Stand Up Comedy: intervista a Giuseppe Sapienza

Finan­za e comi­ci­tà van­no insie­me? Per­ché no. In Giu­sep­pe Sapien­za, nato a Domo­dos­so­la tren­ta­sei anni fa ma mila­ne­se d’a­do­zio­ne, fon­da­to­re con Luca Raven­na del Mila­no Come­dy Club che ha por­ta­to alla rea­liz­za­zio­ne di ben die­ci sera­te di Stand Up Come­dy al tea­tro Fran­co Paren­ti (sta­se­ra la deci­ma e ulti­ma) e sva­ria­te allo Sloan Squa­re di Mila­no, le due ani­me si ispi­ra­no a vicen­da. Discen­den­te del­la pri­ma sin­da­ca­li­sta ita­lia­na, Maria Giu­di­ce, e del­la scrit­tri­ce Goliar­da Sapien­za (di cui non ama trop­po la pen­na) pre­fe­ri­sce evi­ta­re casel­le ed eti­chet­te. Curio­si­tà: dal­la par­te mater­na ha pre­so anche il nome d’ar­te, sosti­tuen­do al vero cogno­me quel­lo del­la mam­ma, Sapienza.

 

 

Cos’è e com’è nata Stand Up Comedy?

Par­to col defi­ni­re la stand up come­dy in gene­ra­le. In modo bru­ta­le, signi­fi­ca che c’è un comi­co che sale sul pal­co e sen­za tra­ve­sti­men­ti cer­ca di far ride­re il pub­bli­co. È lega­ta ai vec­chi come­dy club, con tut­ta la strut­tu­ra del Master of Cere­mo­nies che cari­ca il pub­bli­co e crea lo spa­zio fra un comi­co e l’altro. Chi fa stand up come­dy si rifà alla tra­di­zio­ne ame­ri­ca­na, che non signi­fi­ca neces­sa­ria­men­te esse­re poli­ti­ca­men­te scor­ret­ti, vol­ga­ri. La vol­ga­ri­tà non è mol­to diver­ten­te a parer mio. Infat­ti nel­la nostra Stand Up Come­dy, pre­di­li­gia­mo for­me più acu­te di iro­nia. La “nostra” stand up nasce dal­la cono­scen­za e ami­ci­zia tra me, Luca Raven­na (comi­co e sce­neg­gia­to­re, ndr), Edoar­do Fer­ra­rio e tan­ti altri, alcu­ni pro­ta­go­ni­sti del pro­gram­ma Natu­ral Born Come­dians su Come­dy Cen­tral di Sky. I posti dove la por­tia­mo a Mila­no sono il Tea­tro Fran­co Paren­ti e il loca­le Sloan Square.

Tor­nia­mo al dito pun­ta­to con­tro la vol­ga­ri­tà. Lei e i tor­men­to­ni han­no carat­te­riz­za­to e carat­te­riz­za­no cer­ti pro­gram­mi comi­ci nostrani?

Il caba­ret tra­di­zio­na­le è piut­to­sto satu­ro ed è diven­ta­to un mec­ca­ni­smo fat­to di tor­men­to­ni, par­ruc­che. È una for­ma di comi­ci­tà che può ave­re la sua uti­li­tà, ma rischia di diven­ta­re stuc­che­vo­le. Sem­pre secon­do il mio mode­sto parere.

Paren­ti e Sloan Squa­re: come va il vostro pro­get­to di SUC?

Non gira­no tan­ti sol­di ma sia­mo mos­si da pas­sio­ne e sia­mo un bel grup­pet­to, le sera­te ven­go­no orga­niz­za­te anche in altre cit­tà. Abbia­mo comin­cia­to allo Zelig, ma alla lun­ga sof­fri di sta­re in un mec­ca­ni­smo dif­fi­ci­le. Il  nostro è uno sti­le più anglo­sas­so­ne e ame­ri­ca­no. Sia­mo gran­di fan di Lut­taz­zi, per dir­ti un model­lo. Poco tor­men­to­ne, pochi gio­chi di parole.

Nell’era del­la bat­tu­ta costan­te, di faci­le indi­vi­dua­zio­ne sui social e siti spe­cia­liz­za­ti, che signi­fi­ca ela­bo­rar­ne una?

Le battute sono diventate una specie di commodity. Siamo bombardati dalle battute, pensa a YouTube, Lercio, Spinoza. Sono tutti meccanismi facilmente superabili. Sul palco piacciono le battute legate al comico che le fa, al suo modo di vedere il mondo.

Se uno pen­sa di fare solo bat­tu­te pre­se dal web mi irri­ta, da pub­bli­co vor­rei del­le novi­tà, il pun­to di vista comi­co di chi sto ascol­tan­do. Il rac­con­to per­so­na­le è apprez­za­to. Ste­fa­no Rapo­ne per esem­pio, vol­to noto anche su Sky, fa bat­tu­te sin­go­le e mol­to ori­gi­na­li det­te con tono dimes­so. Non so se rie­sco a ren­de­re l’idea ma coin­ci­de mol­to con il mio tipo di umorismo.

C’è una cer­ta omo­ge­nei­tà a Stand Up Comedy?

Ci sono quel­li che cer­ca­no di rac­con­ta­re una sto­ria ampia, chi mol­to strin­ga­ta, chi ampis­si­ma e chi pre­fe­ri­sce pun­ta­re sul­le bat­tu­te sin­go­le come me e Stefano.

C’è un momen­to di brain­stor­ming tra di voi o ognu­no fa per sé?

Alla fin del­la fie­ra sul pal­co sei tu. È una situa­zio­ne soli­ta­ria. C’è sicu­ra­men­te uno scam­bio tra ami­ci, ma sei tu con le tue paro­le e il tuo pubblico.

Come si ini­zia a fare i comici?

Cer­ta­men­te pren­den­do corag­gio e andan­do a pro­va­re i pez­zi agli Open Mic. Il comi­co vive più del rap­por­to col pub­bli­co che del rap­por­to tra comi­ci. Ti con­fron­ti coi col­le­ghi, ma io cre­do sia un pas­so suc­ces­si­vo. L’open mic ti da’ il pol­so di quan­to fai ride­re. Hai pre­sen­te Chris Rock? Lui ha pro­va­to un open mic una del­le ulti­me vol­te che dove­va fare un suo pez­zo. Lascia sta­re la ple­to­ra di guar­die, sala blin­da­ta, pub­bli­co sele­zio­na­to e tut­to il corol­la­rio. Nes­su­no scam­pa a que­sta spe­cie di ante­ge­ne­ra­le. Nem­me­no Louis C. K.

Cos’è la comicità?

Fon­da­men­tal­men­te è una que­stio­ne di rit­mo, di ave­re i cosid­det­ti tem­pi comi­ci. Il comi­co sa più o meno quan­do il pub­bli­co ride­rà. Se devo par­la­re per me, è par­te del­la mia natu­ra, vie­ne dal­la mia fami­glia iro­ni­ca e dal­la mia pas­sio­ne per Mark Twain, scrit­to­re ma anche anti scrit­to­re che indi­ca­va in aper­tu­ra di Huc­k­ber­ry Finn: «Chiun­que voglia tro­va­re una mora­le a que­sta sto­ria sba­glia di gros­so».

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Susanna Causarano
Osser­vo ma non sono sem­pre cer­ta di quel­lo che vedo e ten­to inva­no di ammaz­za­re il tem­po. Ma quel­lo resta dov’è.

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