UE, un’altra accoglienza è possibile?

Quan­to sia dif­fi­ci­le par­la­re del pro­ble­ma dell’immigrazione non è dif­fi­ci­le pre­sen­tar­lo, quan­to sia neces­sa­rio discu­ter­ne inve­ce non è affat­to scon­ta­to. Anche se i media ora par­la­no meno del­le onda­te di rifu­gia­ti che si spo­sta­no, i flus­si migra­to­ri non sono ces­sa­ti, anzi: la situa­zio­ne si evol­ve ma non sem­pre per il meglio.

Lo han­no rac­con­ta­to ieri i ragaz­zi del “Cut, col­let­ti­vo uni­ver­si­ta­rio the take” che gio­ve­dì 23 feb­bra­io in Uni­ve­ri­stà han­no orga­niz­za­to una con­fe­ren­za inti­to­la­ta “UE, un’altra acco­glien­za è pos­si­bi­le” in cui sono inter­ve­nu­ti diver­si volon­ta­ri, per rac­con­ta­re la loro espe­rien­za in Tur­chia. Non solo, in col­le­ga­men­to Sky­pe han­no par­la­to anche volon­ta­ri dal­la Fran­cia e dal­la Gre­cia, dove anco­ra sono alte le bar­rie­re per bloc­ca­re chi cer­ca di entra­re nel Paese.

Il pri­mo a par­la­re è sta­to Vale­rio Muscel­la, che ha esor­di­to dicen­do: «Quel­lo che dia­mo spes­so per scon­ta­to è che le migra­zio­ni sono una diret­ta con­se­guen­ze del­le guer­re, noi pen­sia­mo che la gen­te ven­ga in Euro­pa solo per sta­re meglio ma non è vero. Cer­ca­no pri­ma un posto dove esse­re in salvo.»

Vale­rio segue da mol­to vici­no que­sti movi­men­ti. Dal­la sua pri­ma idea — che pre­ve­de­va resta­re in Tur­chia solo poche set­ti­ma­ne — assie­me a un ami­co è riu­sci­to a costrui­re un pic­co­lo ango­lo di zona fran­ca per tut­ti i rifu­gia­ti e ora ha richie­sto la cit­ta­di­nan­za in Tur­chia. «Par­lan­do di immi­gra­ti dob­bia­mo anche distrug­ge­re la nostra con­ce­zio­ne “euro­cen­tri­ca”», con­ti­nuan­do: «i clan­de­sti­ni non sono solo un pro­ble­ma euro­peo, anzi: dati alla mano, si con­ta­no che i rifu­gia­ti scap­pa­ti nel vec­chio con­ti­nen­te sia­no cir­ca un milio­ne men­tre sono oltre il dop­pio le per­so­ne che resta­no dall’altra par­te del mar Medi­ter­ra­neo, più vici­ni al Medio Orien­te, in par­ti­co­la­re in Tur­chia dove mol­ti spe­ra­no di riu­sci­re a imbar­car­si per una vita migliore».

La cit­tà che sicu­ra­men­te risen­te di più del flus­so migra­to­rio è Smir­ne (o Izmir, in tur­co), ulti­ma fron­tie­ra per l’Europa, di cui il por­to, che si affac­cia sul mar Egeo, è tra i più affol­la­ti tra quel­li che dan­no sul­le stes­se coste da chi scap­pa dal­le guer­re. Smir­ne si può defi­ni­re come una gran­de “hub” per chiun­que voglia fug­gi­re dal pro­prio pae­se e di recen­te si sono così for­ma­ti dei mer­ca­ti ille­ci­ti tut­ti nuo­vi: è pos­si­bi­le acqui­sta­re sal­va­gen­ti fasul­li per una dispe­ra­ta tra­ver­sa­ta o pas­sag­gi per più clas­si­che fughe clandestine.

Ma solo una par­te ver­rà in Euro­pa: gran par­te dei migran­ti rima­ne in Tur­chia, in Gior­da­nia e zone limi­tro­fe. Tut­ta quel­la gen­te va a crea­re una comu­ni­tà mol­to ete­ro­ge­nea ed è dif­fi­ci­lis­si­mo riu­sci­re a tro­va­re un con­tat­to fra le popo­la­zio­ni, soprat­tut­to nei quar­tie­ri più poveri.

Muscel­la rac­con­ta il suo vis­su­to a Baz­ma­re, un pic­co­lo quar­tie­re di Izmir dove i rifu­gia­ti atten­do­no il loro “pas­sag­gio” per una nuo­va vita. Lì sono nume­ro­sis­si­mi gli alber­ghi e le case, spes­so vec­chie e fati­scen­ti, che ven­go­no affit­ta­te a prez­zi esor­bi­tan­ti. L’integrazione è qua­si impen­sa­bi­le e lo sti­le di vita è com­ple­ta­men­te diver­so dal nostro: i nuclei fami­lia­ri sono costi­tui­ti in media da die­ci per­so­ne di cui uno solo lavo­ra, con tur­ni pesan­tis­si­mi qua­si tut­ti i giro­ni a set­ti­ma­na per rac­ci­mo­la­re quel­lo che basta.

Non è raro che anche i bambini vengano mandati a lavorare: la ricchissima produzione di tessuti del posto è in effetti frutto per la maggior parte della manodopera dei minori a cui la scuola viene sconsigliata dagli stessi genitori.

Oltre a que­sti disa­gi si aggiun­ge la segre­ga­zio­ne, che non è neces­sa­ria­men­te for­za­ta ma insi­ta nei rifu­gia­ti che, impau­ri­ti e spes­so odia­ti, ten­do­no all’isolamento. Un’eccezione è la casa di Kapi­lar, dove lavo­ra­no Vale­rio e altri ragaz­zi che cer­ca­no di crea­re una zona sicu­ra per i bam­bi­ni e le loro fami­glie, inven­tan­do un pun­to di incon­tro che pre­scin­da dal­la etnia e dal pae­se d’origine degli ospi­ti. Rac­con­ta di esse­re sta­to for­tu­na­to a tro­va­re una casa che, una vol­ta ristrut­tu­ra­ta, può sfrut­ta­re gra­tui­ta­men­te e di aver mes­so a dispo­si­zio­ne degli spa­zi prin­ci­pal­men­te per acco­glie­re i bam­bi­ni, inse­gna­re loro a scri­ve­re e a con­ta­re ma anche a socia­liz­za­re, con­di­vi­den­do dei pasti con le fami­glie più biso­gno­se o con par­ti­te a pallone.

Duran­te l’in­con­tro sono sta­ti trat­ta­ti altri temi col­le­ga­ti con l’immigrazione: Michel­le Mukam­bu, una ragaz­za bel­ga di ori­gi­ni con­go­le­si, ha rac­con­ta­to come sia neces­sa­rio smuo­ve­re la coscien­za pub­bli­ca per la dife­sa dei dirit­ti del­le don­ne — in par­ti­co­la­re afri­ca­ne — e di mino­ran­ze etni­che. Non sono pochi, in Bel­gio, i con­go­le­si di secon­da e ter­za gene­ra­zio­ne, por­ta­ti dal­la pas­sa­ta fero­ce poli­ti­ca colo­nia­li­sta di Leo­pol­do II. Spes­so in Euro­pa e nel mon­do occi­den­ta­le si fa mol­to rumo­re per le fem­mi­ni­ste, eppu­re esi­ste anche un “fem­mi­ni­smo di nic­chia”, come lo ha chia­ma­to Mukam­bu, che ha biso­gno di esse­re dif­fu­so e dife­so. Gli inter­ven­ti quin­di han­no por­ta­to a riflet­te­re sul­le con­di­zio­ni dei rifu­gia­ti e han­no invi­ta­to gli ospi­ti a riflet­te­re pri­ma di sin­da­ca­re sul­le poli­ti­che di acco­glien­za: si par­la sem­pre di esse­re uma­ni in pericolo.

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Francesco Porta
Amo il cine­ma, lo sport e rac­con­ta­re sto­rie: non si è mai trop­po vec­chi per ascol­tar­ne una.

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