Il mais non ha salvato la Bolivia

Foto di Dilet­ta Gianfranceschi

C’e­ra­no una vol­ta tre inse­pa­ra­bi­li sorel­le, che in un fred­do inver­no si per­se­ro. Ven­ne­ro accol­te in casa da un cac­cia­to­re che le sal­vò dal­l’ab­ban­do­no a cui era­no con­dan­na­te. Le sorel­le, per ricam­bia­re l’o­spi­ta­li­tà , si divi­se­ro i com­pi­ti: la più pic­co­la, ormai cre­sciu­ta, avreb­be pre­pa­ra­to la cena, la mez­za­na avreb­be for­ni­to le cene futu­re e la più gran­de non avreb­be mai fat­to man­ca­re la fari­na. Rac­con­ta così una favo­la mes­si­ca­na, che spie­ga in real­tà la mil­pa, un siste­ma di col­ti­va­zio­ne che con­si­ste nel col­ti­va­re insie­me il mais dol­ce, il fagio­lo e la zuc­ca. Alla gen­te del posto lo ha inse­gna­to la madre ter­ra, che il fagio­lo nutre il ter­re­no con l’a­zo­to, sup­por­ta­to dai mais, men­tre la zuc­ca tie­ne lon­ta­ni gli inset­ti e gli ani­ma­li ghiot­ti di mais.

Capi­ta di sen­ti­re anche que­ste sto­rie all’undi­ce­si­ma edi­zio­ne del Festi­val del­la Bio­di­ver­si­tà, in pro­gram­ma a Mila­no dal 14 al 24 set­tem­bre. La festa del mais è solo una del­le tan­te ini­zia­ti­ve del festi­val, che si pro­po­ne di far risco­pri­re ai cit­ta­di­ni che la con­ser­va­zio­ne del patri­mo­nio natu­ra­le è pos­si­bi­le anche in ambi­to urba­no. Sareb­be pia­ciu­ta a Aure­lia Josz, fon­da­tri­ce e idea­tri­ce del­la pri­ma scuo­la agra­ria fem­mi­ni­le mila­ne­se, a cui è inti­to­la­to il Museo Bota­ni­co, dove la festa del mais si è svol­ta con la col­la­bo­ra­zio­ne del Con­so­la­to gene­ra­le del­la Boli­via. Dal Frut­te­to dei patriar­chi, chia­ma­to così per­ché ospi­ta 27 spe­cie di pian­te autoc­to­ne del­la Lom­bar­dia e din­tor­ni, è faci­le rag­giun­ge­re un vero e pro­prio museo a cie­lo aper­to: il labi­rin­to di cerea­li e mais.

Pri­ma che gli uomi­ni costruis­se­ro i pro­pri ido­li d’o­ro, pri­ma che la ragio­ne diven­tas­se reli­gio­ne, pri­ma anco­ra che lo diven­tas­se il capi­ta­le, pri­ma che qual­cu­no gri­das­se che “dio è mor­to” e con lui tut­te le ideo­lo­gie, c’è sta­to un tem­po in cui gli uomi­ni cre­de­va­no nel divi­no del­la natu­ra. Alcu­ni ci cre­do­no anco­ra. Nel­l’A­me­ri­ca cen­tra­le e meri­dio­na­le il mais è con­si­de­ra­to il gra­no degli dei. La Sara mama, la divi­na madre del mais (sara è il ter­mi­ne inca che indi­ca il mais), lo avreb­be dona­to agli uomi­ni. Non l’o­ro, non l’ar­gen­to e nean­che i mine­ra­li di cui que­sta regio­ne del mon­do pure è ric­ca, ma un cerea­le che avreb­be dovu­to sal­var­li dal­la fame e garan­tir­gli prosperità.

Non sorprende, dunque, che il mais sia stato oggetto di venerazione da lungo tempo.

La Boli­via è il pae­se con il mag­gior nume­ro di varie­tà  di mais: ce ne sono ben 77, distri­bui­te su tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le. Qui la vita eco­no­mi­ca, socia­le e reli­gio­sa ruo­ta intor­no al mais fin dal­l’e­po­ca del­l’im­pe­ro inca, quan­do si dif­fu­so il cul­to del­la Sara mama e la gen­te era soli­ta por­ta­re le pro­prie offer­te di mais alla dea per tre not­ti con­se­cu­ti­ve. L’in­ter­no calen­da­rio del­le festi­vi­tà  era scan­di­to dal­le fasi del­la col­ti­va­zio­ne. Anco­ra oggi, in tut­te le occa­sio­ni di festa i boli­via­ni bevo­no la loro eli­xir dora­da: la chi­cha, la bir­ra otte­nu­ta dal­la fer­men­ta­zio­ne del mais che spes­so accom­pa­gna le humin­tas, una sor­ta di pane di mais arrotolato.

Il mais è mol­to più che un cerea­le. In Mesoa­me­ri­ca, la cul­tu­ra del mais ha dato impul­so allo svi­lup­po. Anche se non è l’u­ni­ca mate­ria pri­ma sul­la cui espor­ta­zio­ne si è fon­da­to lo svi­lup­po eco­no­mi­co, in pas­sa­to in mol­ti pae­si del­la regio­ne una tas­sa sul­la pro­du­zio­ne del mais garan­ti­va entra­te per la costru­zio­ne del­le ope­re pub­bli­che. Duran­te l’im­pe­ro inca, il mais era tal­men­te pre­zio­so che spes­so, spe­cial­men­te in perio­di di guer­ra, veni­va con­ser­va­to nel­le qull­qa, strut­tu­re di pie­tra uti­liz­za­te come depo­si­ti ritro­va­te lun­go le stra­de del­l’an­ti­co impe­ro inca. Non è basta­to a sal­va­re le nazio­ni lati­noa­me­ri­ca­ne dal­la pover­tà e dal­l’in­si­cu­rez­za ali­men­ta­re. La sicu­rez­za ali­men­ta­re, da sem­pre pre­ca­ria, negli ulti­mi anni è sta­ta mes­sa in peri­co­lo dal cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. L’al­ter­nan­za tra le lun­ghe sic­ci­tà e le inon­da­zio­ni del Niño non han­no gio­va­to all’a­gri­col­tu­ra in tut­to il Sudamerica.
In base al moni­to­rag­gio con­dot­to dal­la FAO, nel 2010 a cau­sa del­le allu­vio­ni 30mila fami­glie si sono ritro­va­te in una con­di­zio­ne di insi­cu­rez­za ali­men­ta­re. Con­ta­di­ni e comu­ni­tà  indi­ge­ne sono sta­ti tra i più col­pi­ti: inso­ste­ni­bi­le per loro, l’au­men­to dei prez­zi dei gene­ri ali­men­ta­ri dovu­to alla per­di­ta dei rac­col­ti e ai dan­ni subi­ti dal­le vie di comunicazione.

La Sara mama e la madre terra sembravano essersi dimenticate di loro.

Colom­bo non lo sape­va, ma quan­do riu­scì nel­l’im­pre­sa del­la sco­per­ta del­l’A­me­ri­ca, che i lati­nos chia­ma­no a ragio­ne “con­qui­sta”, die­de avvio ad un pro­ces­so di glo­ba­liz­za­zio­ne ali­men­ta­re che ha cam­bia­to irri­me­dia­bil­men­te le abi­tu­di­ni ali­men­ta­ri degli euro­pei. Il mais era una del­le “cose nuo­ve” espor­ta­te dal Nuo­vo Mon­do. All’e­po­ca pochi avreb­be­ro potu­to imma­gi­na­re che la civil­tà agri­co­la del­l’a­rea medi­ter­ra­nea, da sem­pre incen­tra­ta sul­la col­ti­va­zio­ne e sul con­su­mo di gra­no, avreb­be potu­to inglo­ba­re un cerea­le eso­ti­co nel­la pro­pria eco­no­mia agri­co­la. Sor­pren­den­te­men­te, inve­ce, da allo­ra il mais è al cen­tro del­l’a­gri­col­tu­ra ita­lia­na. Mais e polen­ta è diven­ta­to un bino­mio immediato.

La corn belt ita­lia­na si esten­de nel set­ten­trio­ne: Cre­mo­na, Pado­va, Bre­scia e Man­to­va prov­ve­do­no al 26% del­la pro­du­zio­ne tota­le di mais. I sac­cen­ti euro­pei non riten­ne­ro però di dover impa­ra­re nul­la dal­le gen­ti che abi­ta­va­no il nuo­vo mon­do e così pen­sa­ro­no bene di evi­ta­re di espor­ta­re il pro­ces­so di trat­ta­men­to dei chic­chi del mais che pre­ve­de la loro bol­li­tu­ra nel­la cene­re o, alter­na­ti­va­men­te, in una solu­zio­ne alca­li­na. Dopo un ripo­so di alme­no otto ore, gli indi­ge­ni ame­ri­ca­ni era­no soli­ti lava­re e maci­na­re i chic­chi, da cui a quel pun­to sareb­be sta­to pos­si­bi­le otte­ne­re una masa, uti­liz­za­ta per pre­pa­ra­re le famo­se tor­til­las e altri pro­dot­ti a base di fari­na di mais. Gra­zie a que­sto pro­ces­so, chia­ma­to nix­ta­ma­liz­za­zio­ne, gli ame­ri­ca­ni sono riu­sci­ti a con­su­ma­re il mais ed i pro­dot­ti da esso deri­va­ti sen­za amma­lar­si di pel­la­gra. Nel Set­te­cen­to, la malat­tia del­la lin­gua nera era, infat­ti, par­ti­co­lar­men­te dif­fu­sa tra i con­ta­di­ni del Vene­to e del Friu­li. Non a caso, la polen­ta, che era alla base del­la loro ali­men­ta­zio­ne, è rea­liz­za­ta con una fari­na di mais non sot­to­po­sto ad alcun pro­ces­so di alca­li­niz­za­zio­ne. Que­sto li ren­de­va inca­pa­ci di assor­bi­re alcu­ne vita­mi­ne. Se gli spa­gno­li non aves­se­ro pen­sa­to che si trat­tas­se di un inu­ti­le rito, l’al­ca­li­niz­za­zio­ne avreb­be sal­va­to i man­gia­to­ri di polen­ta del Vec­chio Con­ti­nen­te. Gli “ame­ri­ca­ni”, che cre­de­va­no che i bam­bi­ni nasces­se­ro dal­le pian­te di mais, ci han­no nutri­to per seco­li con il loro mais, le loro pata­te e i loro pomo­do­ri. Anche se l’in­ven­zio­ne del­l’a­gri­col­tu­ra ci ha reso stan­zia­li, non è basta­ta ad eman­ci­pa­re i popo­li che han­no l’han­no mes­sa al cen­tro del loro svi­lup­po. Per lo meno non tut­ti. Non è basta­ta agli indi­ge­ni del­la Boli­via. «Oggi in Boli­via di mais ne è rima­sto poco — spie­ga il con­so­le gene­ra­le Eva Chu­qui­mia Mama­ni — Il Mes­si­co pro­du­ce mais in quan­ti­tà mol­to mag­gio­ri, ma la qua­li­tà del­le varie­tà boli­via­ne non ha egua­li. Non sap­pia­mo sfrut­tar­lo, dob­bia­mo rico­no­scer­lo».
Alla festa del mais, però, si festeg­gia la pacha­ma­ma che con i suoi frut­ti ci ha unito.

 

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Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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