Il tramonto più postato della storia

Foto scat­ta­te dal­la redazione 

Costan­za Motta

Il fat­to che ieri ci sia sta­to un tra­mon­to moz­za­fia­to è ormai qua­si Patri­mo­nio del­l’U­ma­ni­tà, il tut­to nel giro di nem­me­no ven­ti­quat­tro ore. Come sia sta­to pos­si­bi­le che anche mia zia, che per lavo­ro è a New York e a quel­l’o­ra si tro­va­va nel pie­no mez­zo­gior­no, lo abbia sapu­to, è sot­to gli occhi di tut­ti: nel momen­to stes­so in cui il pri­mo osser­va­to­re è rima­sto incan­ta­to dal­lo spet­ta­co­lo natu­ra­le, que­sto era già sta­to immor­ta­la­to e dif­fu­so su quel­l’im­men­sa fine­stra glo­ba­le che è inter­net e soprat­tut­to l’in­ter­net dei social network.

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Cosa signi­fi­ca tut­to ciò? Si potreb­be anche lasciar pas­sa­re in sor­di­na l’e­ven­to, visto che per una vol­ta il tam-tam tele­ma­ti­co ha riguar­da­to qual­co­sa che potrem­mo defi­ni­re una “mes­sa in cir­co­lo del­la bel­lez­za”. Tut­ta­via, dal momen­to che sia­mo pole­mi­sti per natu­ra e voca­zio­ne, è bene coglie­re la pal­la al bal­zo per una bre­ve rifles­sio­ne antro­po­lo­gi­ca sul­la nevro­si del­la con­di­vi­sio­ne social-mediatica.

Sia­mo tut­ti schia­vi del con­di­vi­de­re: anche io, viag­gian­do in tre­no ver­so Mila­no, sono sta­ta rapi­ta dal­l’ac­cen­der­si del­l’in­cen­dio cele­ste. Fin qui non c’è nul­la di male, se non che dopo un atti­mo di strug­gi­men­to ed incan­to con Qua­si­mo­do in sor­di­na nel­la memo­ria, ecco la mano mefi­sto­fe­li­ca muo­ver­si qua­si auto­ma­ti­ca­men­te ver­so il cel­lu­la­re: scatto-invio-condivisione.
Dopo poco, si pale­sa la malat­tia del tut­to: no, non era sta­to fat­to sem­pli­ce­men­te per riem­pi­re il web di imma­gi­ni del­la poten­za del­la Natu­ra, ma per ave­re una sor­ta di upgra­de nel­la sca­la­ta del­la social-fame. Per­chè sì, ammet­tia­mo­lo, quan­do postia­mo un’im­ma­gi­ne quel che più ci pre­me è il nume­ro di con­sen­si (cfr. likes) che otte­nia­mo da essa. Ecco, men­tre anche la mia per­so­na­le dipen­den­za mi spin­ge­va a con­trol­la­re se la foto­gra­fia era sta­ta apprez­za­ta e da chi, la par­te anco­ra sana di me mi face­va nota­re che nel giro di un minu­to miria­di di imma­gi­ni come la mia ave­va­no inta­sa­to le home­pa­ge di Face­book ed Insta­gram con una rapi­di­tà inau­di­ta: ognu­no con lo stes­so desi­de­rio di mostra­re al mon­do quan­do bel­lo era il suo tra­mon­to, che in real­tà era lo stes­so per tut­ti.
Da qui il giro di vol­ta è bre­ve: per­ché sia­mo spin­ti a com­por­tar­ci così? Men­tre si guar­da­va il cie­lo dal­lo scher­mo, nel cie­lo sopra i nostri nasi i colo­ri cam­bia­va­no con la rapi­di­tà che solo le albe e i tra­mon­ti cono­sco­no. Noi, però, si rima­ne­va fis­si su quel­l’u­ni­co istan­te immor­ta­la­to in eter­no dal­la fotocamera.
Sem­bra bana­le o fuo­ri luo­go appel­lar­si al prin­ci­pio del dive­ni­re era­cli­teo, o pan­ta rhei, per cer­ca­re di tro­va­re una rispo­sta ad un dram­ma contemporaneo.

Eppure in fin dei conti la radice del problema non è altro che questa: in un presente dove tutto corre e passa ad una velocità disarmante, nella così detta società liquida, l’essere umano ha uno spasmodico bisogno di fermare il tempo in un eterno presente.

Poi­chè que­sto non è fisi­ca­men­te pos­si­bi­le nel­la real­tà, ha tro­va­to a sua dispo­si­zio­ne qua­le bac­chet­ta magi­ca, il mon­do paral­le­lo del­la foto­ca­me­ra digi­ta­le e del­la con­di­vi­sio­ne social: vive­re in un istan­te cri­stal­liz­za­to, o meglio in una serie di istan­ti cri­stal­liz­za­ti, che devo­no esse­re il più stu­pe­fa­cen­ti pos­si­bi­li, al fine di ali­men­ta­re la memo­ria ― sin­go­la e pub­bli­ca ― di ricor­di che non sia­no sci­vo­lo­si come il tem­po in cui si è immer­si. Ecco dun­que la sma­nia del­la foto­gra­fia, lo scat­to osses­si­vo-com­pul­si­vo di qual­sia­si cosa ci sem­bri “bel­la”.
Così l’uo­mo si illu­de di soprav­vi­ve­re allo scor­re­re del tem­po, amman­tan­do la sua esi­sten­za di una par­ven­za di eter­ni­tà. Ma il tra­mon­to è anch’es­so un pas­sag­gio da uno sta­to all’al­tro: dal­la luce al buio. Non a caso Monet, che vole­va fer­ma­re la luce, ha dipin­to miria­di di nin­fee in serie, per­chè ogni minu­to, ogni muta­zio­ne del­la luce, cam­bia­va il loro aspet­to. Non esi­ste nul­la di immo­bi­le in Natu­ra, e l’es­se­re uma­no non fa eccezione.

Ma c’è un altro pun­to cri­ti­co nel dram­ma del­la nevro­si da social-net­work, for­se più cocen­te del pri­mo. Ovve­ro la strin­gen­te neces­si­tà che spin­ge il sin­go­lo a con­di­vi­de­re col mon­do la pro­pria vita, non solo pub­bli­ca, ma anche ― e soprat­tut­to ― pri­va­ta. Appa­re evi­den­te che il pote­re dei social è quel­lo di met­te­re in con­tat­to per­so­ne lon­ta­ne, altri­men­ti costret­te a per­der­si nel mare del­le distan­ze o del mal­ser­vi­zio posta­le. Da que­sto nobi­le inten­to all’a­bu­so o cat­ti­vo-uso del social il pas­so è bre­ve (il cam­bia­men­to del­le rela­zio­ni per­so­na­li, l’os­ses­sio­ne per l’im­ma­gi­ne, lo sdop­pia­men­to identitario).

Nell’istante stesso in cui tutti abbiamo condiviso i nostri tramonti non abbiamo creato una rete sociale, ma abbiamo invece isolato e personalizzato qualcosa che, se ciò non fosse avvenuto, era meravigliosamente già di tutti.

Cer­to, si potreb­be ribat­te­re che tut­to ciò è dav­ve­ro Trop­po rumo­re per nul­la. In effet­ti, stan­do all’a­na­li­si razio­na­le dei fat­ti, per una vol­ta la manìa di con­di­vi­sio­ne ha riguar­da­to la bel­lez­za del cie­lo d’I­ta­lia: un inno alla poten­zia­li­tà pae­sag­gi­sti­ca del nostro Bel Pae­se. Non si nega: se tut­to ciò sarà sfrut­ta­to per slo­gan pro­gres­so o per smuo­ve­re coscien­ze riguar­do quel­lo che potreb­be esse­re il patri­mo­nio ambien­ta­le di que­sto ango­lo di mon­do, allo­ra ne sarà val­sa dav­ve­ro la pena. Ma non sen­tia­mo­ci spe­cia­li per aver con­di­vi­so bel­lez­za, sen­tia­mo­ci spe­cia­li, piut­to­sto, se e quan­do ne sare­mo par­te attiva.
Se poi, i social net­work, han­no dav­ve­ro il pote­re di dif­fon­de­re una noti­zia in pre­sa diret­ta nel giro di pochi minu­ti (anche secon­di), inve­ce di far­ne un uso per­so­na­le per met­te­re in vetri­na quan­to sia mera­vi­glio­sa la vita per­so­na­le del sin­go­lo (per­chè, al di là dei man­tel­li di ipo­cri­sia, è a que­sto che ser­ve la con­di­vi­sio­ne del­la mag­gior par­te del­le foto­gra­fie), si potreb­be dav­ve­ro lavo­ra­re su spa­zi di co-wor­king, net­kor­king, reti socia­li mediatiche.
Ma la spin­ta ad indi­vi­dua­liz­za­re gli spa­zi e le espe­rien­ze è il male del­la soli­tu­di­ne che afflig­ge l’uo­mo post-moder­no: esse­re glo­ba­li non signi­fi­ca qua­si mai esse­re meno soli. Allo­ra anche i ver­si di Qua­si­mo­do, pro­ba­bil­men­te ispi­ra­ti ad un tra­mon­to simi­le a quel­lo di ieri, assu­mo­no in tut­ta la pie­nez­za il loro malin­co­ni­co e tra­gi­co significato:

Ognu­no sta solo sul cuor del­la terra
Tra­fit­to da un rag­gio di sole:
Ed è subi­to sera.

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