Non ci si rende colpevoli di una limitazione offensiva nel chiamare gli scacchi solo un gioco?

Il gio­co degli scac­chi ha ori­gi­ni anti­chis­si­me: i pri­mi pez­zi risal­go­no al quin­to seco­lo dopo Cri­sto e sono sta­ti tro­va­ti in India. In real­tà non si han­no indi­ca­zio­ni pre­ci­se sul­le sue ori­gi­ni e su chi li abbia inven­ta­ti; ciò che si sa è che all’e­po­ca era chia­ma­to cha­tu­ran­ga, in sanscrito.

Nel sesto seco­lo il gio­co si dif­fon­de dal­l’In­dia alla Per­sia e più tar­di rag­giun­ge i popo­li Ara­bi, che furo­no imme­dia­ta­men­te affa­sci­na­ti dal gio­co. Per­si­no i Calif­fi si appas­sio­na­ro­no, pagan­do pro­fu­ma­ta­men­te mae­stri e orga­niz­zan­do tor­nei; ma atten­zio­ne: bat­te­re a scac­chi un Calif­fo pote­va esse­re peri­co­lo­so e far cade­re in mise­ria il vincitore.

Scacchi 3

Gli scac­chi rag­giun­se­ro l’Europa nel deci­mo seco­lo. I più gran­di e pre­zio­si pez­zi sco­per­ti sono i cosid­det­ti “pez­zi di Lewis” (dal nome del­lo sco­pri­to­re): scol­pi­ti in zan­ne di tri­che­co sono più di tren­ta­due. Nel medioe­vo diven­ne­ro mol­to popo­la­ri come gio­co d’azzardo, anche se con rego­le leg­ger­men­te diver­se, che si asse­ste­ran­no con il tem­po fino a sta­bi­liz­zar­si in quel­le che cono­scia­mo oggi. 

Il gio­co degli scac­chi rap­pre­sen­ta la bat­ta­glia tra due eser­ci­ti ed è inte­res­san­te nota­re come nel­le varie tra­spo­si­zio­ni tra le diver­se cul­tu­re cam­bi­no le raf­fi­gu­ra­zio­ni ed i nomi dei pez­zi: il pez­zo più varia­bi­le è quel­lo che in Ita­lia si chia­ma “alfie­re”, ma che nei pae­si anglo­fo­ni si chia­ma “bishop” (vesco­vo), nei pae­si fran­co­fo­ni è il “foux” (fol­le) e in India “haa­thee” (ele­fan­te). I vari nomi cam­bia­no per rispec­chia­re l’ambiente di cor­te dei vari paesi.

Ma siamo certi che gli scacchi siano solo un gioco?La storia affascinante e la simbologia misteriosa che li accompagnano hanno affascinato scrittori e registi, che hanno riletto il gioco degli scacchi in molteplici chiavi, aumentando la nostra suggestione.

Un esem­pio cele­bre è Ali­ce attra­ver­so lo spec­chio di Lewis Car­roll. All’i­ni­zio del roman­zo Ali­ce sogna di anda­re attra­ver­so lo spec­chio e di rag­giun­ge­re un mon­do che fun­zio­na tut­to al con­tra­rio del suo. Incon­tra subi­to la Regi­na Ros­sa che le spie­ga con l’ausilio di una scac­chie­ra come usci­re da quel mon­do stra­no. Ali­ce capi­sce subi­to di esse­re una sem­pli­ce pedi­na e, come tut­te le bam­bi­ne, si dichia­ra insod­di­sfat­ta: “Voglio esse­re la Regi­na Bian­ca” chie­de. La Regi­na Ros­sa ride per la sua richie­sta: per esse­re Regi­ne biso­gna pri­ma attra­ver­sa­re tut­ta la scac­chie­ra, cono­sce­re le rego­le del gio­co, supe­ra­re gli osta­co­li, maga­ri cer­can­do di non far­si man­gia­re dagli altri pez­zi. In sostan­za crescere.

Ali­ce par­te dal­la secon­da fila e ha dirit­to ad avan­za­re di due casel­le come pri­ma mos­sa: il gio­co ini­zia. Ogni epi­so­dio del roman­zo è una casel­la che Ali­ce rag­giun­ge e ogni per­so­nag­gio un pez­zo del­la scac­chie­ra, da cui impa­ra qual­co­sa. Ali­ce avan­za, non sen­za dif­fi­col­tà, fino a diven­ta­re Regi­na: a que­sto pun­to ha una com­ple­ta visio­ne del­la scac­chie­ra e anche del­le rego­le: è diven­ta­ta gran­de. Ma, nel­la sua ulti­ma mos­sa, fa scac­co mat­to al Re Ros­so, facen­do fini­re il gio­co e risvegliandosi.

Alice incontra la Regina Rossa. Illustrazioni originali di John Tenniel.
Ali­ce incon­tra la Regi­na Ros­sa.
Illu­stra­zio­ni ori­gi­na­li di John Tenniel.

Ita­lo Cal­vi­no, inve­ce, uti­liz­za gli scac­chi come cor­ni­ce per il suo roman­zo Le cit­tà invi­si­bi­li. Pro­ta­go­ni­sta è Mar­co Polo che, alla cor­te di Kublai Khan, for­ni­sce attra­ver­so i suoi dispac­ci al Sovra­no le descri­zio­ni del­le cit­tà che ven­go­no toc­ca­te dai suoi viag­gi all’in­ter­no del­lo ster­mi­na­to Impe­ro. L’imperatore è estre­ma­men­te incu­rio­si­to dai dispac­ci, ma si pone alla base un pro­ble­ma che impe­di­sce la comu­ni­ca­zio­ne tra i due: Kublai Khan e Mar­co Polo non par­la­no la stes­sa lin­gua. Pas­san­do pri­ma dai gesti e da poche paro­le incom­pren­si­bi­li, Mar­co Polo cer­ca di fami­lia­riz­za­re con la lin­gua tar­ta­ra, fino a padro­neg­giar­la con sicu­rez­za e sta­bi­li­re un rap­por­to di com­pli­ci­tà e sti­ma con l’Imperatore, asse­ta­to di suoi rac­con­ti. Suc­ce­de però che la lin­gua comu­ne com­pro­met­te la comu­ni­ca­zio­ne: ora che si capi­sco­no sem­bra che non abbia­no più nul­la da dir­si e che il gio­co dei segni si sia spezzato.

Mar­co Polo allo­ra esco­gi­ta un siste­ma per ricat­tu­ra­re l’attenzione dell’Imperatore: dai suoi viag­gi non por­ta più paro­le, ma ogget­ti, che siste­ma sul pavi­men­to del­la sala (for­ma­to da pia­strel­le qua­dra­te bian­che e nere) e li muo­ve, come fos­se­ro burat­ti­ni, per rac­con­ta­re una sto­ria.È così che il muto gio­co degli scac­chi si tra­sfor­ma in un nuo­vo codi­ce, che ripri­sti­ne­rà i rap­por­ti di inte­sa e ami­ci­zia tra Mar­co Polo e Kublai Khan.

Gli scac­chi sono anche pro­ta­go­ni­sti de La novel­la degli scac­chi di Ste­fan Zweig. Que­sto rac­con­to è ambien­ta­to su una nave dove il signor Mir­ko Czen­to­vič, cam­pio­ne mon­dia­le di scac­chi, vie­ne sfi­da­to a una par­ti­ta dal­l’or­ga­niz­za­to­re del­le sfi­de, tale McCon­nor. La par­ti­ta è sem­pre più avvin­cen­te e il cam­pio­ne sem­pre in van­tag­gio, fino a quan­do un miste­rio­so per­so­nag­gio, dot­tor B, si affian­ca a McCon­nor e gli sug­ge­ri­sce le mos­se, tan­to abi­li da por­ta­re la par­ti­ta alla pat­ta di stallo. 

Ini­zia qui una lun­ga con­fes­sio­ne del dot­tor B alla voce nar­ran­te sul per­ché sia in gra­do di tener testa a un cam­pio­ne di scac­chi. In pas­sa­to era sta­to infat­ti cat­tu­ra­to dal­la Gesta­po, che lo tor­tu­rò chiu­den­do­lo in una stan­za e scan­den­do il suo tem­po solo con inter­ro­ga­to­ri a inter­val­li rego­la­ri. Que­sto avreb­be dovu­to con­dur­lo pre­sto alla paz­zia o alla resa, se non che rie­sce a ruba­re dal­la tasca di una guar­dia un libro illu­stra­to con tut­te le cen­to­cin­quan­ta miglio­ri par­ti­te di scac­chi gio­ca­te negli ulti­mi anni. Dot­tor B allo­ra usa que­sto libro come val­vo­la di sfo­go, leg­gen­do­lo e rileg­gen­do­lo, fino a impa­ra­re le par­ti­te a memo­ria e a gio­car­le nel­la sua testa. La paz­zia schi­va­ta negli inter­ro­ga­to­ri del­la Gesta­po alla fine col­pi­sce comun­que il dot­tor B nel momen­to in cui gli scac­chi da sem­pli­ce pas­sa­tem­po men­ta­le diven­ta­no un’ossessione incon­trol­la­bi­le che lo per­se­gui­ta anche nel son­no. Un gior­no in pre­da al deli­rio vie­ne por­ta­to in ospe­da­le dove il medi­co gli con­si­glia di smet­te­re di gio­ca­re. Da quel gior­no non ha più toc­ca­to un pez­zo, spie­ga alla voce nar­ran­te, ma lì su quel­la nave gli era tor­na­ta la curio­si­tà di sape­re cosa si pro­va a gio­ca­re una par­ti­ta rea­le e non men­ta­le e se sareb­be capa­ce di vin­ce­re davvero.

Non solo la letteratura, ma anche il cinema non ha saputo resistere al fascino simbolico esercitato dagli scacchi.

Nel 1957 esce Il set­ti­mo sigil­lo  di Ing­mar Berg­man (da cui è sta­to anche trat­to il n. 66 di Dylan Dog, Par­ti­ta con la mor­te). Il pro­ta­go­ni­sta è Anto­nius Block, cava­lie­re appe­na tor­na­to dal­le cro­cia­te con il suo scu­die­ro. Sul­la stra­da ver­so casa incon­tra su una spiag­gia la Mor­te, che ha scel­to quel momen­to per por­tar­lo via. Ma lui, anco­ra influen­za­to dal­la sua for­ma men­tis da cava­lie­re, non accet­ta e rilan­cia la sfi­da: sfi­da la Mor­te a una par­ti­ta a scac­chi, se lui aves­se vin­to allo­ra lo avreb­be lascia­to libe­ro. La Mor­te accet­ta e comin­cia la par­ti­ta, che si svol­ge in più ripre­se men­tre Anto­nius e il suo scu­die­ro attra­ver­sa­no la Scan­di­na­via. Duran­te que­sto viag­gio il cava­lie­re incon­tra una fami­glia di sal­tim­ban­chi, che, in mez­zo a quel­l’at­mo­sfe­ra di dispe­ra­zio­ne ani­ma­ta dal­la peste, gli fan­no riva­lu­ta­re la sfi­da che ha lanciato. 

Anto­nius Block deci­de di bara­re: a un pas­so dal­la vit­to­ria urta appo­si­ta­men­te la scac­chie­ra e fa cade­re alcu­ni pez­zi, così da per­met­te­re alla Mor­te di siste­mar­li in modo tale da vin­ce­re. E così suc­ce­de: la Mor­te vin­ce, il cava­lie­re muo­re. Il film si chiu­de con una fra­se trat­ta dall’Apocalisse di San Gio­van­ni: “Quan­do l’agnello aprì il set­ti­mo sigil­lo nel cie­lo si fece un silen­zio di cir­ca mez­z’o­ra e vidi set­te ange­li che sta­va­no dinan­zi a Dio e furo­no loro date set­te trombe”. 

Gli scac­chi si pre­sta­no a esse­re inter­pre­ta­ti nei più vari modi e con­si­de­rar­li solo un gio­co risul­ta esse­re dispre­gia­ti­vo. Ste­fan Zweig scri­ve­va: “Non ci si ren­de col­pe­vo­li di una limi­ta­zio­ne offen­si­va nel chia­ma­re gli scac­chi solo un gioco?”. 

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Sheila Khan

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