Insolite ignote: Camilla Cederna

Camil­la Ceder­na nasce, cre­sce e muo­re a Mila­no (1911 — 1997). È sag­gi­sta e scrit­tri­ce, ma soprat­tut­to gior­na­li­sta, dal­la scrit­tu­ra taglien­te e iro­ni­ca, atten­ta alla cro­na­ca mon­da­na e alla sati­ra di costu­me, quan­to alle vicen­de ita­lia­ne che han­no per­cor­so l’Italia in que­gli anni ed è sta­ta una del­le pri­me don­ne gior­na­li­ste con un peso note­vo­le nel mon­do del­l’in­for­ma­zio­ne. Ma andia­mo con ordine.

Camil­la Ceder­na nasce da Giu­lio Ceder­na, cal­cia­to­re e socio fon­da­to­re del Milan, e da Ersi­lia Gab­ba, una del­le pri­me don­ne lau­rea­te in ger­ma­ni­sti­ca. Una cop­pia all’apparenza mal assor­ti­ta, ma acco­mu­na­ta da idea­li anti­fa­sci­sti e gari­bal­di­ni che influen­za­ro­no mol­to Camilla.
Camil­la segue le orme del­la madre, lau­rean­do­si in Let­te­ra­tu­ra Lati­na con una tesi dal tito­lo “Pre­di­che con­tro il lus­so del­le don­ne dai filo­so­fi gre­ci ai Padri del­la chie­sa”, dove emer­ge fin da subi­to il suo inte­res­se cri­ti­co per l’aspetto più mon­da­no del­la vita, soprat­tut­to del­le donne.

Il suo esor­dio gior­na­li­sti­co avvie­ne nel 1939 su “L’Ambrosiano”, gior­na­le mila­ne­se vici­no al Par­ti­to Nazio­na­le Fasci­sta, con un arti­co­lo dal tito­lo Moda nera, dove pren­de in giro le uni­for­mi del­le don­ne fasci­ste; per que­sto arti­co­lo vie­ne accu­sa­ta di aver mes­so alla gogna madri e mogli degli eroi del­la guer­ra, e quin­di con­dan­na­ta a undi­ci anni di car­ce­re che, per for­tu­na, non scon­tò mai.

Dopo que­sta pri­ma espe­rien­za pas­sa all’”Europeo”, e poi all’”Espresso” (nel 1956), dove fon­de­rà una sua rubri­ca per­so­na­le: Il lato debo­le.

La moda diventa il suo cavallo di battaglia, non tanto per il suo spiccato interesse, non tanto per la sua scrittura arguta e ironica che ben si adattava ad articoli di costume, ma perché alle donne spettava questo, agli uomini “le cose serie”: così era il giornalismo di quegli anni.

Camil­la era una don­na sem­pre in giro, con pen­na e tac­cui­no, nei luo­ghi più chic e più radi­cal-chic del­la cit­tà, per osser­va­re con occhio cri­ti­co e curio­so la bor­ghe­sia che avreb­be tra­sfor­ma­to la Mila­no del dopo­guer­ra nel­la Mila­no da bere. Nel­la sua rubri­ca descri­ve con pre­ci­sio­ne e iro­nia i modi, le manie e i cor­to­cir­cui­ti di una bor­ghe­sia che vuo­le appa­ri­re, che vuo­le ave­re tut­to e subi­to. Alcu­ni arti­co­li a leg­ger­li sem­bra­no scrit­ti oggi, come que­sto Pre­pa­rar­si all’istantanea:

Ave­te mai osser­va­to cer­te bel­lis­si­me sul­la spiag­gia, al risto­ran­te, negli inter­val­li di un con­cer­to, al momen­to di sali­re in mac­chi­na, o con un pie­de usa­to come gra­zio­so scan­da­glio per l’acqua del mare, improv­vi­sa­men­te irri­gi­dir­si come se fos­se­ro tra­fit­te, sta­re eret­te come se aves­se­ro l’ernia al disco, schiu­de­re la boc­ca come davan­ti ai teso­ri di Gol­con­da, un pie­de davan­ti all’altro come sull’asse di equi­li­brio? Che faran­no? Che avran­no visto? Qua­li rimem­bran­ze le fol­go­ra­no? Di qua­li trau­mi sono vit­ti­me? Tran­quil­liz­zia­mo­ci, han­no solo adoc­chia­to “il foto­gra­fo”. Le fur­bo­ne san­no benis­si­mo che la loro effi­gie sarà ripro­dot­ta sul­le rivi­ste, e che “l’istantanea del­la signo­ra X” ai bagni, in ridot­to, in una cave farà escla­ma­re al pub­bli­co sprov­ve­du­to: “Com’è bel­la anche quan­do sa di non esse­re vista, che clas­se, che por­ta­men­to, com’è spontanea!”.
Impa­ria­mo qual­cu­no dei loro truc­chi. Mai posa­re com­ple­ta­men­te di fac­cia, né di pro­fi­lo asso­lu­to, ma sol­tan­to di tre quar­ti. Sedu­te, allun­ghia­mo il col­lo a più non pos­so, e tenia­mo le mani in grem­bo (posi­zio­ne che slan­cia la figu­ra). Non fac­cia­mo­ci mai foto­gra­fa­re con il ros­set­to, né con gli occhi sot­to­li­nea­ti, né con il cero­ne, né con lo smal­to alle unghie. Soc­chiu­dia­mo un poco le lab­bra, giria­mo un poco, solo un poco, la testa, come se par­las­si­mo con l’angelo custo­de. Fac­cia­mo di tut­to per appog­giar­ci ad un fon­da­le gri­gio. I bam­bi­ni guar­dia­mo­li con inte­res­se come se fos­se­ro nostri. Il mari­to va fis­sa­to con curio­si­tà all’altezza del secon­do bot­to­ne del­la cami­cia, come se stes­se per staccarsi.

Se sosti­tuia­mo la paro­la istan­ta­nea con “sel­fie”, rivi­ste con “social net­work” e bam­bi­ni con “gat­ti­ni” abbia­mo un bel­lis­si­mo e diver­ten­te arti­co­lo su come ci fac­cia­mo foto­gra­fa­re, oltre a otte­ne­re intra­mon­ta­bi­li con­si­gli su come veni­re bene in foto.

Ma poi, in quel 12 dicem­bre 1969, accad­de un fat­to che scon­vol­se Mila­no e la car­rie­ra di Camil­la: la bom­ba di Piaz­za Fontana.

Allora Camilla fa una scelta: decide di abbandonare il costume e dedicarsi alla cronaca, per diventarne testimone intransigente e spregiudicato, per fare “le cose serie” che spettavano agli uomini.

Vie­ne man­da­ta a Piaz­za Fon­ta­na subi­to dopo l’esplosione del­la bom­ba, seguen­do in tem­po rea­le tut­ta la vicen­da: l’arrivo dei soc­cor­si, del­la poli­zia, dei gior­na­li­sti, dei fami­lia­ri e dei sem­pli­ci curio­si. Vie­ne pro­fon­da­men­te col­pi­ta da quel san­gue ros­so sui mar­cia­pie­di, dal­la fol­la e soprat­tut­to dal miste­ro intor­no alla vicen­da, tan­to che fa fati­ca a scri­ve­re e a dor­mi­re. L’arti­co­lo alla fine esce su l’”Espresso” il 21 dicem­bre 1969, e sal­ta subi­to all’occhio una scrit­tu­ra roman­za­ta, for­te­men­te descrit­ti­va, ma sem­pre pole­mi­ca, come lo era­no i suoi arti­co­li di costume.
Non fa in tem­po a ripren­der­si dal­lo shock e dal­la fati­ca del tra­gi­co even­to di Piaz­za Fon­ta­na, che qual­che not­te dopo la chia­ma­no dal­la reda­zio­ne Cor­ra­do Sta­ja­no e Giam­pao­lo Pan­sa: «Vie­ni Camil­la, un uomo si è but­ta­to da una fine­stra del­la que­stu­ra, non far­ci aspet­ta­re, andia­mo a dare un’occhiata». Si trat­ta di Giu­sep­pe Pinel­li, l’anarchico distrat­to cadu­to giù dal­la fine­stra e su cui Dario Fo ha scrit­to una mira­bi­le com­me­dia, Mor­te acci­den­ta­le di un anar­chi­co. Camil­la, anche in que­sto caso, è in pri­ma linea per denun­cia­re e cer­ca­re un col­pe­vo­le, che tro­va nel com­mis­sa­rio Lui­gi Cala­bre­si, con­tro cui scri­ve­rà una let­te­ra aper­ta fir­ma­ta da più di 800 persone.

Il pro­ces­so che dove­va far luce sul­la mor­te di Giu­sep­pe Pinel­li si è arre­sta­to davan­ti alla bara del fer­ro­vie­re ucci­so sen­za col­pa. Chi por­ta la respon­sa­bi­li­tà del­la sua fine, Lui­gi Cala­bre­si, ha tro­va­to nel­la leg­ge la pos­si­bi­li­tà di ricu­sa­re il suo giu­di­ce. Chi dove­va cele­bra­re il giu­di­zio, Car­lo Biot­ti, lo ha inqui­na­to con i meschi­ni cal­co­li di un car­rie­ri­smo seni­le. Chi ave­va indos­sa­to la toga del patro­ci­nio lega­le, Miche­le Lener, vi ha nasco­sto le tra­me di una odio­sa coercizione.
Oggi come ieri — quan­do denun­ciam­mo aper­ta­men­te l’ar­bi­trio calun­nio­so di un que­sto­re, Miche­le Gui­da, e l’in­de­gna coper­tu­ra con­ces­sa­gli dal­la Pro­cu­ra del­la Repub­bli­ca, nel­le per­so­ne di Gio­van­ni Caiz­zi e Car­lo Ama­ti — il nostro sde­gno è di chi sen­te spe­gner­si la fidu­cia in una giu­sti­zia che non è più tale quan­do non può rico­no­scer­si in essa la coscien­za dei cit­ta­di­ni. Per que­sto, per non rinun­cia­re a tale fidu­cia sen­za la qua­le mor­reb­be ogni pos­si­bi­li­tà di con­vi­ven­za civi­le, noi for­mu­lia­mo a nostra vol­ta un atto di ricusazione.
Una ricu­sa­zio­ne di coscien­za — che non ha minor legit­ti­mi­tà di quel­la di dirit­to — rivol­ta ai com­mis­sa­ri tor­tu­ra­to­ri, ai magi­stra­ti per­se­cu­to­ri, ai giu­di­ci inde­gni. Noi chie­dia­mo l’al­lon­ta­na­men­to dai loro uffi­ci di colo­ro che abbia­mo nomi­na­to, in quan­to ricu­sia­mo di rico­no­sce­re in loro qual­sia­si rap­pre­sen­tan­za del­la leg­ge, del­lo Sta­to, dei cittadini.

In segui­to a que­sta let­te­ra aper­ta ci furo­no tan­te accu­se: Vit­to­rio Sgar­bi defi­nì Camil­la come “man­dan­te del­l’o­mi­ci­dio Cala­bre­si per­ché ha scrit­to un libro (Pinel­li: una fine­stra sul­la stra­ge, NdR) con­tro di lui, incri­mi­nan­do­lo come se fos­se sta­to l’as­sas­si­no del famo­so anar­chi­co Pinel­li, men­tre Indro Mon­ta­nel­li la accu­sò di esse­re “ine­bria­ta” per il pas­sag­gio dal­la moda alla cro­na­ca e di esse­re inna­mo­ra­ta degli anar­chi­ci con toni al limi­te dell’offensivo (e ai qua­li Camil­la rispo­se a tono):

Fino a ieri testi­mo­ne fur­ti­va o rela­tri­ce discre­ta di tra­me e tre­sche salot­tie­re, arbi­tra di mode, mae­stra di sfu­ma­tu­re, fusti­ga­tri­ce di vizi arma­ta di cipria e piu­mi­no, ora si direb­be che tu abbia sem­pre par­la­to il ger­go dei comi­zi e non sap­pia più respi­ra­re che l’aria del Cir­co. Ti capi­sco. Deve esse­re ine­brian­te, per una che lo fu del­la mon­da­ni­tà, ritro­var­si regi­na del­la dina­mi­te e sen­tir­si inve­sti­ta del suo alto patro­na­to. Che dopo aver tan­to fre­quen­ta­to il mon­do del­le con­tes­se, tu abbia opta­to per quel­lo degli anar­chi­ci, o meglio abbia cer­ca­to di misce­lar­li, facen­do anche del pove­ro Pinel­li un per­so­nag­gio del­la café socie­ty, non mi stu­pi­sce: gli anar­chi­ci per­lo­me­no odo­ra­no d’uomo anche se for­se un po’ trop­po. Sul tuo per­be­ni­smo di signo­ri­na di buo­na fami­glia, il loro afro­re, il loro lin­guag­gio, le loro manie­re, devo­no sor­ti­re effet­ti afro­di­sia­ci. Una droga.

E non è fini­ta qui: dopo Lui­gi Cala­bre­si, Camil­la accu­se­rà l’allora pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Gio­van­ni Leo­ne e i suoi figli. Que­sta vol­ta però l’accusa le costò una mul­ta sala­tis­si­ma e il riti­ro dal com­mer­cio del libro Gio­van­ni Leo­ne: la car­rie­ra di un pre­si­den­te, in cui rac­co­glie tut­ti gli arti­co­li con­tro di lui.

Il trat­to distin­ti­vo di tut­ta la sua car­rie­ra è sta­ta l’indi­gna­zio­ne: indi­gna­zio­ne per la bor­ghe­sia, per i segre­ti di sta­to, per la cor­ru­zio­ne. Camil­la Ceder­na è sta­ta una del­le pri­me don­ne a spin­ger­si così in fon­do nel gior­na­li­smo, apren­do la pos­si­bi­li­tà a tut­te le don­ne di pren­de­re par­te non solo alle rivi­ste pati­na­te, ma anche al gior­na­li­smo più impe­gna­to e impegnativo.

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Sheila Khan

1 Commento su Insolite ignote: Camilla Cederna

  1. Ho vis­su­to que­gli anni vio­len­ti in pri­ma per­so­na, sen­za ren­der­me­ne con­to, tan­ta era pro­fon­da l’u­bria­ca­tu­ra, dei dan­ni che pro­vo­ca­va­mo a 360 gra­di, in pri­mis l’a­bo­li­zio­ne, la sop­pres­sio­ne dei doveri.
    Anco­ra oggi, a qua­si 80 anni d’età,sento ver­go­gna e amarezza.

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