Un mese nel Mediterraneo a soccorrere migranti, intervista a Kevin McElvaney

Kevin McEl­va­ney è un foto­gra­fo e foto­re­por­ter tede­sco, di Ambur­go. Tra i diver­si gene­ri foto­gra­fi­ci che ha affron­ta­to, si sta­glia­no i suoi pro­get­ti sull’attuale cri­si migra­to­ria, che ha segui­to sia sul­la rot­ta bal­ca­ni­ca sia nel­le iso­le greche.

Nel cor­so del dicem­bre 2016 si è imbar­ca­to sul­la nave Acqua­rius dell’ONG  SOS Médi­ter­ra­née e ha pas­sa­to tre set­ti­ma­ne a soc­cor­re­re e foto­gra­fa­re i migran­ti che cer­ca­no di rag­giun­ge­re l’Europa lun­go la rot­ta mediterranea.
Il suo inten­to nel­lo svi­lup­po di que­sto pro­get­to è ben espres­so da un post pub­bli­ca­to poco pri­ma di par­ti­re: «In quest’epoca avvi­len­te non voglio dir­vi cosa biso­gna pen­sa­re, ma voglio che apria­te i vostri occhi- que­sto è il moti­vo per cui scat­to foto­gra­fie e que­sto è il moti­vo per cui sarò sul­la nave

(L’intervista è sta­ta edi­ta­ta per bre­vi­tà e chiarezza)

 

Come sei entra­to in con­tat­to con SOS Médi­ter­ra­née?

La rela­zio­ne tra me e SOS Médi­ter­ra­née nasce dal­la mostra che hai visto anche tu, #Refu­gee­Ca­me­ras. Il pro­get­to è sta­to espo­sto in mol­ti luo­ghi e per ogni espo­si­zio­ne abbia­mo gua­da­gna­to dei sol­di che non vole­vo entras­se­ro nel­le mie tasche, così ho ini­zia­to a cer­ca­re del­le orga­niz­za­zio­ni a cui donar­li e ho incon­tra­to, più o meno per caso, una ragaz­za di SOS Médi­ter­ra­née, una fon­da­tri­ce. Ai tem­pi la via bal­ca­ni­ca era diven­ta­ta mol­to dif­fi­ci­le da per­cor­re­re, oltre che mol­to meno fre­quen­ta­ta. Allo­ra ho deci­so di dona­re i miei sol­di per aiu­ta­re i volon­ta­ri che si occu­pa­no del­la via del Medi­ter­ra­neo. Inol­tre non vole­vo che i sol­di finis­se­ro ad una gran­de orga­niz­za­zio­ne come UNHCR. Insom­ma mi pia­ce­va il pro­get­to di SOS Médi­ter­ra­née ed è così che ci sia­mo cono­sciu­ti ed è ini­zia­to il nostro rap­por­to. L’idea di fon­do era:“visto che vi dono i miei sol­di, un gior­no, mi pia­ce­reb­be vede­re da vici­no il vostro lavo­ro, mi sem­bra­te una bel­la orga­niz­za­zio­ne. Se si libe­ra un posto da foto­gra­fo su una nave fate­mi sape­re che vi raggiungo”.

Alla fine il posto si è libe­ra­to a fine dicem­bre nel perio­do che com­pren­de Nata­le e Capo­dan­no, così li ho rag­giun­ti e mi sono imbar­ca­to con loro.

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Qual è la dif­fe­ren­za negli obiet­ti­vi, se ce n’è una, tra que­sto pro­get­to e #Refu­gee­Ca­me­ras?

#Refu­gee­Ca­me­ras ave­va più lo sco­po di dare la voce e la for­za del­la foto­gra­fia ad altri, ai rifu­gia­ti stes­si. Inten­do dire, si trat­ta­va più o meno del­la stes­sa cri­si migra­to­ria, ma su un iti­ne­ra­rio diverso…

Mi ricor­do che l’ultima vol­ta che ti inter­vi­stai ( Kevin McEl­va­ney era già sta­to inter­vi­sta­to dall’autore in occa­sio­ne dell’esposizione di #Refu­gee­Ca­me­ras al Mila­no Film Festi­val, a set­tem­bre 2016, ndr.) mi dice­sti che ave­vi inten­zio­ne di pren­der­ti una lun­ga pau­sa da que­sta cri­si e che vole­vi occu­par­ti di pro­get­ti total­men­te diver­si. Poi, tre mesi dopo, ho visto…

“Oh ma guar­da! Si è imbar­ca­to!” Eh sì! (ride) La vita va così. L’anno scor­so ho espo­sto #Refu­gee­Ca­me­ras una deci­na di vol­te e ho ini­zia­to a non poter­ne più di que­sto argo­men­to. La pri­ma vol­ta che ho pre­sen­ta­to #Refu­gee­Ca­me­ras è sta­ta ad apri­le 2016 e poi è sta­ta in mostra plu­ri­me vol­te, quin­di non è che sia stu­fo dell’argomento, però sape­vo che era abba­stan­za. Insom­ma nel­la tua men­te qual­sia­si tema, pri­ma o poi, rag­giun­ge un livel­lo in cui tu stes­so sai che deter­mi­na­te tema­ti­che devo­no ripo­sa­re un po’ per­ché, altri­men­ti, le per­so­ne non pre­sta­no più atten­zio­ne agli argo­men­ti dei tuoi lavori.

Finisce che la gente ti dice “sì va bene i rifugiati, storia trita” e poi non sanno nemmeno la differenza tra via balcanica e via del Mediterraneo.

L’altra dif­fe­ren­za è che #Refu­gee­Ca­me­ras per me è sta­to più una sor­ta di espe­ri­men­to socia­le. Ave­vo con­se­gna­to del­le foto­ca­me­re usa e get­ta e vole­vo vede­re se mi sareb­be­ro tor­na­te indie­tro. Lo sco­po era più che altro docu­men­ta­le. Inol­tre que­sto pro­get­to, quel­lo con SOS Médi­ter­ra­née, si distin­gue anche da quel­lo che trat­ta­va dell’accoglienza a Lesbo. Lì il retro­pen­sie­ro era sempre:

“posso stare a Lesbo uno, due, tre giorni, ma posso sempre prendermi un biglietto quando preferisco e in due ore tornare in Germania”.

Dal­la nave, inve­ce, non puoi scen­de­re quan­do vuoi. Poi per tor­na­re alle dif­fe­ren­ze tra que­sto pro­get­to e #Refu­gee­Ca­me­ras, una distin­zio­ne impor­tan­te è che io non sono un migran­te men­tre gli auto­ri del­le foto­gra­fie di #Refu­gee­Ca­me­ras era­no refu­gees. Però que­sta è una rispo­sta trop­po sem­pli­ce alla tua domanda.

Una bambina nelle braccia di una volontaria di SOS Méditerranée

Un arti­co­lo dell’ Eco­no­mi­st, “The new poli­ti­cal divi­de” affer­ma che, poli­ti­ca­men­te, il mon­do si divi­de sem­pre più negli schie­ra­men­ti aper­to con­tro chiu­so e sem­pre meno in schie­ra­men­ti sini­stra con­tro destra. Le per­so­ne a favo­re di un mon­do aper­to come pos­so­no con­vin­ce­re i fau­to­ri di un mon­do chiu­so del­la bon­tà del­le loro idee?

Pen­so che la par­te idio­ta del­la que­stio­ne sia che le per­so­ne non pos­so­no esse­re for­za­te ad esse­re aper­te. Pen­so che esse­re aper­ti o chiu­si dipen­da dai sen­ti­men­ti del­le per­so­ne. Non è una deci­sio­ne razio­na­le, non è una deci­sio­ne che vie­ne fat­ta col cervello.

Io seguo un sentimento, sono aperto per istinto.

In ogni caso le per­so­ne aper­te dovreb­be­ro cer­ca­re di capi­re i sen­ti­men­ti degli altri. Odio affer­ma­zio­ni come “sei fat­to così, hai que­sta opi­nio­ne, sei solo uno stron­zo”. Spes­so non si ten­go­no discus­sio­ni costrut­ti­ve, di nor­ma il dibat­ti­to assu­me toni del gene­re “ guar­da quan­to sei idio­ta, fai schi­fo, ti odio” e così la con­ver­sa­zio­ne ter­mi­na e non c’è ritor­no da dichia­ra­zio­ni del gene­re. Pen­so che esse­re aper­ti sia mol­to lega­to a quan­to viag­gi a quan­to, in gio­va­ne età soprat­tut­to, sei sta­to in con­tat­to con altre cul­tu­re. Inve­ce le per­so­ne chiu­se, par­lo del­la mia espe­rien­za per­so­na­le, ten­den­zial­men­te sono quel­le per­so­ne per cui è già una cosa fol­le anda­re una vol­ta all’anno in un vil­lag­gio vacan­ze a Maior­ca. Pen­so che quel­lo che ci ser­va sia di entra­re più in con­tat­to, non dico nem­me­no altre cul­tu­re, ma anche solo con altre lin­gue. Spes­so mi capi­ta di capi­re le per­so­ne chiu­se. Mi è capi­ta­to di sen­ti­re gri­da fol­li in ara­bo e in quei momen­ti può capi­tar­ti di ave­re pau­ra. Poi fai men­te loca­le e, gra­zie all’esperienza pre­gres­sa, com­pren­di la situa­zio­ne e ti cal­mi. Non oso imma­gi­na­re però, se a vol­te cer­te situa­zio­ni incu­to­no timo­re a me, qua­li pos­sa­no esse­re le rea­zio­ni di chi non ci è abituato.

In gene­ra­le pen­so che il noc­cio­lo del­la que­stio­ne sia­no i sen­ti­men­ti, non i pen­sie­ri. Se, per esem­pio, non me la sen­to di viag­gia­re in Ita­lia non me la sen­to e basta. Pen­so che le per­so­ne del­lo schie­ra­men­to aper­to dovreb­be­ro cer­ca­re di esse­re più empa­ti­che con lo schie­ra­men­to oppo­sto inve­ce che anda­re a muso duro con argo­men­ta­zio­ni tipo:” SONO UMANI ANCHE LORO, STRONZO!”, in que­sto modo le con­ver­sa­zio­ni pren­do­no pie­ghe sba­glia­te. Se, inve­ce, lasci il tem­po alle per­so­ne di riflet­te­re e che capi­sci la loro esi­gen­za di pro­teg­ger­si, poi puoi dimo­stra­re loro, dati alla mano, che nes­su­no sta inva­den­do l’Europa per stu­pra­re le loro mogli e i loro bambini.

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A che pun­to è giun­to il dibat­ti­to sui rifu­gia­ti in Germania?

In que­sto momen­to quel­lo che si sta discu­ten­do è cosa fare dei rifu­gia­ti, insom­ma qua­le sareb­be il modo miglio­re per inte­gra­re i rifu­gia­ti che ormai sono in Ger­ma­nia da un anno.

Ci si chie­de come può evol­ve­re la loro situa­zio­ne e come pos­sia­mo fare per far­li sta­re meglio. La Mer­kel nel 2015 dis­se “ tut­ti den­tro”, ma ora si sta rea­liz­zan­do che le paro­le non basta­no, ser­vo­no anche i fat­ti. Non si pos­so­no lascia­re per­so­ne gio­va­ni e moti­va­te con le mani in mano tut­to il gior­no. I rifu­gia­ti han­no biso­gno di esse­re inte­gra­ti nel tes­su­to socia­le, han­no biso­gno di un lavo­ro per­ché la man­can­za di lavo­ro pro­du­ce fru­stra­zio­ne e que­sta fru­stra­zio­ne potreb­be tra­sfor­mar­si in un pro­ble­ma per la socie­tà in qual­che anno.

Ora stiamo affrontando le conseguenze della politica del “tutti dentro” e si sta cercando di capire quale può essere il prossimo passo da fare.

Il pri­mo pas­so è sem­pli­ce, si con­se­gna una casa o li si met­te in un cen­tro d’accoglienza, ma gli uomi­ni han­no anche altri biso­gni come il lavo­ro e lo svi­lup­po per­so­na­le. Se si guar­da indie­tro, nel­la sto­ria, si capi­sce che agli even­ti migra­to­ri non si pos­so­no dare solu­zio­ni sem­pli­ci, però ci sono tan­te pic­co­le cose che pos­so­no esse­re fat­te e ci stia­mo muo­ven­do in que­sta direzione.

Un ritratto di Kevin McElvaney

Al festi­val di un famo­so perio­di­co ita­lia­no ho avu­to occa­sio­ne di assi­ste­re a una con­fe­ren­za in cui tre foto­gra­fi pre­sen­ta­va­no i loro pro­get­ti sul­la cri­si migra­to­ria. Tut­te le foto­gra­fie era­no in bian­co e nero ed era­no carat­te­riz­za­te da una for­te ricer­ca este­ti­ca. Non è poco rispet­to­so ricer­ca­re il lato arti­sti­co di una tra­ge­dia uma­na come quel­la dei migranti?
Mi pia­ce pre­sta­re più atten­zio­ne pos­si­bi­le alla ricer­ca este­ti­ca, sia che stia scat­tan­do foto­gra­fie per una pub­bli­ci­tà sia che sia­no foto­gra­fie d’altro gene­re. La mag­gior par­te del­le mie foto­gra­fie pre­sen­ta­no un con­tat­to visi­vo, di modo che pos­sa­no ren­der­si con­to che le sto fotografando.

Poi un altro pun­to che mi sen­to di aggiun­ge­re è: dovrei man­ca­re loro di rispet­to ritraen­do­li in foto­gra­fie in cui appa­io­no orri­bi­li? Que­sto è l’altro estre­mo del­lo spet­tro. Ho la sen­sa­zio­ne che le per­so­ne si immer­ga­no più volen­tie­ri nel pas­sa­to del sog­get­to del­la foto­gra­fia, se que­sti è ben rap­pre­sen­ta­to este­ti­ca­men­te. Insom­ma biso­gna tro­va­re l’equilibrio giusto.

Inol­tre, lo spet­ta­to­re stes­so è con­sa­pe­vo­le che cer­te foto­gra­fie arri­va­no da deter­mi­na­ti sce­na­ri e non dal­la pub­bli­ci­tà di Hugo Boss. In real­tà, devo dire, mi hai appe­na fat­to rea­liz­za­re che da un lato mi pia­ce la ricer­ca este­ti­ca e dall’altro non vor­rei mai che una per­so­na che si guar­da in una mia foto­gra­fia abbia repul­sio­ne di se stes­so. Pre­fe­ri­sco, quin­di, sce­glie­re sog­get­ti in pose eroi­che o comun­que pre­di­li­go le imma­gi­ni posi­ti­ve a quel­le negative.

Mare in tempesta

Quan­do un foto­gra­fo scat­ta foto di guer­ra, o gene­ri­ca­men­te di cata­stro­fi, dovreb­be sola­men­te dare impor­tan­za al valo­re docu­men­ta­le del­le sue foto oppu­re gli è, eti­ca­men­te, con­ces­so di pre­sta­re atten­zio­ne al pun­to di vista artistico?

Pen­so che per le foto­gra­fie che devo­no esse­re sem­pli­ci docu­men­ti ci sia­no già i foto­gra­fi dei gior­na­li. Poi, in real­tà, loro sono soprat­tut­to testi­mo­ni ocu­la­ri. A dire il vero, alla fine, sia­mo tut­ti testi­mo­ni ocu­la­ri. E, allo stes­so modo, alla fine sia­mo anche tut­ti artisti.

Però, se sei un new­spho­to­gra­pher sei più por­ta­to ad ave­re l’occhio da docu­men­ta­rio men­tre se sei un free­lan­ce e non pro­du­ci, alme­no non in pri­ma istan­za, per i gior­na­li sei, for­se, più por­ta­to a cura­re gli aspet­ti este­ti­ci del­le tue foto. Poi, in real­tà la com­bi­na­zio­ne di que­sti due aspet­ti non deve per for­za esse­re in un sin­go­lo foto­gra­fo, que­sti due aspet­ti si divi­do­no nell’intero insie­me dei foto­gra­fi, ognu­no segue la sua stra­da, poi è inte­res­san­te vede­re le diver­se prospettive.

Lo sguardo terrorizzato di una bambina

Io, però, ricor­do che l’esposizione #Refu­gee­Ca­me­ras era arti­co­la­ta così: c’erano due muri, uno in fron­te all’altro. Su un muro c’erano le foto­gra­fie scat­ta­te dai pro­fu­ghi con le mac­chi­ne che gli ave­vi invia­to tu, sull’altro alcu­ne foto sul­la stes­sa cri­si ad ope­ra di foto­gra­fi importanti.
Al tem­po, mi dice­sti che lo sco­po di #Refu­gee­Ca­me­ras era di ave­re foto­gra­fie piut­to­sto sfo­ca­te e brut­te, ma con un valo­re docu­men­ta­le che foto­gra­fie trop­po cura­te dal pun­to di vista estetico.

Quan­do le cri­si o le cata­stro­fi sono ai loro ini­zi, le per­so­ne ten­do­no a ritrar­le nel­lo stes­so modo e c’è sem­pre quel momen­to in cui le cose si pla­ca­no un po’ e dove l’arte ha più occa­sio­ne di emergere.

Bisogna indagare da diverse angolazioni e da diverse prospettive.

Acca­de spes­so che, quan­do una cri­si è agli ini­zi, si abbia biso­gno di più docu­men­ta­zio­ne, però alla fine #Refu­gee­Ca­me­ras è un pro­get­to che uni­sce un inten­to arti­sti­co, nato dal fat­to che ero stan­co di vede­re que­sta cri­si migra­to­ria ritrat­ta sem­pre nel­lo stes­so modo, ad un inten­to, effet­ti­va­men­te, docu­men­ta­le. Que­sta è la ragio­ne per cui ho segui­to que­sto pro­get­to. Non sono inte­res­sa­to a sco­piaz­za­re le idee di altri foto­gra­fi, voglio cer­ca­re di fare cose nuove.

Alcuni migranti, appena soccorsi, si abbandonano a un momento di divertimento

Qual è il miglior foto­re­por­ta­ge su que­sto decen­nio di cri­si migra­to­ria, a tuo avviso?
Mi piac­cio­no mol­to i lavo­ri di Daniel Etter, è un foto­gra­fo che rispet­to mol­to. Lui ave­va ini­zia­to nel­le iso­le gre­che , non solo Lesbo, pen­so le abbia attra­ver­sa­te qua­si tut­te. Tra l’altro era a Ido­me­ni nel momen­to giu­sto. Comun­que mi pia­ce trar­re ispi­ra­zio­ne dall’intero cor­po di foto­gra­fie sul­la cri­si, non mi pia­ce foca­liz­zar­mi su un sin­go­lo auto­re. Alla fine mi piac­cio­no i lavo­ri di quei foto­gra­fi che ho espo­sto in #Refu­gee­Ca­me­ras.

Quin­di più che a sin­go­li foto­gra­fi sei inte­res­sa­to a poche foto­gra­fie di tan­ti fotografi?
Sì! Non esi­ste un foto­gra­fo che da solo potreb­be ritrar­re una cri­si come que­sta. Quel­la di copri­re una cri­si come que­sta da soli è una richie­sta ecces­si­va. Io pen­so che avve­ni­men­ti sto­ri­ci come que­sto deb­ba­no esse­re ritrat­ti da più ango­la­zio­ni pos­si­bi­li. Non esi­ste una pro­spet­ti­va più giu­sta del­le altre.

Un’ultima doman­da, che ti chie­do in qua­li­tà di testi­mo­ne ocu­la­re e non di foto­gra­fo. In Ita­lia, nel­le ulti­me set­ti­ma­ne, c’è sta­to mol­to dibat­ti­to e alle navi di volon­ta­ri che soc­cor­ro­no i migran­ti è sta­ta rivol­ta l’accusa, respin­ta con for­za da Medi­ci sen­za Fron­tie­re, di avvi­ci­nar­si più di quan­to sareb­be leci­to alle coste libi­che per recu­pe­ra­re i migran­ti. Vor­rei che tu respin­ges­si que­ste accuse.

Sì, è un’accusa assur­da. Le navi di  SOS Médi­ter­ra­née riman­go­no al di fuo­ri del con­fi­ne del­le 20 miglia e ope­ra­no in acque inter­na­zio­na­li. Inol­tre in acque inter­na­zio­na­li, se si è vici­ni ad una bar­ca che sta affon­dan­do non si ha solo il dirit­to di soc­cor­rer­la, ma se ne ha anche il dove­re. Inol­tre non sono solo navi di civi­li ad ope­ra­re nel medi­ter­ra­neo, ma anche le navi mili­ta­ri irlan­de­si, ingle­si, tede­sche e ita­lia­ne. La ragio­ne prin­ci­pa­le per cui esi­sto­no ope­ra­zio­ni di soc­cor­so gesti­te da volon­ta­ri è che ci sia­no testi­mo­ni ocu­la­ri e ci sia­no foto­gra­fie. Nes­sun foto­gra­fo si è mai imbar­ca­to su navi mili­ta­ri o sul­le navi del­la guar­dia costie­ra e non pen­so potrà mai succedere.

Orga­niz­za­zio­ni come Sea­watch esi­sto­no per con­trol­la­re cosa suc­ce­de, solo col tem­po sono nate mis­sio­ni di ricer­ca e soc­cor­so come SOS Médi­ter­ra­née. Se le per­so­ne non cre­do­no alle mie paro­le, pos­so­no anda­re su vesseltracker.com e pos­so­no con­trol­la­re che rot­te pren­do­no le navi di soc­cor­so. Nes­su­no va oltre le 20 miglia dal­la costa libi­ca. In pri­mo luo­go sareb­be con­tra­rio al dirit­to inter­na­zio­na­le, in secon­do luo­go si ha il ter­ro­re del­le mili­zie libi­che. ( Ed è que­sto il moti­vo, oltre a come sono sta­te deter­mi­na­te le SAR-zones, per cui i migran­ti ven­go­no por­ta­ti tut­ti in Ita­lia N.d.R.). Nes­su­na di que­ste ope­ra­zio­ni di soc­cor­so gesti­te da civi­li è inte­res­sa­ta ad avvi­ci­nar­si alla costa, se lo faces­se­ro sareb­be­ro mes­si in pri­gio­ne e, a quel pun­to, nem­me­no a torto.

Se, però, trovi dei barconi in acque internazionali hai il diritto e il dovere di soccorrerli.

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Un’altra accu­sa che vie­ne fat­ta è quel­la che le navi del­le ONG aspet­ti­no esat­ta­men­te al di fuo­ri del­le acque nazio­na­li, così che i bar­co­ni deb­ba­no sem­pli­ce­men­te rag­giun­ge­re il ven­tu­ne­si­mo miglio per esse­re soc­cor­si. Ha avu­to mol­to suc­ces­so, di recen­te, il video di uno you­tu­ber, Luca Dona­del, che con argo­men­ta­zio­ni mol­to debo­li (che sono sta­te con­fu­ta­te da un pun­tua­le arti­co­lo di Leo­nar­do Bian­chi per Vice Ita­ly N.d.R.) sem­bra, impli­ci­ta­men­te, sup­por­ta­re la tesi che i migran­ti sono tra­spor­ta­ti appo­sta in Ita­lia per fare gli inte­res­si del­le coo­pe­ra­ti­ve che gesti­sco­no l’accoglienza o quel­li di chi sfrut­ta i migran­ti come lavo­ra­to­ri nei cam­pi o nel­la prostituzione.

Die­tro ai pro­ble­mi del­la pro­sti­tu­zio­ne e del capo­ra­la­to pen­so che, più che altro, ci sia la mafia. Poi è chia­ro che tra le per­so­ne che soc­cor­ri, spes­so, ci sono anche traf­fi­can­ti che cer­ca­no di usa­re la via più bre­ve per arri­va­re in Euro­pa, que­sto è un aspet­to intri­ca­to che le orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie anco­ra devo­no risol­ve­re, però non fer­mi le orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie per­ché ogni due­cen­to migran­ti che sal­vi tre o quat­tro sono dei criminali.

Allo stes­so modo non pos­so guar­da­re in fac­cia una per­so­na e dire: “bene, bene, sei nige­ria­na, don­na, gio­va­ne, c’è un buon 80% di pro­ba­bi­li­tà che tu fini­sca nel giro del­la pro­sti­tu­zio­ne, quin­di, per favo­re, tor­na­te­ne indie­tro”. Non si pos­so­no risol­ve­re que­sti pro­ble­mi in mare ed è un dirit­to di base quel­lo di poter chie­de­re asi­lo. La deci­sio­ne di riman­da­re indie­tro alcu­ne per­so­ne è una deci­sio­ne che va pre­sa in Italia.

La stes­sa cosa vale per le coo­pe­ra­ti­ve, non pos­so por­mi in mare la doman­da: “Que­sti pro­fu­ghi fini­ran­no in un cen­tro d’accoglienza di una coo­pe­ra­ti­va col­lu­sa con la mafia che li allog­ge­rà in con­di­zio­ni pes­si­me per guadagnarci?”.

Prima si soccorre e poi si pensa al resto.

Cer­to, può esse­re suc­ces­so che qual­che bar­co­ne fos­se appe­na al di fuo­ri dal­le 20 miglia, però, pos­so assi­cu­ra­re che i bar­co­ni non ven­go­no diret­ti dal­le navi di sal­va­tag­gio. Mi ricor­do che in un gior­no di tem­po sere­nis­si­mo, era anco­ra mol­to dif­fi­ci­le rin­trac­cia­re que­sti bar­co­ni. Quel gior­no anda­va­no soc­cor­si cin­que bar­co­ni e pen­sa­va­mo li avrem­mo tro­va­ti facil­men­te, inve­ce, sia­mo riu­sci­ti a soc­cor­re­re solo tre bar­co­ni su cin­que e degli altri due non abbia­mo tro­va­to né resti dell’imbarcazione né cor­pi. A vol­te non li vedi nem­me­no a due chi­lo­me­tri di distan­za, oppu­re con­fon­di i bar­co­ni con le onde. Pos­so assi­cu­ra­re che le navi di soc­cor­so non stan­no in aggua­to fuo­ri dal­le acque ter­ri­to­ria­li libi­che e che i rifu­gia­ti non arri­va­no al ven­tu­ne­si­mo miglio e sal­ta­no sul­le navi di soccorso.
Le ope­ra­zio­ni di soc­cor­so sono vera­men­te complicatissime.

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Con­di­vi­di:
Nicolò Tabarelli
Zelan­te buro­cra­te zari­sta, più per dispet­to che per convinzione.

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