Apologia Leottiana

Il ses­san­ta­set­te­si­mo Festi­val di San­re­mo ha ine­vi­ta­bil­men­te cata­liz­za­to l’at­ten­zio­ne pub­bli­ca e media­ti­ca ita­lia­na nel cor­so del­la scor­sa settimana.

Che piac­cia o meno, il Festi­val è una di quel­le rare cer­tez­ze ita­lia­ne, imman­ca­bi­le, una tra­di­zio­ne. Altret­tan­to tra­di­zio­na­li sono le pole­mi­che che seguo­no gli ospi­ti, le esi­bi­zio­ni, abi­ti e con­dut­to­ri, ali­men­ta­te dal­le deci­ne di opi­nio­ni­sti che popo­la­no i salot­ti tele­vi­si­vi più noti.

La dia­tri­ba di que­sta edi­zio­ne, la più segui­ta sui social, ruo­ta attor­no a un tweet, quel­lo di Cate­ri­na Bali­vo.

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 Il sog­get­to di que­ste cri­ti­che al vetrio­lo è Dilet­ta Leot­ta, cele­bre gior­na­li­sta di Sky, recen­te­men­te nota alle cro­na­che per l’hackeraggio e la dif­fu­sio­ne di imma­gi­ni e video inti­mi ai suoi danni. 

La 25enne, ospi­te di Car­lo Con­ti, ha deci­so di rac­con­ta­re in pri­ma per­so­na la pro­pria sto­ria e ciò che ha com­por­ta­to per la sua vita, riba­den­do con for­za il sup­por­to a tut­te le ragaz­ze che come lei han­no subi­to una vio­len­za del genere. 

In Ita­lia epi­so­di del gene­re dovreb­be­ro esse­re ben ricor­da­ti, basti pen­sa­re al caso di Tizia­na Can­to­ne, risa­len­te ad appe­na qual­che mese fa, tra­gi­ca­men­te fini­ta nel sui­ci­dio di quest’ultima.  La Leot­ta ha appro­fit­ta­to dell’occasione del pal­co dell’Ariston per dare un mes­sag­gio di corag­gio e di spe­ran­za per tut­te le per­so­ne ves­sa­te e umi­lia­te in rete. 

Stu­pi­sce quin­di un pen­sie­ro come quel­lo del­la Bali­vo, un refu­so del­le tri­sti cor­re­la­zio­ni d’origine medie­va­le tra abbi­glia­men­to e valo­ri mora­li, tra bel­lez­za este­ti­ca e meri­ti intel­let­tua­li, che aleg­gia­no attor­no alle figu­re fem­mi­ni­li con­si­de­ra­te appa­ri­scen­ti e sen­sua­li, ma ancor di più stu­pi­sce che un tweet del gene­re sia sta­to scrit­to da una donna.

Dov’è quindi la cosiddetta “solidarietà femminile”? Possibile che un pensiero misogino del genere possa essere ancora oggi, nel 2017, permesso e accettato?

I com­men­ti sul web con­si­glia­no un’agghiacciante rispo­sta. In mol­ti si dico­no d’accordo con la pre­sen­ta­tri­ce, peg­gio anco­ra, si col­le­ga­no ad un’idea mal­sa­na, secon­do la qua­le una don­na si meri­ta di esse­re vio­len­ta­ta, pic­chia­ta, vio­la­ta nel­la sua pri­va­cy, se si veste in un cer­to modo, se si com­por­ta in una cer­ta manie­ra, se nel­la sua inti­mi­tà, nel­la sua sfe­ra pri­va­ta e ses­sua­le, rea­liz­za con il pro­prio com­pa­gno fil­ma­ti o imma­gi­ni ero­ti­che. Se lo meri­ta, d’altronde.

La filo­so­fia è quel­la del­le impe­ran­ti com­mu­ni­ty di Face­book, del qua­le fare i nomi sareb­be super­fluo, del cul­to dell’ignoranza, del machi­smo, del­la miso­gi­nia e dell’omofobia, del­la cac­cia al diver­so, ma soprat­tut­to del­la cul­tu­ra del­lo stu­pro, che spes­so sfo­cia­no nel bul­li­smo di mas­sa, nel­le azio­ni di grup­po squa­dri­ste: scam­biar­si foto inti­me del­le “cagne”, così defi­ni­te in ger­go da maschi di ogni età evi­den­te­men­te fru­stra­ti, e com­men­tar­le è il ful­cro di nume­ro­si grup­pi pri­va­ti che gra­vi­ta­no attor­no alle gran­di pagi­ne da milio­ni di iscritti.

A fron­te di una situa­zio­ne del gene­re, din­nan­zi allo sdo­ga­na­men­to di pre­sun­ti “valo­ri” di degra­do e vio­len­za, sta­re dal­la par­te di chi subi­sce è un atto necessario.

Quel­la di Cate­ri­na Bali­vo non è un’opinione, come tan­ti han­no defi­ni­to, ma sem­pli­ce­men­te un’offesa gra­tui­ta. Ciò che ha scrit­to è sem­pli­ce­men­te sba­glia­to, non per­met­te inter­pre­ta­zio­ni, le paro­le di nes­su­no dovreb­be­ro esse­re giu­di­ca­te in base al pro­prio vesti­to o alla pro­pria este­rio­ri­tà, ma in quan­to cari­che del signi­fi­ca­to che portano.

La pre­ven­zio­ne per ciò che è acca­du­to a Dilet­ta Leot­ta — e per ciò che acca­de con­ti­nua­men­te a tan­te altre vit­ti­me — di hac­king sta nel pote­re del­la peda­go­gia, dell’educazione, nel rico­strui­re una sca­la di valo­ri per i qua­li ogni indi­vi­duo va rispet­ta­to in quan­to per­so­na, sia esso uomo o donna.

Un’apologia, dun­que, quel­la di Dilet­ta Leot­ta, che in un mon­do nor­ma­le non dovreb­be aver­ne nep­pu­re la neces­si­tà di difen­der­si. La libe­ra scel­ta di schie­rar­si con chi ha deci­so di vive­re la pro­pria vita come meglio cre­de, sen­za feri­re nes­su­no, e di non far­si influen­za­re da chi ne vuo­le la mes­sa alla gogna. La dife­sa a spa­da trat­ta di ciò che la pari­tà ses­sua­le ha otte­nu­to e alla qua­le non accet­ta di rinun­cia­re, ma anche la con­fer­ma che que­sta non ha tro­va­to una com­ple­ta rea­liz­za­zio­ne, anzi, è ben lon­ta­na dal suo obiettivo. 

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Enrico Bozzi
Social Media Mana­ger, stu­den­te di Scien­ze Uma­ni­sti­che per la Comu­ni­ca­zio­ne, appren­di­sta stre­go­ne, aggiu­sta­tut­to, tut­to­fa­re. Mi pia­ce bere Negro­ni e dar­mi un tono.

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