R>G: Piketty e il Capitale nel XXI secolo

Pochi o, più pro­ba­bil­men­te, nes­su­no mai si sareb­be imma­gi­na­to che un libro di 700 pagi­ne den­se di teo­ria eco­no­mi­ca, dal magni­lo­quen­te tito­lo “Capi­tal in The Twen­ty-Fir­st Cen­tu­ry”, avreb­be ven­du­to cir­ca 3 milio­ni di copie in 3 anni. Il per­ché non è faci­le da capi­re, ma si può tentare.

Due del­le con­clu­sio­ni del libro alle qua­li giun­ge Tho­mas Piket­ty, l’autore di tale masto­don­ti­ca ope­ra, sono le seguenti: 

  1. Le dise­gua­glian­ze risul­ta­no da scel­te poli­ti­che piut­to­sto che da muta­men­ti eco­no­mi­ci o tec­no­lo­gi­ci deterministici.
  2. Con il pas­sa­re del tem­po, le eco­no­mie non evol­vo­no natu­ral­men­te ver­so una distri­bu­zio­ne di risor­se più egualitarie.

La secon­da con­clu­sio­ne si basa sul­la ana­li­si di trend che van­no indie­tro di decen­ni o seco­li a secon­da del­la dispo­ni­bi­li­tà dei dati — che cam­bia da pae­se a pae­se — che mostra­no come, nel­la sto­ria del mon­do, i perio­di in cui le dise­gua­glian­ze eco­no­mi­che si sono ridot­te sono avve­nu­ti in coin­ci­den­za di guer­re o even­ti di simi­li por­ta­ta distrut­ti­va. Un’ec­ce­zio­ne a que­sto pat­tern è il perio­do dal 1945 al 1975 cir­ca quan­do, nel mon­do Occi­den­ta­le, la per­cen­tua­le del red­di­to tota­le appro­pria­to dal top 10% o top 1% o addi­rit­tu­ra top 0.1% dimi­nui­sce dra­sti­ca­men­te, pur non essen­do in con­co­mi­tan­za con nes­sun even­to bellico. 

La spie­ga­zio­ne che Piket­ty dà è la nasci­ta — o l’espansione, a secon­da del pae­se pre­so in con­si­de­ra­zio­ne — del wel­fa­re sta­te e ciò che ad esso si accom­pa­gna: l’aumento di pote­re dei sin­da­ca­ti, l’i­sti­tu­zio­ne di sala­ri mini­mi, una tas­sa­zio­ne estre­ma­men­te pro­gres­si­va, che va oltre il 90% per la fascia più pic­co­la e più in alto nel­la distri­bu­zio­ne dei red­di­ti. In que­sto modo, ci si col­le­ga alla pri­ma del­le due con­clu­sio­ni: il pote­re dei sin­da­ca­ti, il sala­rio mini­mo e la tas­sa­zio­ne pro­gres­si­va sono scel­te poli­ti­che e, di con­se­guen­za, le disu­gua­glian­ze, se pre­sen­ti, sono pre­sen­ti per scelta.

Le disu­gua­glian­ze che vedia­mo, dun­que, attor­no a noi, sem­pre secon­do il ragio­na­men­to di Piket­ty, sono ori­gi­na­te da due dina­mi­che distinte:

  1. La disu­gua­glian­za a livel­lo di red­di­ti da lavoro.
  2. La disu­gua­glian­za a livel­lo di red­di­ti da capi­ta­le, inte­so come tut­to ciò che non sia lavo­ro che gene­ra red­di­ti: capi­ta­le fisi­co, ter­ra e asset finan­zia­ri (obbli­ga­zio­ni, azio­ni, ecc…).

Seb­be­ne non sia sem­pre vali­da e, se vali­da, non in tut­ti i pae­si allo stes­so modo — ad esem­pio, negli Sta­ti Uni­ti la ragio­ne prin­ci­pa­le del­le dise­gua­glian­ze negli ulti­mi 30 anni è l’esplosione degli sti­pen­di dei top-mana­gers del­le azien­de più gran­di- , Piket­ty ritie­ne, dati sto­ri­ci alla mano, che 

il driver fondamentale delle disuguaglianze sia comodamente ed efficacemente raffigurato dalla diseguaglianza R>G, dove R rappresenta il tasso di ritorno guadagnato su tale “capitale” (profitti, dividendi, rendite, semplici plusvalenze ecc) e G il tasso di crescita dell’economia.

Di per sé, se il capi­ta­le fos­se equa­men­te sud­di­vi­so tra tut­ti, la cosa sareb­be per­fet­ta­men­te inin­fluen­te sui livel­li di distri­bu­zio­ne del­le risor­se, dato che tut­ti bene­fi­ce­rem­mo egual­men­te di tali “ritor­ni”. Il pro­ble­ma è che, in pra­ti­ca, le cose non sono affat­to così: ad esem­pio, negli Sta­ti Uni­ti il 10% del­le fami­glie più ric­che detie­ne il 70% del capi­ta­le, l’1% il 35% e la metà più pove­ra il 5%. Quan­do i red­di­ti da capi­ta­le cre­sco­no più velo­ce­men­te dei red­di­ti da lavo­ro, le fami­glie più ric­che ne bene­fi­cia­no in manie­ra total­men­te sproporzionata. 

Una vol­ta asso­da­to che “Capi­tal” è già diven­ta­to un clas­si­co del­l’e­co­no­mia, biso­gna rico­no­sce­re che anche que­sto, come tut­ti i libri, non è per­fet­to. Par­ten­do pri­ma dagli aspet­ti posi­ti­vi, di indub­bio valo­re sono i dati con­te­nu­ti, che stan­no alla base dell’intero ragio­na­men­to, sen­za con­ta­re il fra­mework che l’o­pe­ra dà per pen­sa­re alle dise­gua­glian­ze, sia con uno sguar­do rivol­to al pas­sa­to sia in otti­ca futu­ra. Infi­ne, le fon­da­men­ta get­ta­te per un dibat­ti­to glo­ba­le sull’argomento gra­zie al suo ina­spet­ta­to successo. 

Il libro giusto al momento giusto, verrebbe da dire. 

Tut­ta­via, c’è un ter­zet­to di con­si­de­ra­zio­ni cri­ti­che che non pos­so­no non esse­re mos­se. Pri­mo e più impor­tan­te, la spro­por­zio­ne del­la trat­ta­zio­ne eco­no­mi­ca rispet­to a quel­la poli­ti­ca: se, effet­ti­va­men­te, le dise­gua­glian­ze han­no ori­gi­ni poli­ti­che, abbia­mo una trat­ta­zio­ne teo­ri­ca del­la par­te eco­no­mi­ca ma non di quel­la poli­ti­ca — non esi­ste un con­tral­ta­re di R>G del­la poli­ti­ca — e ave­re, se non altro, qual­che indi­ca­zio­ne su come i movi­men­ti socia­li e poli­ti­ci si evol­va­no in rispo­sta ad un aumen­to di dise­gua­glian­ze sareb­be sta­to appropriato.

Secon­do, la par­te di poli­cy-pro­po­sals veleg­gia tra il bana­le e l’improbabile, un vero pec­ca­to data la natu­ra del pro­ble­ma e i dan­ni che le disu­gua­glian­ze pos­so­no creare. 

Ter­zo, in un mon­do che sem­bra navi­ga­re pla­ci­da­men­te ver­so quel­la che Lar­ry Sum­mers e Robert Gor­don chia­ma­no “sta­gna­zio­ne seco­la­re”, una teo­ria che ha alla base dei tas­si di inte­res­se a zero o nega­ti­vi, mostra­re come la teo­ria di R>G sia comun­que rile­van­te per que­sti tem­pi e i futu­ri sareb­be sta­ta ben accetta. 

Det­to tut­to ciò, “Capi­tal” rias­su­me qua­si vent’anni di ricer­ca da par­te di Tho­mas Piket­ty e il suo prin­ci­pa­le co-auto­re/a­mi­co Emma­nuel Saez, pro­ba­bil­men­te futu­ri vin­ci­to­ri del Nobel per le scien­ze eco­no­mi­che. È, per­tan­to, un libro di immen­so valo­re, di gran­de aiu­to per capi­re la sce­na glo­ba­le e gli scon­vol­gi­men­ti poli­ti­ci di cui si leg­ge sul­le testa­te gior­na­li­sti­che. La sto­ria di Bre­xit e Trump è, indi­ret­ta­men­te, la sto­ria di que­sto libro.

 

Marco Canal
Aspi­ran­te eco­no­mi­sta, let­to­re, aman­te dei dibat­ti­ti intel­let­tua­li e gin&tonic, alpi­ni­sta, film il pane, viag­gio il vino e i Pink Floyd come reli­gio­ne. Pec­ca di insa­zia­bi­le curio­si­tà, bat­tu­ta faci­le, smo­da­ta ambi­zio­ne e deci­sio­ne. Alea iac­ta est.
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Aspirante economista, lettore, amante dei dibattiti intellettuali e gin&tonic, alpinista, film il pane, viaggio il vino e i Pink Floyd come religione. Pecca di insaziabile curiosità, battuta facile, smodata ambizione e decisione. Alea iacta est.

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