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«Ho scritto perché sentivo il bisogno di scrivere. Se lei mi chiede di andare più in là e di trovare da dove nasca questo bisogno io non so rispondere. L’atto di scrivere equivale per me allo stendermi sul divano di Freud. Sentivo un bisogno così prepotente di raccontare, che raccontavo a voce».
Ecco che quindi il primo incontro comincia proprio ad esplorare la biografia dello scrittore, nato nel 1919, momento in cui veniva fondato in Germania il partito nazionalsocialista e i fasci di combattimento in Italia, presagi a cui, inizialmente, non veniva data voce nella casa dell’autore e dai suoi familiari.
«Dopo il ritorno da Auschwitz avevo un gran bisogno di parlare, credo di aver subito una maturazione avendo avuto la fortuna di sopravvivere. Non si tratta di forza, ma di fortuna: non si può vincere con le proprie forze un lager. Sono stato fortunato: per essere stato chimico, per aver incontrato un muratore che mi dava da mangiare, per aver superato le difficoltà del linguaggio. Mi sono ammalato una sola volta, alla fine, e anche questa è stata una fortuna».
O ancora: «Sì, la manipolazione della massa è stata usata per la prima volta dai fascisti, nazisti e sovietici, prima non si poteva: prima non c’erano le masse. C’era qualche migliaio di persone, che ascoltavano l’oratore riunite in piazza».