Dieci cose che (forse) non sapete su John Fitzgerald Kennedy

U.S. President John F. Kennedy is greeted by an enthusiastic crowd of children and nuns from the Convent of Mercy, as he arrives from Dublin by helicopter at Galway's sports ground, Ireland, June 29, 1963. (AP Photo)

Cen­to anni fa, a Broo­kli­ne, Mas­sa­chu­setts, nac­que quel­lo che sareb­be diven­ta­to il più gio­va­ne pre­si­den­te ame­ri­ca­no elet­to, non­ché il pri­mo a esse­re cat­to­li­co e di ori­gi­ne irlan­de­se: John Fitz­ge­rald Kennedy. 

I suoi mil­le gior­ni di gover­no sono ricor­da­ti come l’inizio di una nuo­va era per gli Usa, tra­gi­ca­men­te inter­rot­ta dal­l’as­sas­si­nio di Dal­las del 22 novem­bre 1963. 

Gli storici si dividono fra chi considera la sua come una “presidenza incompiuta”,  e chi invece sottolinea la portata rivoluzionaria delle sue idee e delle battaglie in materia di diritti civili ed economia. 

Un son­dag­gio Gal­lup del 2011 lo met­te­va al quar­to posto fra i pre­si­den­ti più ama­ti di tut­ti i tem­pi, dopo Rea­gan, Lin­coln e Clin­ton. Su JFK mol­to si è scrit­to e det­to, in par­ti­co­la­re sui tre epi­so­di che han­no segna­to la sua pre­si­den­za: la ten­ta­ta inva­sio­ne del­la Baia dei Por­ci, la cri­si mis­si­li­sti­ca cuba­na e l’as­sas­si­nio; o del­la sua pas­sio­ne per le don­ne e la vela.  Ma ci sono degli aspet­ti del­la sua per­so­na­li­tà e del­la sua car­rie­ra anco­ra poco noti. Fra i tan­ti, ecco i die­ci più curiosi.

  • JFK non fu cer­to il pri­mo in fami­glia a fare poli­ti­ca: il non­no mater­no, John Fitz­ge­rald, fu sin­da­co di Boston; quel­lo pater­no, Patrick Ken­ne­dy, fu depu­ta­to e sena­to­re nel­lo sta­to del  Massachusetts.
  • La car­rie­ra poli­ti­ca di JFK fu un sus­se­guir­si di vit­to­rie: nel ‘45 ven­ne elet­to depu­ta­to, nel ‘56 sena­to­re e nel ‘60 pre­si­den­te. L’unica ele­zio­ne che per­se fu quel­la per la nomi­na­tion come vice­pre­si­den­te di Adlai Ste­ven­son, can­di­da­to alla pre­si­den­za per i demo­cra­ti­ci nel ‘56. Il risul­ta­to nega­ti­vo fu però visto di buon occhio dal padre: intuen­do che i repub­bli­ca­ni avreb­be­ro vin­to di nuo­vo, l’essere sta­to esclu­so da una cam­pa­gna fal­li­men­ta­re non pote­va che esse­re un bene per Jack.
  • JFK fu affet­to fin dal­l’a­do­le­scen­za dal mor­bo di Addi­son, una malat­tia del­le ghian­do­le sur­re­na­li carat­te­riz­za­ta da una caren­za degli ormo­ni neces­sa­ri a rego­la­re zuc­che­ro, sodio e potas­sio nel san­gue. Le cure con le inie­zio­ni di DOCA (un far­ma­co a base di cor­ti­co­ste­roi­di) gli pro­vo­ca­ro­no, come effet­to col­la­te­ra­le, un’o­steo­po­ro­si alle ver­te­bre che non riu­scì mai a debel­la­re completamente.
  • La vit­to­ria alle pre­si­den­zia­li con­tro Nixon, net­ta nel­l’as­se­gna­zio­ne dei gran­di elet­to­ri, fu inve­ce risi­ca­ta a livel­lo di voto popo­la­re: cir­ca 120 mila voti sepa­ra­ro­no i due con­ten­den­ti. Seb­be­ne JFK aves­se con­dot­to una cam­pa­gna eccel­len­te, cul­mi­na­ta nel­la vit­to­ria al dibat­ti­to tele­vi­si­vo, in mol­te fran­ge del­la popo­la­zio­ne era for­te la ritro­sia a dare il voto per un can­di­da­to dichia­ra­ta­men­te cattolico. 
  • I rap­por­ti con John­son, suo vice, non furo­no mai idil­lia­ci. A unir­li furo­no il cal­co­lo poli­ti­co: John­son, texa­no, pote­va garan­ti­re a Ken­ne­dy i voti degli sta­ti del Sud; vice­ver­sa, la vice­pre­si­den­za rap­pre­sen­ta­va l’ultima spe­ran­za per LBJ di ambi­re un gior­no alla cari­ca più alta.
  • JFK vin­se il pre­mio Puli­tzer “Bio­gra­fia e auto­bio­gra­fia” nel 1957 con Pro­fi­les in cou­ra­ge (“Ritrat­ti del corag­gio”), in cui descris­se gli atti di corag­gio e inte­gri­tà di otto sena­to­ri degli Sta­ti Uni­ti lun­go tut­ta la sto­ria americana.
  • Nel 1954 rischiò di mori­re per i postu­mi di un inter­ven­to alla schie­na. Si era fat­to inne­sta­re del­le plac­che d’acciaio nel­le ver­te­bre su con­si­glio dei medi­ci, ma que­ste ave­va­no cau­sa­to una sup­pu­ra­zio­ne inter­na. La situa­zio­ne fu cri­ti­ca al pun­to che gli ven­ne data l’estrema unzione.
  • Ben­ché appar­te­nen­ti a due cam­pi poli­ti­ci diver­si, Ken­ne­dy ed Eise­n­ho­wer si sti­ma­va­no reci­pro­ca­men­te, tan­to che l’ex pre­si­den­te in diver­se occa­sio­ni ven­ne con­vo­ca­to alla Casa Bian­ca dal suo gio­va­ne suc­ces­so­re per ave­re con­si­gli e suggerimenti.
  • La que­stio­ne raz­zia­le fu al cen­tro del­la pre­si­den­za Ken­ne­dy, anche se i pro­gres­si furo­no più sim­bo­li­ci che effet­ti­vi. Osteg­gia­to da un sena­to a lui invi­so, il pre­si­den­te sape­va di muo­ver­si su un ter­re­no mina­to, ma que­sto non gli vie­tò di nomi­na­re Clif­ford R. Whar­ton amba­scia­to­re in Nor­ve­gia. Fu il pri­mo afroa­me­ri­ca­no a rico­pri­re tale cari­ca in un pae­se a mag­gio­ran­za bianca.
  • Duran­te un’intervista, alla doman­da “come descri­ve­reb­be il suo lavo­ro?”, Ken­ne­dy rispo­se: «Ho una bel­la casa, l’ufficio è vici­no e lo sti­pen­dio è buono».

Arhur Schle­sin­ger, auto­re di A thou­sand days, affer­mò:

«Amava stare al centro dell’attenzione. Sotto pressione era sempre al suo meglio. E dopo ogni delusione diventava ancora più determinato». 

Un atteg­gia­men­to del gene­re può in par­te spie­ga­re per­ché JFK con­si­de­ras­se i pro­ble­mi di salu­te non come un osta­co­lo alla pre­si­den­za ma come una sfi­da che gli dava sod­di­sfa­zio­ne vincere.

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Francesco Albizzati
Pen­so, scri­vo, par­lo: spes­so iro­ni­ca­men­te. Aller­gi­co agli ‑ismi.

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