Numero chiuso a Studi Umanistici: lo scontro generazionale nella lettera aperta di uno studente

Gia­co­mo D’Alfonso

Ormai è un anno che ho lascia­to il mio posto in Con­si­glio di Ammi­ni­stra­zio­ne del­la nostra ama­ta Uni­mi ed è altret­tan­to tem­po che non ho più alcun ruo­lo e non sono più mem­bro di nes­su­na orga­niz­za­zio­ne di rap­pre­sen­tan­za stu­den­te­sca. Da un po’ pri­ma (lo ammet­to) mi sono stan­ca­to di par­la­re di temi “uni­ver­si­ta­ri”. Mol­ti di voi non mi cono­sce­ran­no, ma come pote­te intui­re da que­ste tre righe, ho fat­to par­te del Cda del­la Sta­ta­le, ero un rap­pre­sen­tan­te degli Stu­den­ti, face­vo par­te di una lista di rap­pre­sen­tan­za e soprat­tut­to ero stan­co di occu­par­mi (dopo due anni di inca­ri­co) di que­stio­ni lega­te alla poli­ti­ca universitaria.

Gli ulti­mi fat­ti di cro­na­ca che han­no coin­vol­to la nostra Uni­ver­si­tà e in par­ti­co­la­re la que­stio­ne del nume­ro chiu­so a Stu­di Uma­ni­sti­ci, mi han­no però spin­to a rom­pe­re il silen­zio e ho quin­di deci­so di ripor­ta­re qui una mia per­so­na­le rifles­sio­ne, spe­ran­do però di non con­tri­bui­re alla inu­ti­le seque­la di spro­lo­qui auto­re­fe­ren­zia­li che si sono let­ti su blog, gior­na­li car­ta­cei e non sul tema.

Il nume­ro chiu­so a Stu­di Uma­ni­sti­ci, biso­gna dir­lo, non è un gol­pe né è una truf­fa e nem­me­no una cosa fol­le; è l’espressione di una pre­ci­sa linea poli­ti­ca di chi ammi­ni­stra l’Università, peral­tro demo­cra­ti­ca­men­te elet­to dal­la mag­gio­ran­za dei pro­fes­so­ri, trop­po spes­so ce ne dimentichiamo.
Il prov­ve­di­men­to è quin­di figlio di una poli­ti­ca, non (come sosten­go­no i pro­mo­to­ri del nume­ro chiu­so) figlio di un per­fet­to cal­co­lo ragio­nie­ri­sti­co, di una esi­gen­za di bilan­cio o di stra­ni rap­por­ti studenti/professori, banchi/sedie e penne/quaderni.
La cri­ti­ca e il dibat­ti­to sul tema sono di con­se­guen­za altret­tan­to legit­ti­mi e meri­te­reb­be­ro una discus­sio­ne più pro­fon­da e più ampia di quel­la che si sta facen­do oggi.

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(l’au­to­re duran­te una sedu­ta di Cda)

Il prov­ve­di­men­to che riguar­da Stu­di Uma­ni­sti­ci è, dice­vo, un pic­co­lo atto che fa par­te di un dise­gno poli­ti­co più gran­de, un pro­get­to chia­ris­si­mo espres­so in tut­te le sedi isti­tu­zio­na­li dal Ret­to­re Vago e dal Pro­ret­to­re alla didat­ti­ca De Luca. Ma soprat­tut­to è vin­cen­te. Infat­ti non è qua­si mai diret­ta­men­te il ver­ti­ce dell’Ateneo a por­ta­re avan­ti que­ste ini­zia­ti­ve, ma è il ver­ti­ce dall’Ateneo ad inco­rag­gia­re le Facol­tà ver­so que­sta direzione.

Il pro­get­to poli­ti­co si com­po­ne di sva­ria­ti altri prov­ve­di­men­ti come l’aumento del­le tas­se ai fuo­ri­cor­so e la dimi­nu­zio­ne degli appel­li, tut­te scel­te spac­cia­te per obbli­ga­te e sup­por­ta­te ovvia­men­te da dati scien­ti­fi­ci qua­si sem­pre ela­bo­ra­ti in posti come il CERN tra una par­ti­cel­la di dio e l’altra che dovreb­be­ro por­ta­re all’eliminazione del­lo stu­den­te fan­caz­zi­sta, che poi, bada­te bene, è più o meno l’idea del­lo “stu­den­te medio” che i pro­fes­so­ri hanno.

Io per­so­nal­men­te non con­di­vi­do que­sto dise­gno e so che mol­ti di voi sono d’accordo con me, ma so anche che mol­ti di voi non lo sono. Io, al di fuo­ri di ogni tipo di reto­ri­ca e ideo­lo­gia, vor­rei rivol­ger­mi pro­prio alle per­so­ne che inve­ce pen­sa­no che tut­to que­sto sia giu­sto, che accet­ta­no le deci­sio­ni pre­se dal­l’al­to come un dato di fat­to immu­ta­bi­le, come se fos­se la piog­gia che cade dal cie­lo. Vor­rei chie­der­gli se  capi­sco­no che quel­lo che avvie­ne oggi, anche su que­sti temi, è uno scon­tro gene­ra­zio­na­le sen­za precedenti.

La generazione dei “vecchi” ci vuole divisi, in costante competizione per emergere, disorganizzati e poco solidali. È per questo che hanno portato avanti la vulgata dei “troppi laureati”, “futuri disoccupati” proprio perché troppi. In questo mondo moderno solo i migliori tra noi (che dovranno necessariamente essere pochissimi) ce la faranno.

La veri­tà è che i lau­rea­ti in Ita­lia sono di nume­ro supe­rio­re solo a quel­lo del­la Roma­nia (dati Euro­stat) e che la loro gene­ra­zio­ne è tal­men­te restia a scom­met­te­re sui gio­va­ni, da chie­de­re l’e­spe­rien­za per fare il came­rie­re. Pur­trop­po spac­cia­no a pochi elet­ti un mise­ro e pian­gen­te piat­to di oppor­tu­ni­tà, per un ric­co pran­zo lucul­lia­no per pochi eccel­len­ti. Nel­la nostra Uni­ver­si­tà le ini­zia­ti­ve sono figlie di que­sto pen­sie­ro gene­ra­le: si dimi­nui­sco­no gli appel­li per con­tra­sta­re l’abbandono e alza­re il nume­ro di chi pas­sa gli esa­mi (dati alla mano ovvia­men­te) ed evi­ta­re enor­mi quan­ti­tà di stu­den­ti agli appel­li. Si alza­no le tas­se ai fuo­ri­cor­so per spin­ger­li ad andar­se­ne o come moni­to per chi non lo è anco­ra e si met­to­no i nume­ri chiu­si per dimi­nui­re le “ocea­ni­che” mas­se di stu­den­ti che inva­do­no l’Università.

Se però andia­mo a vede­re i dati rea­li, sco­pria­mo che mol­ti pro­fes­so­ri non fan­no il loro nume­ro di ore di didat­ti­ca pre­vi­ste dal rego­la­men­to di ate­neo, che mol­tis­si­mi man­da­no altri al posto loro a fare lezio­ne, che tut­ti loro dovreb­be­ro sape­re il nume­ro di stu­den­ti iscrit­ti all’appello e orga­niz­zar­si di con­se­guen­za, che (rego­la­men­to d’Ateneo alla mano vota­to da pro­fes­so­ri ecc… )dovreb­be­ro esse­re isti­tui­ti appel­li spe­cia­li per i fuo­ri­cor­so, che gli appel­li dovreb­be­ro dura­re fino a fine luglio (non fino alla pri­ma set­ti­ma­na di luglio) e che il tet­to fis­sa­to a sei, non è “mas­si­mo”, ma è “mini­mo”. E anco­ra, si sco­pre che le biblio­te­che potreb­be­ro esse­re accor­pa­te per facol­tà e non per dipar­ti­men­to, tenen­do­le così aper­te e le aule pos­so­no esse­re ristrut­tu­ra­te e che nel pro­get­to di spo­sta­men­to ad Area Expo, si potreb­be fare un’e­nor­me Uni­ver­si­tà con spa­zi ido­nei (se non ci fos­se­ro altri impre­ci­sa­ti inte­res­si). Andan­do poi indie­tro con la sto­ria, si sco­pre che chi oggi sostie­ne la neces­si­tà del nume­ro chiu­so e sostie­ne la ridu­zio­ne degli appel­li e la disin­fe­sta­zio­ne del fuo­ri­cor­so è, mol­to spes­so, chi si è lau­rea­to nel post ‘68: con meno esa­mi da fare, meno anni di stu­dio (a vol­te), un appel­lo al mese e acces­so libe­ro all’istruzione uni­ver­si­ta­ria. Che fannulloni.

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