Aborigena Australia: l’arte effimera ma eterna degli aborigeni australiani al Mudec di Milano

In occa­sio­ne del­la secon­da edi­zio­ne del Festi­val Inter­na­zio­na­le del­la Poe­sia di Mila­no, nel­la sala biblio­te­ca del Mudec, per l’oc­ca­sio­ne rino­mi­na­ta sala “Giu­lio Rege­ni”, si è tenu­ta la mostra sul­l’ar­te e sul­la poe­sia degli abo­ri­ge­ni austra­lia­ni. Un ensem­ble di una poten­za uni­ca, così come uni­ca è la sto­ria di tut­ta l’ar­te aborigena.

Gli abo­ri­ge­ni austra­lia­ni, che in real­tà com­pren­do­no una vasta quan­ti­tà di tri­bù, riu­ni­te sot­to lin­gue dif­fe­ren­ti — are­lhe, anan­gu, yapa, koo­ri, mur­ri, nyun­gar, pala­wah e yoln­gu — non sono tan­to distan­ti dal con­cet­to occi­den­ta­le di arte, nono­stan­te la loro espres­sio­ne abbia ini­zia­to a sedi­men­tar­si in modo per­ma­nen­te solo da pochi decenni.

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La loro sto­ria ini­zia più di 10mila anni fa, momen­to in cui com­pa­re una pecu­lia­ri­tà uni­ca: la volon­tà di non appren­de­re un alfa­be­to e, di con­se­guen­za, l’ar­te del­la scrittura.

La loro espres­sio­ne favo­ri­ta, sen­za dub­bio, era la musi­ca, a cui si uni­va la pit­tu­ra sul cor­po. Attra­ver­so il tipi­co mug­ghia­re del did­ge­ri­doo, lo stru­men­to tra­di­zio­na­le, e la body art, essi riu­sci­va­no a crea­re un’o­pe­ra d’ar­te tota­le, for­tis­si­ma e insie­me effi­me­ra, poi­ché, dan­zan­do not­ti inte­re intor­no al fuo­co, tra­sfor­ma­va­no l’o­pe­ra in una per­for­man­ce tem­po­ra­nea — ai nostri occhi -, nono­stan­te assol­ves­se prin­ci­pal­men­te a ritua­le misti­co e catartico.

Il movimento, d’altronde, era l’essenza stessa del popolo aborigeno.

Le ope­re d’ar­te, se non sul cor­po, era­no ripro­dot­te sul ter­re­no attra­ver­so l’au­si­lio del­l’o­cra, dei ciot­to­li e del­la sab­bia. Mate­ria­li per nul­la dure­vo­li in sé, ma eter­ni se asso­cia­ti alla terra.

Ter­ra sul­la qua­le, a pie­di nudi, gli abo­ri­ge­ni dan­za­va­no fino allo sfi­ni­men­to, cal­pe­stan­do le ope­re d’ar­te appe­na ripro­dot­te ma nutren­do­le di altra arte, che cola­va dai loro cor­pi dipin­ti. Arte su arte, uni­ta alla musi­ca e ai cori ritua­li. Le Vie dei Can­ti sono gli esem­pi più cele­bri e rap­pre­sen­ta­no una com­pli­ca­tis­si­ma topo­no­ma­sti­ca musi­ca­le che per­met­te di ricrea­re e per­pe­tua­re i riti del­la creazione.

In que­sti miti la paro­la è il sog­get­to por­tan­te di tut­to: è attra­ver­so que­st’ul­ti­ma, infat­ti, che gli dei han­no ema­na­to la pro­pria for­za crea­tri­ce in un momen­to misti­co sospe­so fra il pre­sen­te e il “Tem­po del Sogno” (o tem­po del­la crea­zio­ne). La paro­la can­ta­ta, dun­que, è movi­men­to, crea­zio­ne, muta­men­to e rito. Per loro il can­to è tal­men­te impor­tan­te che, anco­ra oggi, ogni neo­na­to ere­di­ta una sezio­ne di can­to per dirit­to di nascita.

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È sola­men­te a par­ti­re dagli anni ’30 del Nove­cen­to, dopo mil­len­ni di sto­ria, che gli abo­ri­ge­ni ini­zia­no ad acco­star­si alla pit­tu­ra tra­di­zio­na­le, gra­zie all’in­ter­ven­to del­l’ar­ti­sta austra­lia­no Bat­ter­bee, che inse­gnò loro la tec­ni­ca del­la pit­tu­ra a olio.

Ma la svol­ta avvie­ne nel ’71: in una scuo­la nei pres­si di Ade­lai­de, nel nord del­l’Au­stra­lia, un inse­gnan­te d’ar­te inco­rag­gia gli abo­ri­ge­ni di Papu­nya a ripro­dur­re arti­sti­ca­men­te le loro sto­rie miti­che, con lo sti­le che uti­liz­za­va­no per dise­gna­re sul­la sab­bia, con la sola — ma rivo­lu­zio­na­ria — dif­fe­ren­za che, in que­sto modo, le ripro­du­zio­ni sareb­be­ro rima­ste intat­te sul­le pare­ti, sen­za dis­sol­ver­si. La tec­ni­ca uti­liz­za­ta, det­ta dot art, diven­ta l’e­sem­pio più dif­fu­so di pit­tu­ra abo­ri­ge­na, men­tre si crea il pri­mo col­let­ti­vo di arti­sti, che pren­de il nome di “Papu­nya Tula”.

Tut­ta­via l’e­va­ne­scen­za, l’a­spet­to più for­te, rima­ne nel­la poe­sia, la più vola­ti­le ed effi­me­ra di tut­te le arti. Nes­su­na cate­na né impo­si­zio­ne, la let­te­ra­tu­ra abo­ri­ge­na, sem­pli­ce­men­te, non è sta­ta codi­fi­ca­ta e gode tut­to­ra del­la magia dei can­ti spi­ri­tua­li anti­chi quan­to l’u­ma­ni­tà stessa.

” Di not­te quan­do mi sie­do vici­no al fuoco
lo Spi­ri­to del Gran­de Ser­pen­te dive­nu­to stella
io can­to can­zo­ni d’amore alla sua Presenza
men­tre gio­ca con le scin­til­le sul mio fuo­co. ”  (Can­to ritua­le aborigeno)

Con­di­vi­di:
Elena Cirla
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne, clas­se 1994.
Aman­te del­l’au­tun­no, dei viag­gi e del vino rosso.

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