My hindu friend, l’ultimo film di un ultimo film

Vener­dì 24 mar­zo, duran­te il Festi­val del Cine­ma Afri­ca­no d’Asia e Ame­ri­ca Lati­na, si è tenu­ta una sera­ta in ono­re del regi­sta Hec­tor Baben­co, venu­to a man­ca­re lo scor­so luglio, dove è sta­ta pro­iet­ta­ta la sua ulti­ma ope­ra My hin­du friend. Pre­sen­te in sala anche l’attore pro­ta­go­ni­sta Wil­lem Dafoe, un vero e pro­prio pez­zo del­la sto­ria del cine­ma con qua­si novan­ta film alle spal­le, che al ter­mi­ne del­la pro­ie­zio­ne ha rac­con­ta­to del pro­prio rap­por­to con il regi­sta e di come è sta­to rap­pre­sen­ta­re un ruo­lo così forte.

Il film, sen­za clas­si­fi­car­si come auto­bio­gra­fi­co, ripren­de il cal­va­rio attra­ver­sa­to da Baben­co dal ’94, che lo ha por­ta­to a scon­fig­ge­re una malat­tia ter­mi­na­le. La sto­ria è quel­la di un regi­sta, Die­go (Wil­lem Dafoe), che all’improvviso per­de tut­to: vita arti­sti­ca e ses­sua­le, car­rie­ra, ami­ci­zie e si tro­va a dover rico­min­cia­re. Quest’idea di rina­sci­ta è meta­fo­ri­ca­men­te rap­pre­sen­ta­ta dal film stes­so, l’ultima sto­ria che Baben­co ha volu­to raccontare.

I rife­ri­men­ti bio­gra­fi­ci nell’opera sono mol­te­pli­ci, la stes­sa ami­ci­zia con il bam­bi­no hin­du, che dà il tito­lo al film, è ricon­du­ci­bi­le ad un’esperienza real­men­te vis­su­ta da Baben­co e il pupaz­zo, scam­bia­to nel film tra il pro­ta­go­ni­sta e i due bam­bi­ni, è effet­ti­va­men­te appar­te­nu­to al regista.

Come dichiarato da Dafoe nell’intervista al termine della proiezione, “My hindu friend” è un film che parla in primis di cinema, dell’amore di Babenco per il cinema e per la vita stessa.

Il suo approc­cio nei con­fron­ti del suo alter ego e del­la sua stes­sa sce­neg­gia­tu­ra duran­te il pro­ces­so crea­ti­vo, è sta­to sem­pre all’insegna di un con­ti­nuo avvi­ci­na­men­to e allon­ta­na­men­to dal­la natu­ra dram­ma­ti­ca del­la vicen­da: «una del­le cose che ho par­ti­co­lar­men­te apprez­za­to del pro­ces­so crea­ti­vo e del lavo­ra­re con Hec­tor, è sta­to che effet­ti­va­men­te lui pren­de­va spun­to dal­la sua vita rea­le ma che allo stes­so tem­po vole­va sem­pre esse­re sor­pre­so. In qual­che sce­na io gli chie­de­vo indi­ca­zio­ni, visto che cer­te cose lui le ave­va vis­su­te, e mi dice­va: io non lo so, sei tu Die­go, fam­mi vede­re! Era una sor­ta di scam­bio con­ti­nuo, lui vole­va sem­pre esse­re sor­pre­so e spin­ge­va me a sor­pren­der­lo. Que­ste sce­ne che voi vede­te sono un mix di spun­ti trat­ti dal­la sua vita rea­le e cose com­ple­ta­men­te inven­ta­te, ed è sta­to mol­to diver­ten­te esse­re par­te di que­sto processo».

Da que­sto approc­cio del regi­sta nasco­no sce­ne come quel­la in cui Die­go, deli­ran­te, dopo esse­re sce­so a pat­ti con la mor­te, por­ta in sce­na Top Hat into­nan­do Cheek to Cheek sul let­ti­no dell’ospedale. O, anco­ra, la magni­fi­ca sce­na fina­le in cui la don­na, che risve­glia il sen­ti­men­to amo­ro­so di Die­go e che Dafoe ci sve­la esse­re la rea­le moglie di Baben­co, Bar­ba­ra Paz, dan­za come una musa semi­nu­da sot­to la piog­gia, sul­le note di Sin­ging in the rain, facen­do esplo­de­re sul­lo scher­mo e nel cuo­re un sen­ti­men­to di gio­ia e di riscatto.

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È pro­prio in que­sto sen­ti­men­to di riscat­to che risie­de la volon­tà di Baben­co di can­cel­la­re quel­la mac­chia che la malat­tia ha lascia­to sul­la sua vita dal ’94 in poi. E per riscat­tar­si, per sal­var­si, Baben­co rac­con­ta del­le sto­rie. Lo mostra al meglio la stes­sa ami­ci­zia che Die­go strin­ge con il bam­bi­no hin­du in ospe­da­le, intri­sa di rac­con­ti fan­ta­sti­ci, rie­vo­ca­zio­ni di vec­chi film in bian­co e nero e con­ti­nue fughe dal­la real­tà. Come rive­la Dafoe, «una del­le gran­di osses­sio­ni di Hec­tor era quel­la di rac­con­ta­re sto­rie per­ché secon­do lui può effet­ti­va­men­te aiu­ta­re. Scam­biar­si del­le espe­rien­ze è un modo per ricor­dar­ci del­la nostra uma­ni­tà e di inse­gnar­ci il biso­gno di esse­re umani».

E l’umanità non è cer­to un trat­to man­can­te nell’ultima ope­ra del regi­sta bra­si­lia­no, per la cui inter­pre­ta­zio­ne Dafoe rac­con­ta di aver per­so cir­ca 7 chi­li e di aver dovu­to impa­ra­re a lavo­ra­re con il pro­prio cor­po per la rap­pre­sen­ta­zio­ne dell’immensa sof­fe­ren­za fisi­ca a cui è sot­to­po­sto il protagonista.

«La cosa inte­res­san­te è for­se che non era tan­to dif­fi­ci­le par­la­re del­la malat­tia o por­tar­la sul­lo scher­mo, ma rap­pre­sen­ta­re come impa­ra­re a vive­re di nuo­vo. Cre­do che quel­lo che io imma­gi­no Hec­tor voles­se comu­ni­ca­re con que­sta sto­ria fos­se il suo amo­re per il cine­ma, il suo amo­re per la vita e la sua fede nell’amore e inol­tre cre­do che voles­se far­ci capi­re come dopo la malat­tia tut­to quel­lo che ha vis­su­to, tut­ti i colo­ri del­la sua vita sia­no sta­ti mes­si in ombra dal fat­to che aves­se vis­su­to que­sta malattia».

Come sot­to­li­nea Dafoe, la dif­fi­col­tà nell’interpretazione di Die­go risie­de nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la vita dopo un even­to così trau­ma­ti­co. Nel film il pro­ta­go­ni­sta sfio­ra la mor­te. Que­sto momen­to è reso cine­ma­to­gra­fi­ca­men­te come un vero e pro­prio incon­tro in cui Die­go dia­lo­ga con un per­so­nag­gio inca­ri­ca­to di “por­tar­lo via” e rie­sce ad otte­ne­re la pos­si­bi­li­tà di rac­con­ta­re un’ultima sto­ria, un ulti­mo film in cui la mor­te però sia pre­sen­te. Ed è pre­sen­te, ma non pro­ta­go­ni­sta. Il film par­la ovvia­men­te di malat­tia e sof­fe­ren­za, ma quel­lo che Baben­co ci mostra è come anda­re avan­ti: My hin­du friend par­la di mor­te ma, sen­za dub­bio, quel che cele­bra è la vita.

Per­fet­ta fusio­ne di un tema ango­scian­te con la bel­lez­za del fare arte: que­sto è sta­to effet­ti­va­men­te l’ultimo film del regi­sta, scom­par­so pochi mesi dopo i ter­mi­ne del­le ripre­se, e riu­ni­sce in sé tut­ta l’esperienza arti­sti­ca e di vita di Baben­co, diven­tan­do la sua estre­ma catarsi.

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Roberta Pasetti
Stu­den­tes­sa di let­te­re. Nisi Ale­xan­der essem, ego vel­lem esse Diogenem. 
Può basta­re così.
Martina Arrigoni

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