Quanti pesci ci sono nel mare?

Una cita­zio­ne di dub­bia attri­bu­zio­ne a Toro Sedu­to, uno dei capi tri­bù dei Dako­ta, reci­ta: «Quan­do avran­no inqui­na­to l’ultimo fiu­me, abbat­tu­to l’ultimo albe­ro, pre­so l’ultimo bison­te, pesca­to l’ultimo pesce, solo allo­ra si accor­ge­ran­no di non poter man­gia­re il dena­ro accu­mu­la­to nel­le loro ban­che».
Effet­ti­va­men­te, dall’arrivo dei colo­ni euro­pei, i bison­ti che vive­va­no nel­le pra­te­rie nor­da­me­ri­ca­ne ven­ne­ro deci­man­ti a cau­sa di una spie­ta­ta cac­cia che veni­va effet­tua­ta anche per pri­va­re gli india­ni di un’importante fon­te di nutri­men­to. Da allo­ra l’Ameri­ca è diven­ta essen­zial­men­te gli Sta­ti Uni­ti d’America, il dena­ro non è sta­to man­gia­to ma accu­mu­la­to nel­le ban­che, usa­to per la ricer­ca sul­le armi nuclea­ri, le spe­di­zio­ni sul­la luna, i fast food, inter­net, i par­chi nazio­na­li. Qui, oggi è anco­ra pos­si­bi­le ammi­ra­re qual­che esem­pla­re di bison­te che ci ricor­da il lato sel­vag­gio dell’America di Toro Seduto. 

Negli stessi anni in cui avve­ni­va il geno­ci­dio degli India­ni, il famo­so natu­ra­li­sta e filo­so­fo Thomas H. Hux­ley affer­ma­va: «Anco­ra cre­do che la pesca del mer­luz­zo, e pro­ba­bil­men­te tut­te le prin­ci­pa­li atti­vi­tà di pesca, sia­no ine­sau­ri­bi­li; in altre paro­le non vi è nul­la che pos­sa intac­ca­re le popo­la­zio­ni di pesci».

Huxley non poteva avere più torto di così. 

Pro­prio le popo­la­zio­ni di mer­luz­zo del Nord Atlantico, lun­go le coste orien­ta­li pri­ma, e, in segui­to, su quel­le euro­pee, han­no dato luo­go a crol­li di popo­la­zio­ni tra i più famo­si tra tutte le risor­se itti­che pesca­te. La pesca del mer­luz­zo nei Gran­di Ban­chi di Ter­ra­no­va (Cana­da Orien­ta­le) è dura­ta fino al 1992, quan­do fu adot­ta­ta una mora­to­ria (cioè una sospen­sio­ne dell’attività di pesca) nell’intento di sal­va­re la spe­cie dall’estinzione. Per gene­ra­zio­ni deci­ne di miglia­ia di pesca­to­ri han­no basa­to le loro econo­mie sul rac­col­to, soste­ni­bi­le fino a pochi decen­ni fa, di que­sta immen­sa risorsa. 

L’attività di pesca rag­giun­se il cul­mi­ne alla fine degli anni ’60 del seco­lo scor­so, quan­do un con­nu­bio tra pro­gres­so tec­no­logico e sus­si­di gover­na­ti­vi ha cau­sa­to un tra­col­lo degli stock di mer­luz­zo del­la regio­ne che li ha resi, in pochi anni, com­mer­cial­men­te estin­ti. Allo stes­so tem­po que­sto con­nu­bio ha por­ta­to al disa­stro una del­le più soli­de eco­no­mie del Nord Ame­ri­ca. I fer­mi di pesca han­no avu­to pro­fon­de riper­cus­sio­ni socia­li, inci­den­do sui tas­si di disoc­cu­pa­zio­ne di pesca­to­ri e impie­ga­ti nel set­to­re del­la pesca cana­de­si e ame­ri­ca­ni, non­ché sull’incremento dei prezzi. 

Comunemente viene usato il termine overfishing per definire il depauperamento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca.

Come tut­te le for­me viven­ti, le spe­cie che ven­go­no pesca­te pos­so­no ripro­dur­si e sono quin­di con­si­de­ra­te risor­se rin­no­va­bi­li. Il tas­so di ripro­du­zio­ne dipen­de alme­no in par­te dal­le dimen­sio­ni del­la popo­la­zio­ne (stock). Gli stock itti­ci cre­sco­no più rapi­da­men­te quan­do il nume­ro di indi­vi­dui all’interno del­la popo­la­zio­ne non è né trop­po pic­co­lo né ecces­si­vo. Per sfrut­ta­re uno stock nel modo otti­ma­le, si deve tener con­to di que­sta caratteristica.
Se la pesca deve dura­re inde­fi­ni­ta­men­te, e quin­di esse­re soste­ni­bi­le, il nume­ro di pesci cat­tu­ra­ti non deve esse­re supe­rio­re al nume­ro di nuo­vi pesci nati in segui­to alla ripro­du­zio­ne. Se ciò non acca­de la popo­la­zio­ne subi­rà un decli­no. Se la pesca è in regi­me di libe­ro acces­so, ovve­ro se non vige alcu­na rego­la­men­ta­zio­ne, le spin­te del mer­ca­to la po
rte­reb­be­ro ine­vi­ta­bil­men­te a un sovrasfrut­ta­men­to.

Un impor­tan­te stu­dio scien­ti­fi­co inter­na­zio­na­le, pub­bli­ca­to nel novem­bre 2006 sul­la rivi­sta Scien­ce, ha mes­so in evi­den­za come un ter­zo del­le risor­se itti­che mon­dia­li abbia­no subi­to un col­las­so, ovve­ro una dimi­nu­zio­ne fino a meno del 10% del­la loro abbon­dan­za mas­si­ma osser­va­ta, come con­fer­ma­to anche dai rap­por­ti com­pi­la­ti dal­la FAO sul­lo sta­to mon­dia­le del­le indu­strie itti­che e di acqua­col­tu­ra (FAO Sta­te of World Fishe­ries and Aqua­cul­tu­re), rife­ren­do­si ai mag­gio­ri stock itti­ci per i qua­li esi­sto­no sti­me di abbon­dan­za atten­di­bi­li

L’over­fi­shing ha impo­ve­ri­to le popo­la­zio­ni itti­che fino al pun­to che le atti­vi­tà di pesca in tut­to il mon­do attual­men­te non sono più in gra­do di soste­ner­si sen­za l’as­si­sten­za dei gover­ni. Gli eco­no­mi­sti han­no sti­ma­to che, dagli anni 1980, per ogni dol­la­ro gua­da­gna­to attra­ver­so le atti­vi­tà di pesca, sono sta­ti spe­si 1.77 dol­la­ri per cat­tu­ra­re e com­mer­cia­re il pesca­to.

Un altro caso esem­pla­re di cat­ti­vo sfrut­ta­men­to del­le risor­se itti­che riguar­da la pesca del ton­no. Il Mediter­ra­neo rischia di per­de­re le sue popo­la­zio­ni di ton­no, sot­to la pres­sio­ne di una pesca ecces­si­va con­sen­ti­ta dall’evoluzione di sofi­sti­ca­te tec­no­lo­gie e sti­mo­la­ta dagli enor­mi gua­da­gni che si pos­so­no rea­liz­za­re median­te il com­mer­cio del­le pre­gia­tis­si­me car­ni di que­sto pesce, soprat­tut­to sul mer­ca­to giap­po­ne­se. Navi con ban­die­re di con­ve­nien­za pesca­no il ton­no con dif­fe­ren­ti tipo­lo­gie di attrez­zi e rap­pre­sen­ta­no l’unico caso di pesca indu­stria­le nel Medi­ter­ra­neo. Il feno­me­no del degra­do degli ambien­ti mari­ni è sub­dolo per­ché si svol­ge dove l’opinione pub­bli­ca non può veder­lo.

Se per cac­cia­re i cin­ghia­li abbat­tes­si­mo le fore­ste e distrug­ges­si­mo altre spe­cie, maga­ri pro­tet­te o “sim­pa­ti­che”, i con­su­ma­to­ri, che sono anche elet­to­ri, non rimar­reb­be­ro indif­fe­ren­ti. La que­stio­ne è mol­to com­ples­sa, in gio­co ci sono inte­res­si eco­no­mi­ci, poli­ti­ci e sociali. Forse abbia­mo appe­na ini­zia­to a capi­re che, con­tra­ria­men­te a quan­to pen­sa­va Hux­ley, il mare non fa mai doni. Resta da vede­re se ci ren­de­re­mo con­to che non si può man­gia­re il denaro.

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Novella Gianfranceschi
Lau­rean­da in bio­lo­gia evo­lu­zio­ni­sti­ca, pen­so men­tre cam­mi­no e cam­mi­no per pen­sa­re, così evi­to qual­sia­si tipo di dua­li­smo men­te-cor­po, filo­so­fia e scienza.

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