na di occa­sio­ni e spun­ti.» «Ave­vo 22 anni, l’a­me­ri­ca è sta­ta una rispo­sta alla neces­si­tà di mostra­re il mio lavo­ro, sen­za che mi venis­se­ro fat­te doman­de sul­la mia età. Con la pri­ma mostra è par­ti­to tut­to e per me l’A­me­ri­ca, sep­pur affa­ti­ca­ta, rap­pre­sen­ta anco­ra il pae­se dove puoi diven­ta­re quel­lo che vuoi sen­za che con­ti da dove pro­vie­ni. Non ha nul­la di per­fet­to, spe­cial­men­te di que­sti tem­pi, ma man­tie­ne una cer­ta ten­den­za a valu­ta­re una per­so­na per quel­lo che è e per quel­lo che offre, non per cos’e­ra. Dirò una bana­li­tà, ma spo­star­ti e viag­gia­re ti per­met­te di capi­re quan­to cia­scun pae­se abbia tan­to da inse­gna­re agli altri, nes­su­no esclu­so, e se c’è qual­co­sa che l’A­me­ri­ca può inse­gnar­ci è pro­prio la velo­ci­tà con cui ti da’ l’op­por­tu­ni­tà di dimo­stra­re chi sei e quan­to vali. Poi sta a te coglierla. »

Non c’è trac­cia di colo­re, il bian­co e nero che carat­te­riz­za ogni foto, annun­cian­do il sog­get­to che può esse­re visto da varie ango­la­zio­ni. Ne trat­teg­gia i con­tor­ni, lascian­do liber­tà all’im­ma­gi­na­zio­ne. «Pre­di­li­go il bian­co e nero al colo­re per­ché quan­do scat­tia­mo ci sono alcu­ni pas­si fon­da­men­ta­li che com­pia­mo dal­la real­tà» spie­ga D’Agostin.

«A colori, nel 90% dei casi, prendiamo la realtà, la rimpiccioliamo e la mettiamo su due dimensioni. Nel bianco e nero togliamo anche il colore, quindi facciamo un passo ulteriore per allontanarci dalla realtà. 

Nel mio tipo di foto­gra­fia, che vuo­le esse­re una sor­ta di pon­te tra il rea­le e il sur­rea­le, l’e­li­mi­na­zio­ne del colo­re por­ta lo spet­ta­to­re e me come foto­gra­fo, a rivi­si­ta­re quel­lo che le foto sono, all’in­ter­no del lin­guag­gio che voglio crea­re. Voglio por­tar­le fuo­ri dal cer­chio in cui sono cir­co­scrit­te, decon­te­stua­liz­zan­do­le.» Duran­te il viag­gio l’ar­ti­sta ha attra­ver­sa­to diver­se tap­pe, da Detroit al Texas, dal Grand Canyon a Los Ange­les e cer­ta­men­te la cifra di un pro­get­to del gene­re è il movi­men­to. Non man­ca però il momen­to del­l’a­na­li­si e del­la rifles­sio­ne sugli scat­ti pro­dot­ti, che anzi, rico­pre un ruo­lo cen­tra­le nel lavo­ro di D’A­go­stin. «In came­ra oscu­ra, la par­te medi­ta­ti­va del mio lavo­ro, ho capi­to che lo scat­to è cosa ben diver­sa dal pro­dur­re la stam­pa. Là puoi deci­de­re di enfa­tiz­za­re un par­ti­co­la­re ed eli­mi­nar­ne un altro; pro­vi, spo­sti lo sguar­do, con­fron­ti. Potrem­mo dire che si trat­ta di una spe­cie di pho­to­shop manua­le che impa­ri facendo.»

Il pas­sag­gio ver­so ove­st, il viag­gio in moto a tap­pe, il con­cet­to di on the road, riman­da­no ad un’A­me­ri­ca sogna­ta, ric­ca di ico­ne, sim­bo­li e spe­ran­ze. Tut­to ciò può rap­pre­sen­ta­re un’e­po­ca pas­sa­ta, ma non solo. «Cer­co di stac­car­mi dal pre­sen­te svi­lup­pan­do foto atem­po­ra­li dove la dimen­sio­ne oni­ri­ca pre­va­le. Que­sto è l’og­get­to e l’o­biet­ti­vo del­la mia ricer­ca. In que­sto pro­get­to, come negli altri, sono sta­to natu­ral­men­te por­ta­to ad agi­re così sia in fase di scat­to che successivamente.»

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Susanna Causarano
Osser­vo ma non sono sem­pre cer­ta di quel­lo che vedo e ten­to inva­no di ammaz­za­re il tem­po. Ma quel­lo resta dov’è.

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