La guerra della sabbia nera

Il lago Kivu, al con­fi­ne tra Repub­bli­ca Demo­cra­ti­ca del Con­go e Ruan­da ne ha viste tan­te. Non solo è sta­to pro­ta­go­ni­sta di un’eru­zio­ne di tipo lim­ni­co, una cata­stro­fe natu­ra­le nel­la qua­le il dios­si­do di car­bo­nio in solu­zio­ne erut­ta improv­vi­sa­men­te dal­le acque pro­fon­de del lago, sof­fo­can­do la fau­na e la flo­ra sel­va­ti­ca, il bestia­me e gli esse­ri uma­ni. Non solo, nel 1994 i cor­pi gal­leg­gian­ti del­le vit­ti­me del geno­ci­dio ruan­de­se lo han­no reso tri­ste­men­te famo­so. Poi, dal 2004, nel­le regio­ni orien­ta­li del Con­go, che pren­do­no il nome dal mede­si­mo lago, si com­bat­te un con­flit­to che sem­bra esi­ste­re da sempre.

La colum­bi­te-tan­ta­li­te non è la cosa più pre­zio­sa che si tro­va in que­sta ter­ra bene­det­ta dal­la natu­ra, non dal­la sto­ria. Oro, dia­man­ti, rame, cobal­to e zin­co ren­do­no straor­di­na­ria­men­te ric­co il secon­do pae­se più gran­de del con­ti­nen­te dopo l’Algeria. Non a caso, un pro­ver­bio con­go­le­se dice che quan­do Dio, o chi per lui, ha crea­to il mon­do ave­va sul­la testa un sec­chio pie­no di cose pre­zio­se e poi, quan­do è arri­va­to in cima al Kili­man­gia­ro, il sec­chio è cadu­to sul Congo.

Eppu­re negli ulti­mi anni, il col­tan, come è chia­ma­ta da tut­ti la misce­la di colum­bi­te e tan­ta­li­te in Afri­ca, ha rice­vu­to un’attenzione ina­spet­ta­ta da par­te dei media inter­na­zio­na­li, che l’hanno indi­ca­ta come la cau­sa prin­ci­pa­le del­le atro­ci­tà di mas­sa che inquie­ta­no, ormai da tem­po, la vita di que­sto pae­se. Il col­tan ha un’importanza stra­te­gi­ca ed eco­no­mi­ca immen­sa. Esso, infat­ti, è con­te­nu­to in pic­co­le quan­ti­tà nei più comu­ni dispo­si­ti­vi elet­tro­ni­ci: dai tele­fo­ni cel­lu­la­ri ai com­pu­ter, pas­san­do per le con­sol­le da gio­co. Gra­zie alla sua capa­ci­tà di otti­miz­za­re il con­su­mo di ener­gia elet­tri­ca, esso per­met­te una mag­gio­re dura­ta del­le bat­te­rie degli appa­rec­chi tecnologici.

Il suo uti­liz­zo, però, riguar­da anche set­to­ri indu­stria­li mol­to diver­si da quel­lo dell’alta tec­no­lo­gia: da quel­lo auto­mo­bi­li­sti­co dove è uti­liz­za­to nel­la costru­zio­ne degli air­bag, pas­san­do per quel­lo chi­mi­co, quel­lo del­le costru­zio­ni, quel­lo medi­co (è con­te­nu­to nei pace­ma­ker), fino ad arri­va­re a quel­lo aero­spa­zia­le, che lo impie­ga per fab­bri­ca­re i moto­ri dei jet. Il pri­mo boom di col­tan si è veri­fi­ca­to all’inizio degli anni 2000, quel­li del­la digi­ta­liz­za­zio­ne, un’epoca nel­la qua­le l’entusiasmo lega­to al pos­ses­so di un cel­lu­la­re e alle infi­ni­te pos­si­bi­li­tà che improv­vi­sa­men­te ne deri­va­ro­no ci tol­se ogni dub­bio sul­la sua produzione.

Pri­ma di allo­ra pochi ave­va­no fat­to caso a que­sto mine­ra­le che asso­mi­glia a sab­bia nera. In que­gli anni però, il pic­co dei prez­zi sui mer­ca­ti inter­na­zio­na­li è sta­to un’autentica inie­zio­ne di adre­na­li­na per l’industria estrat­ti­va con­go­le­se, che ha ali­men­ta­to le spe­ran­ze dei con­go­le­si, attrat­ti dal­le sto­rie di pre­sun­ti mina­to­ri diven­ta­ti ric­chi. La pro­spet­ti­va non ha comun­que paci­fi­ca­to il pae­se, già stre­ma­to dal colo­nia­li­smo bel­ga, dall’instabilità poli­ti­ca post-colo­nia­le, dall’uccisione bru­ta­le del suo lea­der più pro­met­ten­te – Patri­ce Lumum­ba, il padre del Con­go indi­pen­den­te, assas­si­na­to e poi con­sa­cra­to eroe nazio­na­le dai suoi boia – dal­la dit­ta­tu­ra tren­ten­na­le che gli ave­va dato un altro nome (Zai­re), da un siste­ma isti­tu­zio­na­le cor­rot­to e inef­fi­cien­te, dal­la cat­ti­va gestio­ne del­le risor­se natu­ra­li ed eco­no­mi­che. A que­sto sce­na­rio poco pro­met­ten­te da 13 anni si è aggiun­ta anche la guer­ra civile.

Il ruo­lo dei mine­ra­li nel con­flit­to con­go­le­se è ogget­to di dibat­ti­to nel­la let­te­ra­tu­ra acca­de­mi­ca. In par­ti­co­la­re, il rap­por­to tra le estra­zio­ni di col­tan, i grup­pi arma­ti ribel­li e il con­flit­to nel­le pro­vin­ce orien­ta­li è da sem­pre oscu­ro e con­tro­ver­so. Negli anni il col­tan è sta­to da più par­ti con­si­de­ra­to un mez­zo e una moti­va­zio­ne per l’entrata di alcu­ni grup­pi arma­ti nel con­flit­to, soprat­tut­to da par­te del­le ONG, che negli anni non han­no per­so occa­sio­ne per denun­cia­re le vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni subi­te dai lavo­ra­to­ri — inclu­si bam­bi­ni e don­ne — del­le minie­re, in gran par­te con­trol­la­te dai signo­ri del­la guer­ra. Alcu­ni stu­di sem­bra­no voler ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del col­tan nel con­flit­to. Secon­do uno stu­dio con­dot­to nel 2013 dal Cen­tro di Stu­di Stra­te­gi­ci dell’Aia, l’importanza del col­tan come fon­te di finan­zia­men­to del­le ban­de arma­te è sta­ta spes­so esa­ge­ra­ta. Fat­ta ecce­zio­ne per gli anni del boom, la colum­bi­te-tan­ta­li­te avreb­be avu­to un ruo­lo mar­gi­na­le e, comun­que, non tale da favo­ri­re il pro­trar­si del­la guer­ra civi­le, soprat­tut­to in con­fron­to ad altre risor­se natu­ra­li, in par­ti­co­la­re l’oro (dal­la cui estra­zio­ne e dal cui com­mer­cio sareb­be deri­va­to il 28% dei pro­fit­ti otte­nu­ti dai grup­pi arma­ti) e soprat­tut­to cas­si­te­ri­te (mine­ra­le uti­liz­za­to nel­la pre­pa­ra­zio­ne del bron­zo che avreb­be for­ni­to il 62% dei profitti).

Anche se le sue impli­ca­zio­ni nel­la guer­ra civi­le sono incer­te, di sicu­ro il col­tan non ha por­ta­to né pace né ric­chez­za. La sua estra­zio­ne non è mai sta­ta ordi­na­ta, né tan­to­me­no uni­for­me e paci­fi­ca. Dopo tut­to, i prin­ci­pa­li depo­si­ti si tro­va­no nel cuo­re del­la guer­ra e dato il valo­re stra­te­gi­co del mine­ra­le in que­stio­ne è dif­fi­ci­le che que­sto sia sta­to com­ple­ta­men­te igno­ra­to. I con­go­le­si che si sono impe­gna­ti nel­la cor­sa al col­tan si sono imbat­tu­ti in uno sce­na­rio mol­to diver­so da quel­lo del­la gol­den rush cali­for­nia­na del­la metà dell’Ottocento. Di sicu­ro, ad arric­chir­si non sono sta­ti i con­ta­di­ni che han­no deci­so di abban­do­na­re i cam­pi per le minie­re. Come denun­cia­to da Glo­bal Wit­ness, tra il 2010 e il 2011, gran­di com­pa­gnie estrat­ti­ve inter­na­zio­na­li han­no acqui­sta­to con­ces­sio­ni mine­ra­rie per miliar­di di dol­la­ri, ma gran par­te dei pro­ven­ti non ha mai rag­giun­to le cas­se del­lo Stato.

L’esistenza di un col­le­ga­men­to tra il col­tan e la guer­ra civi­le sem­bra dimo­stra­to anche dal­le ini­zia­ti­ve legi­sla­ti­ve ela­bo­ra­te con l’obiettivo di ridur­re la con­nes­sio­ne tra i mine­ra­li e il con­flit­to. La leg­ge che sospen­de­va tut­te le atti­vi­tà di estra­zio­ne ed espor­ta­zio­ne non gesti­te diret­ta­men­te dal­lo Sta­to nel­le pro­vin­ce del Nord Kivu, Sud Kivu e Manie­ma appro­va­ta nel 2010 dal Pre­si­den­te con­go­le­se Kabi­la è sta­ta revo­ca­ta solo sei mesi dopo la sua intro­du­zio­ne: trop­po blan­da per evi­ta­re che le atti­vi­tà fos­se­ro pro­trat­te nel­le minie­re ille­ga­li e trop­po dan­no­sa per l’economia che gira intor­no alle minie­re. Nel­lo stes­so anno, la sezio­ne 1502 del­la rifor­ma di Wall Street volu­ta da Oba­ma ha impo­sto trac­cia­bi­li­tà e tra­spa­ren­za alle com­pa­gnie quo­ta­te nel­la bor­sa new­yor­ke­se, che sono tenu­te a ren­de­re nota la pro­ve­nien­za dei mate­ria­li uti­liz­za­ti nel­la rea­liz­za­zio­ne dei loro pro­dot­ti, sen­za pre­ve­de­re una mes­sa al ban­do diret­ta dei mine­ra­li pro­ve­nien­ti dal­le zone di con­flit­to. La leg­ge è sta­ta cri­ti­ca­ta da più par­ti, anche per aver favo­ri­to il com­mer­cio del col­tan e degli altri mine­ra­li con­go­le­si dai pae­si vici­ni. Con un ordi­ne ese­cu­ti­vo il pre­si­den­te Trump ha recen­te­men­te sospe­so la sezio­ne 1502, giu­di­can­do­la con­tra­ria agli inte­res­si nazio­na­li americani.

Intan­to il con­flit­to con­ti­nua a pro­vo­ca­re milio­ni di mor­ti, che si aggiun­go­no agli oltre cin­que milio­ni solo tra il 1998 e il 2007 secon­do Inter­na­tio­nal Rescue Committee.

Ecco tut­to il dilem­ma del boi­cot­tag­gio: ben­ché sia eti­ca­men­te dovu­to, rischia di con­dan­na­re la popo­la­zio­ne alla fame. I con­go­le­si che lavo­ra­no nel­le minie­re lo san­no bene, e dico­no spes­so che loro “dan­za­no al rit­mo del mer­ca­to internazionale”.

Con­di­vi­di:
Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.