9 maggio 1978: il ricordo di Moro e Impastato

Seb­be­ne la stret­ta attua­li­tà riman­di i pen­sie­ri ai nostri ami­ci oltral­pe, oggi ricor­ro­no 39 anni dal­la ritro­va­men­to del cor­po di Moro in via Cae­ta­ni e dal­l’as­sas­si­nio di Pep­pi­no Impa­sta­to. Par­tia­mo dal pri­mo. Mol­to si è det­to cir­ca la mor­te di Moro per mano del­le bri­ga­te ros­se che, come dis­se Patri­zio Peci — capo del­la “colon­na” di Tori­no — inter­vi­sta­to da Enzo Bia­gi nel 1983, già nel 1977 ave­va­no dub­bi sul ruo­lo di Mario Moret­ti. Un tra­di­to­re, un infil­tra­to da qual­che par­ti­to — non per for­za ita­lia­no — poli­ti­co inte­res­sa­to a crea­re in Ita­lia un cli­ma di ten­sio­ne e con­tem­po­ra­nea­men­te impe­di­re che le Br pren­des­se­ro trop­po pie­de. Diri­ger­le, mano­vrar­le, con­te­ner­le. Si sa anche che arri­va­ti alla fine le Br vole­va­no libe­rar­lo, ave­va­no lascia­to mil­le e più segna­li. Sape­va­no che se l’a­ves­se­ro ucci­so per loro sareb­be fini­ta, media­ti­ca­men­te, più che dal pun­to di vista giu­di­zia­rio. All’in­ter­no del grup­po c’e­ra mol­ta divi­sio­ne sul­la deci­sio­ne di chiu­de­re il seque­stro in manie­ra tra­gi­ca così come era ini­zia­to, ver­san­do san­gue innocente.

La dub­bia “Dire­zio­ne Stra­te­gi­ca” del­le br emi­se la sen­ten­za in tem­po per impe­di­re che l’allora pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca, Leo­ne, fir­mas­se un prov­ve­di­men­to di cle­men­za pre­di­spo­sto per Pao­la Besu­schio. Leo­ne ave­va scel­to in auto­no­mia e con cri­te­ri uma­ni­ta­ri, per le sue pre­ca­rie con­di­zio­ni di salu­te, fra i tre­di­ci dete­nu­ti di cui i ter­ro­ri­sti ave­va­no recla­ma­to la libe­ra­zio­ne. Anche il Papa si era spe­so mol­to e nel­l’ul­ti­ma let­te­ra Moro lo ricor­da come il solo che «abbia fat­to un pochi­no». Pao­lo VI era riu­sci­to a sta­bi­li­re un con­tat­to con i rapi­to­ri ed era pron­to a paga­re un for­tis­si­mo riscat­to per la sua libe­ra­zio­ne pro­prio in con­tem­po­ra­nea all’im­mi­nen­te fir­ma di Leo­ne. E sap­pia­mo come finì.

Il gior­no in cui ven­ne rapi­to, il 16 mar­zo del 1978, Moro sta­va recan­do­si alla Came­ra per la pre­sen­ta­zio­ne del quar­to gover­no del suo col­le­ga di par­ti­to Giu­lio Andreot­ti, appe­na costi­tui­to con la fidu­cia del Pci gui­da­to da Enri­co Ber­lin­guer. Il tut­to non sen­za una lun­ga e dif­fi­ci­le trat­ta­ti­va poli­ti­ca con­dot­ta da Moro per la Dc. La sua nota capa­ci­tà di per­sua­sio­ne e di rea­li­smo con­vin­se­ro Ber­lin­guer a rinun­cia­re al pro­po­si­to di fare nomi­na­re mini­stri due indi­pen­den­ti di sini­stra elet­ti nel­le liste del Pci, accon­ten­tan­do­si di pas­sa­re dall’astensione nei riguar­di del­lo stes­so gover­no alla fidu­cia, nego­zian­do­ne solo l’aggiornamento del pro­gram­ma. Tut­to que­sto era basta­to alle bri­ga­te ros­se, e a quan­ti le con­trol­la­va­no o usa­va­no, a con­si­de­ra­re sia Moro che Ber­lin­guer, tenu­ti di mira da tem­po, dei tra­di­to­ri del­la sini­stra e com­pli­ci del­lo Sta­to impe­ria­li­sti­co mon­dia­le con­tro il qua­le sen­ti­va­no di dover com­bat­te­re. E non poten­do atten­ta­re a Ber­lin­guer, lavo­ro per Mosca e din­tor­ni, come si era già ten­ta­to di fare nel 1973 in Bul­ga­ria, atten­ta­ro­no a Moro.

Col pas­sa­re degli anni la not­te del­la Repub­bli­ca, come fu chia­ma­ta la sta­gio­ne del seque­stro di Aldo Moro, si è pur­trop­po infit­ti­ta, anzi­ché schia­rir­si. Ogni vol­ta che si è cer­ca­to di venir­ne a capo con inda­gi­ni giu­di­zia­rie e par­la­men­ta­ri, al di là del­la cat­tu­ra e del­la con­dan­na degli auto­ri del seque­stro, il buio ha coper­to ipo­te­si e tri­sti certezze.

I misteri sono aumentati, anziché ridursi, e i racconti sempre più vaghi e reticenti, motivati con la necessità di coprire responsabilità e complicità inquietanti, capaci di compromettere ancora più di quanto già non sia accaduto il mito ideale e rivoluzionario, sia pure fallito, delle brigate rosse: sempre al minuscolo, come amava ricordare Pertini per non confonderle con chi ebbe un ruolo onorevole nelle Resistenza.

In que­gli anni la spi­ra­le di vio­len­za e mor­te sem­bra­va non fini­re. Segre­ti su miste­ri, mor­ti su pro­ces­si, uno scac­cia­va l’al­tro dal­la men­te del­l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca sem­pre più sbi­got­ti­ta. Quan­do Pep­pi­no Impa­sta­to morì per un cari­ca di esplo­si­vo su una fer­ro­via, piaz­za­ta da due sca­gnoz­zi del boss di Cosa Nostra Tano Bada­la­men­ti, ber­sa­glio pre­fe­ri­to del­la sua “Radio Aut”, la noti­zia pas­sò in secon­do pia­no rispet­to al ritro­va­men­to di Moro. Come sap­pia­mo dal­la sto­ria ben rac­con­ta­ta nel film I cen­to pas­si, pro­prio cen­to pas­si sepa­ra­no la casa di Pep­pi­no e quel­la di Bada­le­men­ti, in un cli­ma di omer­tà e dispe­ra­zio­ne per chi cono­sce­va Pep­pi­no, figlio di un padre “vici­no” alla mafia solo a cau­sa del cogna­to, Cesa­re Man­zel­la, capo del­la Cupo­la in que­gli anni.

Pep­pi­no ave­va l’en­tu­sia­smo del gio­va­ne che vede nel­l’o­mer­tà e nel­la vio­len­za gli stru­men­ti del­l’op­pres­sio­ne, l’i­ni­zio del­la fine, la nega­zio­ne del male che ne accre­sce solo la poten­za. Lui, il male, l’ha guar­da­to in fac­cia e oggi ricor­dar­lo come un eroe ci per­met­te di ave­re un model­lo, oltre ad ali­men­ta­re la spe­ran­za. Per que­sto, per ricor­dar­lo, non solo oggi, il comu­ne di Cini­si ha aper­to i luo­ghi sim­bo­li del­la sto­ria di Pep­pi­no, in modo che tut­ti pos­sa­no visi­tar­li attra­ver­so un percorso.

Il ricor­do di que­ste due mor­ti impo­ne una rifles­sio­ne, che però potreb­be risul­ta­re più effi­ca­ce leg­gen­do e medi­tan­do, soprat­tut­to sul­l’og­gi, le paro­le di altri più che le mie. Per cita­re nuo­va­men­te un’in­ter­vi­sta di Bia­gi, è famo­sa, ma da ricor­da­re sem­pre, la fra­se di Giu­sep­pe “Pip­po” Fava, — gior­na­li­sta ucci­so la sera del 5 gen­na­io 1984, per ordi­ne di Bene­det­to San­ta­pao­la e Aldo Erco­la­no, entram­bi mafio­si — pro­nun­cia­ta il 29 dicem­bre 1983, una set­ti­ma­na pri­ma di mori­re, duran­te un’in­ter­vi­sta, mol­to bel­la da leg­ge­re anche per l’e­vi­den­te sti­ma reci­pro­ca tra i due, che tra­spa­re da doman­de e risposte.

Bia­ge chie­de: Una vol­ta si dice­va che la for­za dei mafio­si era la capa­ci­tà di tace­re, e adesso?

Pip­po risponde:

La mafia gode di una tale impunità da essere diventata persino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Non credo ci sia questa paura, questa necessità di far silenzio. Io ho visto molti funerali di Stato, dico una cosa della quale io sono solo convinto e quindi potrebbe non essere vera: molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

Sapen­do cosa Moro scris­se nel­l’ul­ti­ma let­te­ra alla moglie, potrem­mo pen­sa­re che avreb­be dato ragio­ne a Fava. L’u­ni­ca cosa che que­ste gior­na­te del ricor­do pos­so­no inse­gnar­ci è a rima­ne­re vigi­li per­ché que­ste con­si­de­ra­zio­ni non appar­ten­go­no ad un’e­po­ca pas­sa­ta, fan­no par­te del nostro pre­sen­te. La chiac­chie­ra­ta con Bia­gi, infat­ti, Fava la con­clu­de così: «Tut­to nasce dal­la poli­ti­ca e dagli uomi­ni poli­ti­ci, dal fal­li­men­to del­la strut­tu­ra poli­ti­ca e for­se del­la nostra demo­cra­zia che noi, in buo­na fede, abbia­mo appas­sio­na­ta­men­te costrui­to, ma che si sta sgre­to­lan­do nel­le nostre mani. Dovrem­mo rico­min­cia­re da lì.»

Pub­bli­chia­mo anche l’ul­ti­ma let­te­ra che Moro scris­se alla moglie Noretta.

Mia dol­cis­si­ma Noretta, 

dopo un momen­to di esi­lis­si­mo otti­mi­smo, dovu­to for­se ad un mio equi­vo­co cir­ca quel che mi si veni­va dicen­do, sia­mo ormai, cre­do, al momen­to con­clu­si­vo. Non mi pare il caso di discu­te­re del­la cosa in sé e dell’incredibilità di una san­zio­ne che cade sul­la mia mitez­za e la mia mode­ra­zio­ne. Cer­to ho sba­glia­to, a fin di bene, nel defi­ni­re l’indirizzo del­la mia vita. Ma ormai non si può cam­bia­re. Resta solo di rico­no­sce­re che tu ave­vi ragio­ne. Si può solo dire che for­se sarem­mo sta­ti in altro modo puni­ti, noi e i nostri pic­co­li. Vor­rei restas­se ben chia­ra la pie­na respon­sa­bi­li­tà del­la Dc con il suo assur­do ed incre­di­bi­le com­por­ta­men­to. Essa va det­to con fer­mez­za, così come si deve rifiu­ta­re ogni even­tua­le meda­glia che si suo­le dare in que­sto caso. E’ poi vero che mol­tis­si­mi ami­ci (ma non ne so i nomi), o ingan­na­ti dall’idea che il par­la­re mi dan­neg­gias­se o pre­oc­cu­pa­ti del­le loro per­so­na­li posi­zio­ni, non si sono mos­si come avreb­be­ro dovu­to. Cen­to sole fir­me rac­col­te avreb­be­ro costret­to a trattare.

E que­sto è tut­to per il pas­sa­to. Per il futu­ro c’è in que­sto momen­to una tene­rez­za infi­ni­ta per voi, il ricor­do di tut­ti e di cia­scu­no, un amo­re gran­de gran­de cari­co di ricor­di appa­ren­te­men­te insi­gni­fi­can­ti e in real­tà pre­zio­si. Uni­ti nel mio ricor­do vive­te insie­me. Mi par­rà di esse­re tra voi. Per cari­tà, vive­te in una uni­ca casa, anche Emma se è pos­si­bi­le, e fate ricor­so ai buo­ni e cari ami­ci, che rin­gra­zie­rai tan­to, per le vostre esi­gen­ze. Bacia e carez­za per me tut­ti, vol­to per vol­to, occhi per occhi, capel­li per capel­li. A cia­scu­no una mia immen­sa tene­rez­za che pas­sa per le tue mani. Sii for­te, mia dol­cis­si­ma, in que­sta pro­va assur­da e incom­pren­si­bi­le. Sono le vie del Signore.

Ricor­da­mi a tut­ti i paren­ti ed ami­ci con immen­so affet­to ed a te e tut­ti un cal­dis­si­mo abbrac­cio pegno di un amo­re eter­no. Vor­rei capi­re, con i miei pic­co­li occhi mor­ta­li, come ci si vedrà dopo. Se ci fos­se luce, sareb­be bel­lis­si­mo. Amo­re mio, sen­ti­mi sem­pre con te e tien­mi stret­to. Bacia e carez­za Fida, Demi, Luca (tan­to tan­to Luca), Anna, Mario il pic­co­lo non nato, Agne­se, Gio­van­ni. Sono tan­to gra­to per quel­lo che han­no fat­to. Tut­to è inu­ti­le, quan­do non si vuo­le apri­re la por­ta. Il Papa ha fat­to pochi­no: for­se ne avrà scrupolo…“

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Susanna Causarano
Osser­vo ma non sono sem­pre cer­ta di quel­lo che vedo e ten­to inva­no di ammaz­za­re il tem­po. Ma quel­lo resta dov’è.

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