Novant’anni di Gabriel Garcìa Màrquez

Quan­do a segui­to del gol­pe del 1973 Augu­sto Pino­chet instau­rò la dit­ta­tu­ra in Cile, Gabriel Gar­cìa Màr­quez pen­sò che non ne pote­va più dell’ennesimo cau­dil­lo al pote­re in Ame­ri­ca Lati­na. Così lui, che da quan­do ave­va 17 anni non ave­va fat­to tra­scor­re­re un gior­no sen­za scri­ve­re, pro­mi­se che non avreb­be più scrit­to, alme­no fin­ché non fos­se cadu­to il regi­me. Per­se la bat­ta­glia: resi­stet­te solo cin­que anni. Dopo­tut­to, in L’Amore ai tem­pi del cole­ra Gabo scris­se che “gli esse­re uma­ni non nasco­no sem­pre il gior­no in cui le loro madri li dan­no alla luce, ma […] la vita li costrin­ge anco­ra mol­te vol­te a par­to­rir­si da sé”, e allo­ra non è azzar­da­to cre­de­re che quel­la sia sta­ta una del­le vol­te in cui a lui sia capi­ta­to di nasce­re. Oggi Gabriel Gar­cìa Màr­quez, mito indi­scus­so del­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea in lin­gua spa­gno­la, avreb­be com­piu­to novant’anni.

Buon com­plean­no a Gabo, per­ché pen­sa­va che la vita non fos­se “quel­la che vivia­mo ma quel­la che ricor­dia­mo e come la ricor­dia­mo”, poco impor­ta che sia il ricor­do del desti­no degli amo­ri con­tra­sta­ti, susci­ta­to dall’odore del­le man­dor­le ama­re. O che sia un ricor­do simi­le a quel­lo lega­to all’immagine di Reme­dios la bel­la, pri­mo­ge­ni­ta di Arca­dio e San­ta Sofia de la Pie­dad, che a qual­cu­no susci­ta­va un dolo­re fisi­co para­go­na­bi­le ad una pie­truz­za in una scarpa.

Buon com­plean­no, per­ché Gabo del­la vita pen­sa­va anche che sia “la cosa miglio­re mai inven­ta­ta”, come fa dire al colon­nel­lo che non ha nes­su­no che gli scri­va. For­se è anche per que­sto che da sua non­na ave­va impa­ra­to pre­sto a rac­con­ta­re le “frot­to­le più assur­de con una fac­cia seria”, come ama­va dire.

Così della vita ha raccontato tutto.

Ha rac­con­ta­to l’amore, la sua “uni­ca ideo­lo­gia”, come dice­va anche quan­do lo cri­ti­ca­va­no per la sua ami­ci­zia con Castro. Dell’amore ave­va capi­to che quel­lo non cor­ri­spo­sto è la for­za invin­ci­bi­le che muo­ve il mon­do più di quel­lo feli­ce. Che nel gior­no del Giu­di­zio si può esse­re con­dan­na­ti per non aver rico­no­sciu­to l’amore in casa. Che per amo­re si può fare come Flo­ren­ti­no Ari­za, che pas­sò un inte­ro pome­rig­gio a man­gia­re rose e a ripas­sa­re più vol­te una let­te­ra d’amore, “man­gian­do più rose quan­to più la leg­ge­va, e a mez­za­not­te l’aveva let­ta così tan­to e ave­va man­gia­to così tan­te rose che la madre dovet­te sten­der­lo a ter­ra come un vitel­lo per far­gli ingo­ia­re un decot­to di olio di ricino”.

Ha rac­con­ta­to il tem­po “che pas­sa” come pen­sa Ursu­la, “ma non tan­to” come dice Aure­lia­no, anche per­ché in cer­ti luo­ghi simi­li a Macon­do può pio­ve­re per quat­tro anni, undi­ci mesi e due gior­ni. Ha rac­con­ta­to l’America lati­na, non mol­to diver­sa dal­la sua Macon­do dimen­ti­ca­ta “per­fi­no dagli uccel­li”, ribel­le e guer­ri­glie­ra, dove fan­ta­sia e real­tà, cro­na­ca e sto­ria, sogno e lot­ta si incro­cia­no irrimediabilmente.

Non ha per­so occa­sio­ne per rac­con­tar­ne le stra­va­gan­ze nean­che nel discor­so tenu­to in occa­sio­ne del­la con­se­gna del Pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra del 1982, quan­do, citan­do i rac­con­ti di viag­gi dei navi­ga­to­ri euro­pei dell’epoca del­le gran­di sco­per­te, ha ricor­da­to la curio­sa uma­ni­tà che popo­la que­ste ter­re: il pri­mo nati­vo del­la Pata­go­nia che ave­va pau­ra del­la sua stes­sa imma­gi­ne rifles­sa in uno spec­chio, gli esplo­ra­to­ri alla ricer­ca del­la fon­te dell’eterna gio­vi­nez­za e mol­ti altri, con tut­to il loro eso­ti­smo e comunitarismo.

Nean­che allo­ra ha dimen­ti­ca­to che l’indipendenza dal­la domi­na­zio­ne spa­gno­la non ha sal­va­to il con­ti­nen­te dal­la fol­lie del­le guer­re civi­li, dei col­pi di sta­to, degli etno­ci­di e dei desa­pa­re­ci­dos. Ne ha cri­ti­ca­to il pater­na­li­smo e l’immobilismo socia­le: non a caso Cent’anni di soli­tu­di­ne, pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 1967, si ispi­ra alle mobi­li­ta­zio­ni con­ta­di­ne che sta­va­no avve­nen­do in Colom­bia in que­gli anni, tem­pi dif­fi­ci­li, nei qua­li il pro­ble­ma agra­rio si era tra­sfor­ma­to in una del­le fon­ti prin­ci­pa­li di gene­ra­liz­za­zio­ne del­la vio­len­za, quan­do alle richie­ste di rifor­me agra­rie e socia­li i pro­prie­ta­ri, pur di affer­ma­re il model­lo lati­fon­di­sta, rea­gi­va­no ricor­ren­do all’esercito, alla poli­zia o, peg­gio anco­ra, alle ban­de private.

Ha rac­con­ta­to il dolo­re, nel­le sue diver­se for­me: la nostal­gia, come quel­la che pro­va il colon­nel­lo Aure­lia­no Buen­dia nel rive­de­re dopo tan­ti anni Pilar Ter­ne­ra, che gli fa pen­sa­re che for­se, se l’avesse spo­sa­ta, sareb­be sta­to “arti­gia­no sen­za nome”, oltre che sen­za guer­ra e sen­za glo­ria, ma alme­no sareb­be sta­to feli­ce. Il dolo­re di Fer­mi­na Daza, che dopo la mor­te del mari­to pian­ge­va per qual­sia­si cosa, per­fi­no per “il pigia­ma sot­to il guanciale”.

Ha rac­con­ta­to la mor­te, quel­la annun­cia­ta e vio­len­ta di San­tia­go Nasar, che il gior­no in cui l’avrebbero ucci­so si alzò pri­ma dell’alba per anda­re ad aspet­ta­re il bat­tel­lo con cui arri­va­va il vesco­vo. Quel­la che scen­de a pat­ti con il colon­nel­lo Buen­dia per 32 vol­te, in ogni guer­ra che com­bat­te. Quel­la che arri­va non quan­do si deve mori­re, ma quan­do si può.

Ha vis­su­to per rac­con­tar­la e l’ha rac­con­ta­ta magi­ca. Ma che nes­su­no si azzar­di a dire che ha inven­ta­to il rea­li­smo magi­co, nozio­ne che lui dete­sta­va, per­ché “la real­tà è più magi­ca di quan­to si pos­sa pensare”.

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Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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