La lunga strada per l’Europa passa dalla Grecia

Giu­lia Boniz­zi, con la col­la­bo­ra­zio­ne di Lau­ra Garbelli 

Gal­le­ria Foto­gra­fi­ca rea­liz­za­ta da Nico­le Folha

Il richia­mo dell’amore e la voglia di met­ter­si in gio­co per dona­re il pro­prio aiu­to a chi ne ha biso­gno è più for­te di qual­sia­si altro impe­gno o osta­co­lo. Tra chi ha deci­so di lan­ciar­si in un’esperienza che le con­sen­tis­se di vede­re con i pro­pri occhi e vive­re diret­ta­men­te ciò di cui ave­va solo sen­ti­to par­la­re vaga­men­te, c’è anche Lau­ra­Gar­bel­li che, nono­stan­te una tesi di filo­so­fia che aspet­ta solo di esse­re rile­ga­ta, ha tro­va­to il tem­po, lo scor­so mese, di fare le vali­gie e pren­de­re un volo con l’associazione di volon­ta­ria­to Fir­daus: desti­na­zio­ne Grecia.

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Il suo cuore è rimasto lì, tra quelle file di tende fornite dall’UNHCR d’un vecchio capannone nel campo profughi di Sindos a Vasilika (periferia di Salonicco), uno dei tanti presenti nell’area di Thessaloníki.

I rifu­gia­ti sono inte­re fami­glie che arri­va­no per l’ottanta per­cen­to dal­la Siria, men­tre i restan­ti sono afgha­ni, pale­sti­ne­si o ira­che­ni. Uomi­ni, don­ne ma soprat­tut­to mol­ti bam­bi­ni, pre­va­len­te­men­te par­ti­ti da Smir­ne, in Tur­chia, e giun­ti in Gre­cia in un’ora cir­ca di bar­ca, oppu­re pro­ve­nien­ti dagli altri cam­pi pro­fu­ghi “non ripa­ra­ti” del­le iso­le limi­tro­fe, e poi tra­sfe­ri­ti in quel­li “a tet­to” nell’area di Salonicco.

 

Un luo­go che dove­va esse­re di pas­sag­gio e che inve­ce si è tra­sfor­ma­to in un con­ti­nuo “aspet­ta­re”. Mol­te del­le fami­glie atten­do­no da mesi la chia­ma­ta per Ate­ne (“Athi­na”) dove, dopo qual­che altro gior­no sti­pa­ti in alber­ghi o appar­ta­men­ti con stan­ze affol­la­te, si atten­de il pro­prio tur­no per un col­lo­quio di smi­sta­men­to in altre cit­tà euro­pee. Uno di loro è Araz. “Tut­ti i gior­ni fin­ge­va d’aver biso­gno di vesti­ti cal­di chie­den­do­li a noi volon­ta­ri, ma poi pun­tual­men­te li riven­de­va anzi­ché uti­liz­zar­li per sé. Mi ricor­do benis­si­mo il gior­no del­la sua par­ten­za per Ate­ne, tan­to quel­lo del suo ritor­no” ci rac­con­ta Lau­ra. Araz, infat­ti, dopo aver rice­vu­to l’avviso di con­vo­ca­zio­ne per il col­lo­quio ad Ate­ne, esa­spe­ra­to dal­le con­ti­nue atte­se e dal­la nuo­va col­lo­ca­zio­ne in mez­zo alle mon­ta­gne a quat­tro ore dal­la capi­ta­le non ave­va ret­to ed era tor­na­to. Era tor­na­to lì in ten­da, dove rima­ne­va­no i suoi uni­ci affet­ti tra le per­so­ne che come lui con­di­vi­de­va­no i pic­co­li spa­zi del­le ten­de affol­la­te, rinun­cian­do per sem­pre al suo dirit­to di rag­giun­ge­re l’Europa, che ave­va tan­to sperato.

Fir­daus non fa pau­se, non ha ferie, nem­me­no nel perio­do di Nata­le e Capo­dan­no, in nul­la dif­fe­ren­te rispet­to a tut­ti gli altri perio­do dell’anno, dato che la con­di­zio­ne del rifu­gia­to resta ogni gior­no la stes­sa e al cam­po si ha biso­gno dav­ve­ro di tut­to. I volon­ta­ri fan­no ani­ma­zio­ne, puli­sco­no i capan­no­ni, sman­tel­la­no le vec­chie ten­de e ne alle­sti­sco­no di nuo­ve. Ogni gior­no fan­no il giro ten­da per ten­da distri­buen­do rego­lar­men­te alle fami­glie hea­ter (uti­li, ma mai abba­stan­za per com­bat­te­re il ven­to geli­do che sof­fia dal mare), pasti, medi­ci­ne, pan­no­li­ni e siste­ma­no, razio­nan­do­li in quan­ti­tà eque per cia­scu­na fami­glia, i car­chi di frut­ta e ver­du­ra fre­sca che fan­no arrivare.

Le condizioni igieniche e l’assistenza medica sono scarsissime.

I neo­na­ti ven­go­no dimes­si dall’ospedale in poche ore e costret­ti fin dai pri­mi gior­ni di vita in una ten­da sen­za riscal­da­men­to a otto gra­di sot­to zero, men­tre l’acqua qua­si sem­pre è ghiac­cia­ta e non rie­sce a rico­pri­re l’intero fab­bi­so­gno del cam­po. La not­te buia è illu­mi­na­ta uni­ca­men­te da tor­ce a pile o gran­di falò in cui ci si riscal­da e si can­ta qual­co­sa per scac­cia­re le pau­re di un’avvenire che di cer­to fa mol­ta pau­ra. “Gli uni­ci bagni pre­sen­ti nel cam­po sono bagni chi­mi­ci, in con­di­vi­sio­ne con diver­si altri capan­no­ni. Spes­so i bam­bi­ni di not­te han­no pau­ra ad usci­re dal­le ten­de ed attra­ver­sa­re il cam­po per anda­re ai ser­vi­zi, così fan­no i loro biso­gni lì, di fron­te alle ten­de, come se fos­se la cosa più nor­ma­le del mon­do”. Un mon­do che di nor­ma­le inve­ce non ha nul­la, e che si fati­ca a cre­de­re esi­sta fino a quan­do, qual­cu­no che l’ha visto con i pro­pri occhi, lo racconta.

Sono sta­ti gior­ni duri e non sem­pre sem­pli­ci da affron­ta­re, sia fisi­ca­men­te che psi­co­lo­gi­ca­men­te, quel­li pas­sa­ti a Salo­nic­co dai volon­ta­ri di “Fir­daus”, in cui si è impa­ra­to a vive­re l’essere uma­no nel­la sua essen­zia­li­tà. Una con­di­zio­ne sicu­ra­men­te estre­ma quel­la dei cam­pi pro­fu­ghi, che però lascia un mes­sag­gio di spe­ran­za: per quan­to l’uomo pos­sa distrug­ge­re per sem­pre cit­tà, fami­glie e luo­ghi di cul­to, l’umanità di cia­scu­no, rima­ne sem­pre l’unico col­lan­te che rimar­rà inva­ria­to anche nel­le situa­zio­ni di dolo­re come la guer­ra che da anni ormai si com­bat­te in Siria. “Ho cono­sciu­to degli ami­ci, per­so­ne che han­no per­so tut­to, ma dan­no tut­to: mi han­no sem­pre invi­ta­to nel­le loro ten­de e mi han­no offer­to anche quel poco che ave­va­no. Non mi sono mai sen­ti­ta estra­nea o fuo­ri luo­go con loro, non han­no mai smes­so di vive­re il loro vuo­to e il dolo­re con gran­de digni­tà, Mi ha col­pi­to soprat­tut­to la capa­ci­tà di rea­zio­ne dei bam­bi­ni: loro san­no rea­gi­re sem­pre, è come se dimen­ti­cas­se­ro di ciò che stan­no viven­do, sono oltre”.

Le paro­le spes­so non sono suf­fi­cien­ti a descri­ve­re quel­lo che gli occhi pos­so­no vede­re, ma tan­te sono le sto­rie di vita che si sono sus­se­gui­te nei die­ci gior­ni di ope­ra­to di Lau­ra, che meri­ta­no di esse­re rac­con­ta­te: dal bam­bi­no che aspet­ta impa­zien­te i volon­ta­ri, con la sue pic­co­la fisar­mo­ni­ca all’ingresso del cam­po urlan­do “You’­re wel­co­me, my friend”, a chi ten­ta come Alì, nel suo pic­co­lo di rico­strui­re una nor­ma­li­tà per­du­ta, alle­sten­do un pic­co­lo barac­chi­no del caf­fè dove invi­ta i pas­san­ti a seder­si e riscal­dar­si per ripa­rar­si dal fred­do ven­to greco.

For­se l’immagine più for­te è però quel­la di Fahed, 5 anni, che non ha mai per­so la spe­ran­za di resta­re bam­bi­no e di gio­ca­re, di vive­re a pie­no la sua infan­zia e, sal­tel­lan­do men­tre abbrac­cia i volon­ta­ri, gri­da “Tomor­row I go …Athi­na, Lau­la!” una fra­se sem­pli­ce che aiu­ta a sen­ti­re l’Europa qual­che chi­lo­me­tro più vici­na, anche se tan­ta è anco­ra la stra­da da fare.

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Giulia Bonizzi
Stu­den­tes­sa di logo­pe­dia che si diver­te con le paro­le, soprat­tut­to quel­le che nes­su­no vuol dire . Per­do tre­ni come for­ci­ne per capelli.

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