Perchè Chuck Berry non è stato solo “Johnny Be Good”

Ieri not­te all’e­tà di 90 anni si è spen­to Char­les Edward Ander­son Ber­ry, uno dei padri fon­da­to­ri del­la musi­ca del XX seco­lo. Ed è suc­ces­so di nuo­vo. Anche que­sta vol­ta, acce­den­do a Face­book, sare­te sta­ti inon­da­ti da post di tri­bu­to di ogni sor­ta, ma la stra­gran­de mag­gio­ran­za — tol­ti chi cer­ta­men­te lo ascol­ta­va dav­ve­ro — acco­mu­na­ti da un uni­co gran­de deno­mi­na­to­re: John­ny be Good.

Per cari­tà, fu così per i cin­quan­t’an­ni dal­la nasci­ta di Cobain con Smells Like Teen Spi­rit, con il pas­sag­gio a miglior vita di Bowie o l’an­ni­ver­sa­rio, di nasci­ta o di mor­te, di qual­sia­si arti­sta pre­so casual­men­te . Il pun­to, sia chia­ro, non è cri­ti­ca­re la scel­ta del­la can­zo­ne più rap­pre­sen­ta­ti­va né tan­to meno l’i­dea del ricor­da­re o fare un tri­bu­to ad un artista.

Il problema è il fermarsi a quello perchè dell’artista in merito non si conosce un beneamato niente.

E Chuck Ber­ry meri­ta di più, per­chè è sta­to mol­to di più di una can­zo­ne. Tra­la­scian­do se sia sta­to lui a inven­ta­re il gene­re — sem­pre ammes­so che abbia sen­so que­sta ricer­ca spa­smo­di­ca di un “Padre” per ogni cosa — ciò che è cer­to è che Chuck in quel­la secon­da metà degli anni ’50 che suo­na­va tan­to come un mix di blues e folk con il jazz a far­ne da padro­ne, fu il pri­mo a con­ce­pi­re per la chi­tar­ra elet­tri­ca, fino ad allo­ra qua­si esclu­si­va­men­te stru­men­to rit­mi­co, un nuo­va vita, una nuo­va ani­ma. Tra riff e soli desti­na­ti alla sto­ria, creò sono­ri­tà nuo­ve dosan­do­le al blue, dan­do così un con­tri­bu­to fon­da­men­ta­le alla for­mu­la­zio­ne musi­ca­le del Rock ‘n roll.

Tut­ta­via, il suo appor­to al nascen­te gene­re non si fer­mò a que­sto. Per pri­mo die­de espres­sio­ne a quei nuo­vi sen­ti­men­ti e pen­sie­ri che sta­va­no pren­den­do vita nei gio­va­ni del tem­po, ne tras­se ispi­ra­zio­ne e rac­con­tò con sem­pli­ci­tà e vivi­da ener­gia scor­ci di vita quo­ti­dia­na, dal­la sto­ria d’a­mo­re alla mac­chi­na nuo­va, diven­tan­do così voce di una gene­ra­zio­ne intera.

Dis­se Len­non su di lui in una cele­bre intervista:

«Se tu volessi dare un altro nome al Rock ‘n roll, lo potresti chiamare Chuck Berry».

Dis­se que­sto per­chè quel gio­va­ne di Elleard­svil­le ave­va vis­su­to e incar­na­to fino agli estre­mi il Rock che suo­na­va sul pal­co con quel­l’e­ner­gia esplo­si­va, con quel­lo sti­le uni­co capa­ce di crea­re movi­men­ti ico­ni­ci come la cele­bre duck walk.

cb

Non tut­ti san­no, infat­ti, che Ber­ry ebbe mol­ti pro­ble­mi con la giu­sti­zia tra i qua­li, oltre all’ac­cu­sa di rapi­na, tre anni di reclu­sio­ni dopo esser sta­to con­dan­na­to nel ’59 per aver avu­to una rela­zio­ne con una quat­tor­di­cen­ne. Un carat­te­re for­te non solo da gio­va­ne, che fino a pochi anni fa lo por­ta­va a non voler una band spal­la ma a chie­de­re di vol­ta in vol­ta dei musi­ci­sti per suo­na­re. D’al­tron­de, qua­le musi­ci­sta che voles­se defi­nir­si tale pote­va per­met­ter­si di non cono­sce­re i suoi pezzi?

Nel­l’ot­to­bre del 2016, in occa­sio­ne del suo novan­te­si­mo com­plean­no, dopo tren­tot­to anni dal­l’ul­ti­mo lavo­ro in stu­dio, ave­va annun­cia­to l’u­sci­ta nel cor­so del 2017 di un nuo­vo album di ine­di­ti, inti­to­la­to sem­pli­ce­men­te Chuck, dedi­ca­to a sua moglie The­met­ta, com­pa­gna di vita da ses­san­tot­to anni, e regi­stra­to con una band for­ma­ta, oltre che dai musi­ci­sti suoi col­la­bo­ra­to­ri sto­ri­ci, anche da due dei suoi tre figli. Non ci resta che atten­de­re l’u­sci­ta di que­st’ul­ti­mo album, che va a unir­si all’e­nor­me lasci­to arti­sti­co di que­sto gigan­te del­la musi­ca moder­na, che con­ti­nue­re­mo ad ama­re e ad ascol­ta­re, bal­lan­do come la pri­ma volta.

«Non cre­do di esse­re spe­cia­le. Nien­te a che vede­re con l’espressione di Nat King Cole, la poe­sia di Maya Ange­lou o l’eleganza di Duke Elling­ton. La mia musi­ca è mol­to sem­pli­ce. Vole­vo suo­na­re il blues ma non ero abba­stan­za blue. Non ero come Mud­dy Waters o altra gen­te che ave­va vera­men­te sof­fer­to. In casa nostra non man­ca­va il cibo in tavo­la ed era­va­mo bene­stan­ti rispet­to a tan­te altre fami­glie. Così mi sono con­cen­tra­to sul diver­ti­men­to, sull’allegria e sul­le novi­tà. Ho scrit­to di auto­mo­bi­li per­ché una per­so­na su due le pos­se­de­va. Ho scrit­to d’amore per­ché tut­ti voglio­no l’amore. Ho scrit­to can­zo­ni che i bian­chi potes­se­ro com­pra­re per­ché ciò mi avreb­be por­ta­to dena­ro. Era quel­lo il mio sco­po: guar­da­re il mio estrat­to con­to e vede­re milio­ni di dollari».

https://www.youtube.com/playlist?list=PLHyRkM3-dabldPheEveOHiK_Co6ln58bu

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Federico Arduini
Musi­co ritar­da­ta­rio, sem­pre nel posto giu­sto al momen­to sba­glia­to! Amo la let­te­ra­tu­ra tan­to quan­to lei odia me.

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