La lotta per la parità salariale nell’Islanda femminista

Alle don­ne islan­de­si che il pome­rig­gio del 24 otto­bre scor­so han­no lascia­to il pro­prio posto di lavo­ro alle 14.38 per pro­te­sta­re con­tro la disu­gua­glian­za degli sti­pen­di, le fra­si pro­nun­cia­te un mese fa da Kor­win-Mik­ke in una sedu­ta del Par­la­men­to Euro­peo non devo­no esse­re pro­prio pia­ciu­te. Ades­so anche loro san­no che tra i pri­mi cen­to gio­ca­to­ri di scac­chi non c’è nem­me­no una don­na, ma a dif­fe­ren­za dell’eurodeputato polac­co non la riten­go­no una pro­va incon­fu­ta­bi­le del fat­to che le don­ne sia­no «più debo­li, più pic­co­le e meno intel­li­gen­ti», né una giu­sti­fi­ca­zio­ne del fat­to che sia­no paga­te di meno. Per ora sarà Mik­ke a resta­re sen­za sti­pen­dio: il PE ha deci­so che rimar­rà tren­ta gior­ni sen­za dia­ria, pari a 306 euro al giorno.

Ogni pome­rig­gio, alle 14.38 le don­ne islan­de­si smet­to­no di esse­re paga­te, gua­da­gnan­do in media solo il 70% di quan­to non fac­cia­no i loro col­le­ghi uomi­ni. La loro gior­na­ta lavo­ra­ti­va, però, con­ti­nua fino alle 17. Il 29 mar­zo una leg­ge sul­la pari­tà sala­ria­le appro­va­ta dall’Althing, il par­la­men­to islan­de­se, è sta­ta pub­bli­ca­ta sul­la Gaz­zet­ta Uffi­cia­le. Il prov­ve­di­men­to richie­de alle azien­de con oltre 25 dipen­den­ti di otte­ne­re, entro il 2020, una cer­ti­fi­ca­zio­ne che dimo­stri che i loro dipen­den­ti sono paga­ti allo stes­so modo, a pre­scin­de­re dal gene­re, con­for­me­men­te alla legi­sla­zio­ne sul­la pari­tà sala­ria­le, appro­va­ta avan­guar­di­sti­ca­men­te nell’ormai lon­ta­no 1960.

La nuo­va leg­ge era più che mai neces­sa­ria: fino­ra le don­ne islan­de­si han­no gua­da­gna­to tra il 14 e il 20% in meno dei loro col­le­ghi uomi­ni. Il Gen­der Wage Gap, la dispa­ri­tà sala­ria­le tra lavo­ra­to­ri e lavo­ra­tri­ci, dun­que, non ha rispar­mia­to nem­me­no l’Islanda, che pos­sie­de una repu­ta­zio­ne con­so­li­da­ta come pae­se all’avanguardia nel­le que­stio­ni di gene­re. Non a caso, la ter­ra colo­niz­za­ta dai vichin­ghi è sta­ta più vol­te defi­ni­ta “il miglior posto al mon­do in cui nasce­re don­na”. L’attributo, per altro, non sem­bra affat­to azzar­da­to se si con­si­de­ra che l’80% del­le don­ne islan­de­si lavo­ra, che oltre il 40% del par­la­men­to è com­po­sto da don­ne e che il 65% degli iscrit­ti all’università sono stu­den­tes­se. Come se non bastas­se, gli islan­de­si sono sta­ti i pri­mi al mon­do ad eleg­ge­re una don­na come pre­si­den­te del­la repub­bli­ca, facen­do entra­re nel­la sto­ria Vig­dís Finn­bo­ga­dót­tir nel 1980.  In Islan­da i rap­por­ti di gene­re sono impron­ta­ti al model­lo rac­con­ta­to nel­le saghe medie­va­li, nel­le qua­li le don­ne arma­no le navi, recla­ma­no ter­re ver­gi­ni, orga­niz­za­no matri­mo­ni, rega­la­no appez­za­men­ti, instau­ra­no rela­zio­ni fino a fon­da­re vasti clan di cui diven­ta­no le custo­di rico­no­sciu­te dell’onore e del pre­sti­gio. Di cer­to, non riman­go­no ad aspet­ta­re il ritor­no del loro Ulis­se tes­sen­do la tela. La più cele­bre è Gurund, eroi­na medie­va­le pro­ta­go­ni­sta del­la Saga Lax­dae­la, una del­le più cono­sciu­te del­la let­te­ra­tu­ra nordica

Nel 2016 l’Islanda si è guadagnata la vetta del ranking dei paesi migliori per le donne che lavorano, una classifica elaborata dall’Economist che prende in considerazione variabili come l’accesso ai livelli superiori di istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro e la retribuzione.

Que­sta pic­co­la nazio­ne insu­la­re, infat­ti, già da tem­po garan­ti­sce alle don­ne le miglio­ri oppor­tu­ni­tà di rice­ve­re lo stes­so trat­ta­men­to dei loro col­le­ghi uomi­ni sul luo­go di lavo­ro. Eppu­re il fem­mi­ni­smo islan­de­se sa che si potreb­be fare di più. Come evi­den­zia­to dal Word Eco­no­mic Forum nel report del 2016 sul glo­bal gen­der gap, ben­ché l’Islanda si sia posi­zio­na­ta al pri­mo posto per l’ottavo anno con­se­cu­ti­vo nel­la clas­si­fi­ca gene­ra­le , Rey­k­ja­vik è solo nona in quel­la rela­ti­va alla par­te­ci­pa­zio­ne eco­no­mi­ca e alle oppor­tu­ni­tà lavo­ra­ti­ve. Non che le altre se la pas­si­no meglio. Secon­do le sta­ti­sti­che di Euro­stat, nel 2015 nell’UE le don­ne gua­da­gna­va­no in media il 16,3% in meno all’ora rispet­to ai loro col­le­ghi uomi­ni. In par­ti­co­la­re, in Ger­ma­nia la distan­za sala­ria­le tra uomi­ni e don­ne si aggi­ra intor­no al 21%, men­tre in Gran Bre­ta­gna lo scar­to è del 17%.

L’iniziativa islan­de­se però, non sem­bra esse­re rima­sta iso­la­ta. Il 30 mar­zo il Bun­de­stag tede­sco ha appro­va­to una leg­ge che obbli­ga le impre­se con oltre 200 dipen­den­ti a ren­de­re con­to, a chi doves­se far­ne richie­sta, quan­to vie­ne paga­to un col­le­ga per la stes­sa pre­sta­zio­ne lavo­ra­ti­va. Il 6 apri­le in GB sono sta­ti adot­ta­ti rego­la­men­ti inte­gra­ti­vi dell’Equality Act del 2010 in base ai qua­li le socie­tà pri­va­te con oltre 250 dipen­den­ti dovran­no pub­bli­ca­re, entro un anno dall’entrata in vigo­re, i dati rela­ti­vi alle remu­ne­ra­zio­ni e ai bonus dei dipen­den­ti. L’Italia è tra i pae­si meno dise­gua­li dell’Unione Euro­pea: nel bel­pae­se le don­ne gua­da­gna­no il 6,5% in meno. I set­to­ri in cui que­sto diva­rio è mag­gio­re sono quel­lo del­le atti­vi­tà arti­sti­che e spor­ti­ve, quel­lo del­le atti­vi­tà tec­ni­che e scien­ti­fi­che  e quel­lo del­le atti­vi­tà finan­zia­rie ed assi­cu­ra­ti­ve. Quan­to ci sor­pren­do­no que­sti dati? C’è una ten­den­za a valo­riz­za­re il lavo­ro maschi­le più di quel­lo fem­mi­ni­le. Que­sta non è solo una que­stio­ne di ugua­glian­za sala­ria­le. Riguar­da  l’uguaglianze nel­la socie­tà, nel­la fami­glia e nel­la poli­ti­ca. Quel­la non ha genere.

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Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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