Un prato in quattro tempi di Paolo Icaro, terzo appuntamento di Statale Arte

Foto di coper­ti­na di Valen­ti­no Albini.

Inau­gu­ra oggi la mostra di Pao­lo Ica­ro Un pra­to in quat­tro tem­pi, ter­zo appun­ta­men­to del­la serie di mostre orga­niz­za­te da Sta­ta­le Arte. 

La mostra inau­gu­ra oggi lune­dì 18 set­tem­bre alle 18.00 e reste­rà aper­ta al pub­bli­co nel cor­ti­le d’Onore fino a mar­zo 2018. L’opera con­si­ste in un’operazione site spe­ci­fic, pen­sa­ta appo­si­ta­men­te per il cam­po del Fila­re­te e divi­sa in quat­tro par­ti: il dis­so­da­men­to, la rastrel­la­tu­ra, la semi­na e il taglio. Quat­tro come i tem­pi del­la crea­zio­ne per Pao­lo Ica­ro: “fare­di­sfa­re­fa­re­ve­de­re”; quat­tro come i tem­pi musi­ca­li (Alle­gret­to, Viva­ce, Mode­ra­to, Lar­go) in rela­zio­ne ai rit­mi del­la natura.

L’opera di Ica­ro è un’ope­ra col­let­ti­va che vede la par­te­ci­pa­zio­ne atti­va degli stu­den­ti, che pos­so­no pren­de­re par­te volon­ta­ria­men­te alla per­for­man­ce, pla­sman­do uno spa­zio vuo­to per ren­der­lo vivo e pro­prio. Gli stu­den­ti sono infat­ti coin­vol­ti in ogni fase del­la per­for­man­ce e, insie­me all’artista, tra­sfor­me­ran­no quel qua­dra­to di ter­ra in un “monu­men­to invi­si­bi­le”. In que­sto sen­so, la meta­fo­ra del­la semi­na risul­ta par­ti­co­lar­men­te cal­zan­te: ogni stu­den­te pian­te­rà qual­co­sa, sia all’interno del gran­de pra­to, sia all’interno di stes­so, un seme che, con il pas­sa­re del­le sta­gio­ni, potrà diven­ta­re un gran­de albero.
Ma non saran­no loro gli uni­ci agen­ti dell’opera: il lavo­ro di Ica­ro sarà in balia degli agen­ti atmo­sfe­ri­ci, impre­ve­di­bi­li e capric­cio­si, capa­ci di influen­za­re in manie­ra defi­ni­ti­va il pro­gres­so e l’esito dell’opera.

Un’opera work in progress, dunque, lunga due stagioni e che si realizza attraverso la natura.

La pri­ma fase con­si­ste nel dis­so­da­re il ter­re­no, ope­ra­zio­ne che si fa quan­do si pre­pa­ra un ter­re­no incol­to ad acco­glie­re la semi­na. La secon­da fase è la rastrel­la­tu­ra, con la qua­le si eli­mi­ne­ran­no even­tua­li resi­dui orga­ni­ci, oltre a livel­la­re il ter­re­no. La ter­za fase, inve­ce, sarà la semi­na. L’operazione cul­mi­ne­rà nel­la quar­ta par­te, il taglio, duran­te la qua­le Ica­ro cree­rà la sua scul­tu­ra natu­ra­le, taglian­do il pra­to (ormai erba alta) a for­ma di spi­ra­le qua­dra, una geo­me­tria già pro­po­sta dall’artista, una for­ma con­ti­nua che richia­ma alla tra­di­zio­ne clas­si­ca e mediterranea.

Duran­te la con­fe­ren­za stam­pa Pao­lo Ica­ro ha sot­to­li­nea­to più vol­te l’importanza di que­sto dop­pio coin­vol­gi­men­to (stu­den­ti e natu­ra) nel­la rea­liz­za­zio­ne dell’opera stes­sa, non­ché per il risul­ta­to fina­le. Un’altra impor­tan­te com­mi­stio­ne c’è sta­ta nell’organizzazione dell’evento: bio­lo­gi, sto­ri­ci dell’arte, tec­ni­ci luci e stu­den­ti han­no col­la­bo­ra­to insie­me, ognu­no appor­tan­do il pro­prio con­te­nu­to e la pro­pria specificità.

Un pra­to in quat­tro tem­pi è una visio­ne, uno spa­zio men­ta­le e fisi­co, un’opera site spe­ci­fic che pro­prio per la sua natu­ra di per­for­man­ce, e quin­di di irri­pe­ti­bi­le e effi­me­ro, è desti­na­ta ad esse­re uni­ca e per sem­pre.

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Sheila Khan

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