La Prudenza cambia e si trasforma: intervista a Remo Bodei

18-19-20 settembre 2015 Modena Festivalfilosofia sull'Ereditare. il filosofo Remo Bodei

Il 18 feb­bra­io 2017 si è svol­ta al Tea­tro Gran­de di Bre­scia l’ultima del­le “Lezio­ni di Filo­so­fia”, un ciclo di con­fe­ren­ze cura­to dagli Edi­to­ri Later­za in col­la­bo­ra­zio­ne con il Tea­tro di Bre­scia. Si trat­ta di una dei tan­ti pro­get­ti pro­mos­si dal Tea­tro e dal­la Cit­tà di Bre­scia a favo­re dei gio­va­ni e degli stu­den­ti, che si inse­ri­sce nel­l’i­ni­zia­ti­va Il Tea­tro Gran­de per Scuo­le e Uni­ver­si­tà.

Per l’occasione, quat­tro gran­di voci del pano­ra­ma filo­so­fi­co ita­lia­no, accom­pa­gna­ti da con­te­nu­ti mul­ti­me­dia­li e dall’attrice Ele­na Van­ni, han­no gui­da­to il pub­bli­co nell’analisi del­le quat­tro vir­tù car­di­na­li attra­ver­so un per­cor­so di cono­scen­za, intri­so di Sto­ria, Arte, Let­te­ra­tu­ra e Filo­so­fia, tra pas­sa­to e presente.

Il 28 gen­na­io ha aper­to il ciclo Sal­va­to­re Veca, attual­men­te pro­fes­so­re ordi­na­rio di Filo­so­fia Poli­ti­ca pres­so l’Istituto uni­ver­si­ta­rio di Stu­di Supe­rio­ri di Pavia, con una rifles­sio­ne sul­la Giu­sti­zia. Ha poi pro­se­gui­to il 4 feb­bra­io Giu­lio Gio­rel­lo, pro­fes­so­re di Filo­so­fia del­la Scien­za pres­so l’Università degli Stu­di di Mila­no, con una Lezio­ne sul­la Tem­pe­ran­za. L’11 feb­bra­io è sta­to il tur­no di Miche­la Mar­za­no, docen­te all’Università di Pari­gi V: Renè Descar­tes, la qua­le ha gui­da­to il pub­bli­co attra­ver­so la For­tez­za. E, infi­ne, il 18 feb­bra­io ha chiu­so il ciclo con un discor­so sul­la Pru­den­za il filo­so­fo Remo Bodei, attual­men­te pro­fes­so­re pres­so la UCLA di Los Ange­les. Alla con­clu­sio­ne dell’incontro, abbia­mo avu­to la pre­zio­sa occa­sio­ne di scam­bia­re poche paro­le con quest’ultimo.

La Pru­den­za muo­re nel momen­to in cui si dà un’autorità (la Chie­sa, il sovra­no, il dit­ta­to­re…) che impo­ne una scel­ta acri­ti­ca. Nel­la con­tem­po­ra­nei­tà man­ca que­sta auto­ri­tà, eppu­re man­ca anche la pru­den­za. Perché?

La pru­den­za cam­bia e si tra­sfor­ma in cau­te­la non solo quan­do c’è l’autorità. Si tra­sfor­ma in cau­te­la quan­do i tem­pi e le abi­tu­di­ni sono così velo­ci che non rie­sco­no a sedi­men­tar­si, e quin­di si per­de l’orientamento, non si sa più dove si va. Come dice­vo pri­ma, si inne­sta una spe­cie di ‘mora­le prov­vi­so­ria’ per­ma­nen­te per­ché la tra­di­zio­ne muo­re e non vie­ne sosti­tui­ta. Cer­ta­men­te quan­do ci sono le auto­ri­tà eccle­sia­sti­che o poli­ti­che che impon­go­no deter­mi­na­ti com­por­ta­men­ti e, soprat­tut­to, deter­mi­na­te idee espres­se pub­bli­ca­men­te, allo­ra la pru­den­za depe­ri­sce. Il pro­ble­ma è che oggi c’è la liber­tà ma la pru­den­za può man­ca­re per­ché tra­mon­ta quel­lo che Han­nah Arendt chia­ma­va “capa­ci­tà di giu­di­zio”, che soprat­tut­to depe­ri­sce nei gran­di tota­li­ta­ri­smi del seco­lo scor­so, che impon­go­no una veri­tà di Sta­to per cui i cit­ta­di­ni devo­no agi­re e pen­sa­re in un cer­to modo. Goeb­bels, che era mini­stro del­la pro­pa­gan­da di Hitler, dice­va: “agi­sci in modo che, se il Füh­rer ti vedes­se, sareb­be d’accordo”.

Quin­di può, secon­do lei, ave­re suc­ces­so, oggi, l’uomo prudente?

Dovreb­be…

Ma può? 

Cer­ta­men­te ci sono poli­ti­ci che sono pru­den­ti, nel sen­so di sag­gi. Che poi, pru­den­za e sag­gez­za sono la stes­sa cosa in gre­co: è sem­pre φρόνησις. Il pro­ble­ma è che in man­can­za di risor­se, sia eco­no­mi­che che poli­ti­che, è dif­fi­ci­le esse­re pru­den­ti, ad esem­pio rac­con­ta­re la veri­tà, distin­gue­re il bene dal male… Uno fa un sac­co di pro­mes­se che sa che non può man­te­ne­re. Quin­di più la situa­zio­ne è dif­fi­ci­le, più si cer­ca di tener su i cit­ta­di­ni facen­do que­ste pro­mes­se o inven­tan­do nar­ra­zio­ni per man­te­ne­re la gen­te con­ten­ta. Però sareb­be oppor­tu­no fare come fece Chur­chill all’inizio del­la Guer­ra Mon­dia­le, che pro­mi­se lacri­me e san­gue sen­za fare tan­te sto­rie. Ad un cer­to pun­to anche i cit­ta­di­ni devo­no sape­re, soprat­tut­to in que­sto perio­do, che le cose sono dif­fi­ci­li ed è inu­ti­le abbel­lir­le e che il modo più effi­ca­ce per uscir­ne è dire qua­li sono le resi­sten­ze e qua­li sono i problemi.

A pro­po­si­to di tem­pi duri e con­tem­po­ra­nei­tà: c’è il rischio che il carat­te­re demo­cra­ti­co del post­mo­der­no pos­sa sfo­cia­re, para­dos­sal­men­te, in una dit­ta­tu­ra del­la medio­cri­tà, del­la bana­li­tà, del kitsch?

Io non use­rei il ter­mi­ne “post­mo­der­no”, che ormai non cor­ri­spon­de del tut­to a veri­tà per­ché sem­bra che tut­te le strut­tu­re clas­si­che soli­de sia­no diven­ta­te “liqui­de”, alla Bau­man. Oggi stia­mo risco­pren­do la durez­za, i limi­ti e le dif­fe­ren­ze, ma cer­ta­men­te il peri­co­lo del­la deri­va del­le demo­cra­zie c’è. Oggi stia­mo sco­pren­do il popu­li­smo, che ha tan­ti signi­fi­ca­ti, alcu­ni buo­ni, altri meno buo­ni, addi­rit­tu­ra pes­si­mi… però, gros­so­mo­do, è la scol­la­tu­ra tra i rap­pre­sen­tan­ti e i rap­pre­sen­ta­ti, cioè tra le éli­te e i cit­ta­di­ni. Ormai i cit­ta­di­ni iden­ti­fi­ca­no i domi­nan­ti, i gover­nan­ti, come incom­pe­ten­ti e cor­rot­ti, il che in par­te è vero. Ma se la pren­do­no con la Poli­ti­ca con l’Antipolitica!

Se non ci fosse Politica in un mese ci sarebbe l’anarchia, si ritornerebbe allo Stato di natura, quindi il problema non è abolire la Politica, ma crearne una buona.

Lo so che è dif­fi­ci­le in que­sti tem­pi, però non c’è alter­na­ti­va. Abo­li­re la poli­ti­ca impli­ca ciò che si defi­ni­sce “disto­pia”, un’utopia negativa.

E cre­de che il domi­nio del­la vir­tua­li­tà impli­chi neces­sa­ria­men­te la fine di una cul­tu­ra simbolica?

Io cre­do che que­sto sia un rischio. Le comu­ni­ca­zio­ni vir­tua­li, come suc­ce­de con Sky­pe, con Face­Ti­me, sono del­le gran­di con­qui­ste, azze­ra­no le distan­ze, sot­trag­go­no il tem­po del­la doman­da e del­la rispo­sta. Ma cer­ta­men­te, come ha det­to Umber­to Eco, dal momen­to che tut­ti han­no dirit­to di paro­la anche gli imbe­cil­li rac­con­ta­no un sac­co di frot­to­le, di non-veri­tà, rac­con­ta­no un sac­co di leg­gen­de che non sono più metro­po­li­ta­ne, ma glo­ba­li. Tan­to più per que­sto la pru­den­za è impor­tan­te, per poter distin­gue­re tra le cose, per non rischia­re, come dice il pro­ver­bio tosca­no, “che ci fac­cia­no cre­de­re che Cri­sto sia mor­to nel sonno”.

Quin­di, quan­to i social net­work han­no influen­za­to le nozio­ni di tem­po e di spa­zio? Con “spa­zio” inten­den­do anche “pae­sag­gio”: lei ha scrit­to un libro mol­to bel­lo, Pae­sag­gi subli­mi, vor­rei che me ne par­las­se anche alla luce di quel lavoro.

La per­ce­zio­ne del pae­sag­gio dipen­de mol­to anche dagli occhi di chi vede. Tre quar­ti di quel­lo che si vede è den­tro di noi. Il pae­sag­gio è sem­pre un’interpretazione e tut­ti que­sti mez­zi, tra i qua­li anche la foto­gra­fia non più ana­lo­gi­ca, per cui ognu­no può fare mil­le foto e can­cel­la­re quel­le che non ven­go­no bene, addi­rit­tu­ra può far­le in diver­si momen­ti del­la gior­na­ta e vede­re come cam­bia il pae­sag­gio al muta­re del tempo.

E può modificarlo…

 Sì, sì, cer­ta­men­te. Tut­to dipen­de da noi, dall’educazione che abbia­mo a cer­ti strumenti.
Il col­tel­lo si può usa­re per sbuc­cia­re le pata­te o per “sbuc­cia­re qual­cu­no” (ride).

Un con­cet­to chia­ve nel suo pen­sie­ro è quel­lo del limi­te. Il limi­te è ciò che dà sen­so alla cosa, ciò che — eti­mo­lo­gi­ca­men­te — la defi­ni­sce.  L’uomo moder­no ten­de a supe­ra­re i limi­ti, pro­pri e non. E’ una ten­den­za che sim­bo­leg­gia la sua nobil­tà o la sua superbia?

 Dipen­de da qua­li limi­ti. C’è sta­ta un’interpretazione un po’ alti­so­nan­te del­la moder­ni­tà, come supe­ra­men­to dei limi­ti del Medioe­vo, del mon­do gre­co, in cui il limi­te è una cosa impor­tan­te e, al con­tra­rio, supe­ra­re i limi­ti è hybris, è tra­co­tan­za, è super­bia. Ci sono dei limi­ti buo­ni e dei limi­ti non buo­ni. Sono buo­ni, per esem­pio quel­li del­la scien­za, del­la ricer­ca medi­ca o del­la tec­no­lo­gia. Non è buo­no, inve­ce, deci­de­re di supe­ra­re un limi­te ammaz­zan­do una per­so­na per strada.

La pigri­zia tipi­ca dell’uomo con­tem­po­ra­neo dipen­de, però, anche (e non solo) dal siste­ma che lo cir­con­da: dal­la tec­no­lo­gia, dal con­su­mo di mas­sa, dal­l’os­ses­sio­ne per il super­fluo. E’ pos­si­bi­le, effet­ti­va­men­te, tro­va­re un com­pro­mes­so? Che ci sia pro­gres­so e che allo stes­so tem­po l’uomo con­ser­vi autonomia?

L’uomo deve con­ser­va­re i nuo­vi mez­zi, per­ché è nel suo inte­res­se. Eppu­re c’è una cer­ta eufo­ria ver­so i mez­zi che per­met­to­no di “fare tan­te cose”. Però non si trat­ta solo di “fare tan­te cose”.
A me fan­no ride­re gli ado­le­scen­ti che dico­no “ho chie­sto l’amicizia e ho già cin­que­cen­to per­so­ne”: tan­ti ami­ci e nes­sun ami­co, per­ché l’amicizia è selet­ti­va. Biso­gna impa­ra­re a usa­re gli stru­men­ti.

Un’ultima doman­da, for­se un po’ bana­le. Un mio pro­fes­so­re ha recen­te­men­te para­go­na­to la filo­so­fia a una par­ti­ta di Shan­ghai: ci vuo­le pazien­za. Anche prudenza?

La filo­so­fia è la capa­ci­tà di distin­gue­re le cose, il giu­sto dall’ingiusto, il bel­lo dal brut­to. Que­sto è il com­pi­to del­la filo­so­fia, a livel­lo con­cet­tua­le, natu­ral­men­te. Ma sono i con­cet­ti che diri­go­no l’azione. Pazien­za e pru­den­za non sono la stes­sa cosa, ma van­no bene assie­me: evi­ta­no di far pren­de­re deci­sio­ni affrettate.

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Angelica Mettifogo
In bili­co tra tut­to quel­lo che voglio fare e il tem­po che ho per far­lo. Intan­to stu­dio filosofia.

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