Gli anglofoni e lo spettro della secessione dal Camerun bilingue

Lo scor­so 20 apri­le è sta­to un gior­no di festa nel Sudo­ve­st e nel Nor­do­ve­st del Came­run, le due uni­che regio­ni anglo­fo­ne in un pae­se a mag­gio­ran­za fran­co­fo­na. Non era il gior­no dell’Unificazione, cele­bra­to il 1 otto­bre, e man­ca­va anco­ra un mese al Natio­nal Day, che ogni anno il 20 mag­gio ricor­da ai came­ru­nen­si il refe­ren­dum con il qua­le nel 1972 abban­do­na­ro­no il fede­ra­li­smo. Ma per tut­ti il ritor­no del­la con­nes­sio­ne inter­net dopo tre mesi di blac­kout è sta­to un buon moti­vo per dare avvio ai festeg­gia­men­ti trai i gio­va­ni di Buea, capo­luo­go del­la regio­ne del Sudovest.

Nati e cre­sciu­ti ai pie­di del mon­te Came­run, deno­mi­na­to dai nati­vi “mon­ta­gna del­la gran­dez­za”, que­sti gio­va­ni san­no che con una buo­na idea, un com­pu­ter e una con­nes­sio­ne inter­net pos­so­no con­qui­sta­re il mon­do. Non a caso, da tem­po ormai, tut­ti la chia­ma­no “Sili­con Moun­tain”. Qui, infat­ti, han­no sede le prin­ci­pa­li azien­de di alta tec­no­lo­gia del pae­se e in media ogni mese nasco­no 5 nuo­ve start up. Ce ne sono di tut­ti i tipi. Alcu­ne for­ni­sco­no ser­vi­zi di con­su­len­za e svi­lup­po di soft­ware, altre sono agen­zie di mar­ke­ting agri­co­lo che met­to­no in con­tat­to col­ti­va­to­ri loca­li e con­su­ma­to­ri. Ci sono anche piat­ta­for­me infor­ma­ti­che per la ricer­ca di lavo­ro in tut­ta l’Africa, e altre che ricer­ca­no atti­vi­tà com­mer­cia­li in diver­se cit­tà del Camerun.

Per que­sto quan­do lo scor­so 17 gen­na­io il pre­si­den­te Paul Biya, in cari­ca dai memo­ra­bi­li anni Ottan­ta, ha ordi­na­to alla com­pa­gnia Oran­ge Came­roun la sospen­sio­ne del­la con­nes­sio­ne inter­net nel­le regio­ni anglo­fo­ne, per la gen­te del posto è sta­to un duro col­po. La sospen­sio­ne del­la liber­tà di inter­net ha dan­neg­gia­to innan­zi­tut­to le impre­se che han­no scel­to il Sudo­ve­st ed il Nor­do­ve­st come loro quar­tier gene­ra­le. Sen­za una con­nes­sio­ne a dispo­si­zio­ne, poche han­no potu­to con­ti­nua­re a for­ni­re i pro­pri ser­vi­zi. Anche l’attività del­le ban­che ha subi­to ral­len­ta­men­ti, con i tra­sfe­ri­men­ti finan­zia­ri che non pote­va­no esse­re effettuati.

La deci­sio­ne era sta­ta pre­sa in segui­to a una lun­ga serie di pro­te­ste comin­cia­te a novem­bre. I pri­mi a scen­de­re in piaz­za sono sta­ti gli avvo­ca­ti di Bamen­da, la ter­za cit­tà più gran­de del Came­run non­ché capo­luo­go del­la regio­ne Nor­do­ve­st, con­tra­ri all’imposizione del­le cor­ti fran­ce­si in una regio­ne dove fino­ra il dirit­to è sta­to tra­di­zio­nal­men­te impron­ta­to al model­lo dei siste­mi giu­ri­di­ci di com­mon law, di stam­po tipi­ca­men­te anglosassone.

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Poi è sta­ta la vol­ta degli inse­gnan­ti, che al gover­no han­no con­te­sta­to l’assunzione di per­so­na­le fran­co­fo­no nel­le scuo­le loca­li. La ten­sio­ne è sali­ta nel mese di dicem­bre, quan­do alcu­ni mani­fe­stan­ti sono sta­ti ucci­si dagli agen­ti di poli­zia. La mino­ran­za anglo­fo­na, cir­ca il 20 % del­la popo­la­zio­ne came­ru­nen­se, da tem­po accu­sa Yaoun­dé di voler attua­re una vera e pro­pria “fran­co­fo­niz­za­zio­ne”. Lin­gua è pote­re, dopo tut­to: le bat­ta­glie lin­gui­sti­che sono com­bat­tu­te per l’identità, con­tri­bui­sco­no alla defi­ni­zio­ne degli equi­li­bri poli­ti­ci, han­no un impat­to sul­la con­vi­ven­za e sul­la sua riu­sci­ta. Non si trat­ta, per altro, di un caso iso­la­to, basta pen­sa­re ai ten­ta­ti­vi di rus­si­fi­ca­zio­ne, che han­no costi­tui­to solo una par­te di una più ampia stra­te­gia di recu­pe­ro dell’egemonia per­du­ta dal­la Rus­sia nei ter­ri­to­ri del suo “este­ro vicino”.

Anche nel caso del Camerun, dietro la questione linguistica si cela una lotta politica di vecchia data: quella contro la disuguaglianza, la marginalizzazione e lo sfruttamento degli anglofoni.

Sospen­den­do inter­net, il gover­no ha volu­to met­te­re a tace­re le pro­te­ste del­le comu­ni­tà anglo­fo­ne, che nei mesi scor­si sono sce­se in piaz­za per espri­me­re il pro­prio dis­sen­so con­tro l’esclusione che carat­te­riz­za la loro esi­sten­za nel­la socie­tà came­ru­nen­se. La diver­si­tà geo­lo­gi­ca e cul­tu­ra­le è val­sa a que­sto pae­se l’appellativo di “Afri­ca in miniatura”.

Del con­ti­nen­te però, il Came­run riflet­te anche la com­ples­si­tà, i con­flit­ti, le ere­di­tà sto­ri­che dif­fi­ci­li da supe­ra­re. Era­no gli anni Ses­san­ta quan­do qual­cu­no sognò un Came­run bilin­gue. Deve esse­re suc­ces­so una not­te dopo la fine del­la sta­gio­ne del­le piog­ge. Nel 1961, le éli­te poli­ti­che di due ter­ri­to­ri con diver­se ere­di­tà colo­nia­li – una fran­ce­se, l’altra bri­tan­ni­ca – deci­se­ro di for­ma­re uno Sta­to fede­ra­le. Con un refe­ren­dum orga­niz­za­to sot­to l’egida del­le Nazio­ni Uni­te, gli abi­tan­ti del Sudo­ve­st e del Nor­do­ve­st si espres­se­ro in favo­re dell’unificazione con il Came­run fran­ce­se. Spe­ra­va­no nel­la rea­liz­za­zio­ne di una fede­ra­zio­ne bilin­gue e bicul­tu­ra­le, nel­la qua­le anglo­fo­ni e fran­co­fo­ni avreb­be­ro potu­to vive­re in armonia.

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Agli anglo­fo­ni del Came­run non pia­ce osser­va­re le ceri­mo­nie che ogni anno si svol­go­no il 20 mag­gio. Anche se i loro con­na­zio­na­li fran­co­fo­ni si osti­na­no a chia­mar­lo «il gior­no del­la glo­rio­sa rivo­lu­zio­ne», gli anglo­fo­ni lo han­no tri­ste­men­te rino­mi­na­to «il gior­no del lut­to». Ricor­da loro il fal­li­men­to del sogno fede­ra­li­sta, nau­fra­ga­to mise­ra­men­te nel 1972, quan­do il pre­si­den­te Ahma­dou Ahi­d­jo pro­mos­se un refe­ren­dum che sta­bi­lì la nasci­ta di uno Sta­to uni­ta­rio for­te­men­te cen­tra­liz­za­to. Da allo­ra gli anglo­fo­ni, dive­nu­ti una mino­ran­za dota­ta di scar­so pote­re nego­zia­le, han­no sof­fer­to ingiu­sti­zie in ambi­to poli­ti­co, eco­no­mi­co e culturale.

Nes­sun anglo­fo­no ha mai occu­pa­to il ruo­lo di mini­stro del­la dife­sa, né quel­lo del­la sicu­rez­za nazio­na­le o del­le finan­ze, né tan­to meno quel­lo di Segre­ta­rio gene­ra­le, la cari­ca poli­ti­ca più alta dopo quel­la di pre­si­den­te del­la repub­bli­ca. Nean­che nel­la buro­cra­zia e nell’esercito c’è sta­to spa­zio per gli anglo­fo­ni e nes­su­na cor­po­ra­tion di gran­de rilie­vo è gui­da­ta da qual­cu­no di loro. A que­sto si aggiun­ge lo sfrut­ta­men­to del­le loro ter­re, siste­ma­ti­ca­men­te sot­to­po­ste a pra­ti­che sre­go­la­te di estra­zio­ne del petro­lio. Tut­to que­sto ha ali­men­ta­to tra gli anglo­fo­ni la sen­sa­zio­ne di esse­re ri-colo­niz­za­ti e ridot­ti a cit­ta­di­ni di secon­da clas­se. In que­sto cli­ma si è tor­na­to a par­la­re di seces­sio­ne, opzio­ne che in pas­sa­to era pre­sa in con­si­de­ra­zio­ne solo dal­le comu­ni­tà più radi­ca­li ma che ulti­ma­men­te sem­bra esser­si dif­fu­sa anche negli ambien­ti più moderati.

La deci­sio­ne di bloc­ca­re inter­net è sta­ta solo l’ultima di una del­le tan­te ves­sa­zio­ni che gli anglo­fo­ni han­no dovu­to sop­por­ta­re in pochi decen­ni di Came­run uni­to, e di cer­to non è sta­ta di poco con­to, visto che ha com­por­ta­to la vio­la­zio­ne del­le liber­tà di espres­sio­ne, asso­cia­zio­ne, di stam­pa, il dirit­to all’informazione e le liber­tà eco­no­mi­che, ed è sta­ta segui­ta dall’arresto di avvo­ca­ti e gior­na­li­sti. Anche se han­no festeg­gia­to, il ritor­no di inter­net non basta agli anglo­fo­ni: san­no che la stra­da dei dirit­ti è anco­ra lun­ga nel­la loro Afri­ca in miniatura.

Con­di­vi­di:
Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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