Tutti i limiti della democrazia dei referendum

Ric­car­do Cattaneo

È sem­pre vero che rimet­te­re alla volon­tà popo­la­re la pre­sa di una deci­sio­ne è sem­pre cor­ret­to e democratico?

Se la mag­gio­ran­za pren­de una deci­sio­ne (come l’in­di­pen­den­za in un refe­ren­dum), la volon­tà popo­la­re deve pre­va­le­re. Que­sta è la tesi di chi affer­ma che i ple­bi­sci­ti sono for­ma più pura di demo­cra­zia. In mano a dema­go­ghi e dit­ta­to­ri, la sto­ria però dimo­stra che essi sono un per­cor­so ver­so l’autoritarismo, per­ché liber­tà e demo­cra­zia pog­gia­no sul­lo sta­to di dirit­to e sul­la tute­la del­le mino­ran­ze, prin­ci­pi car­di­ne che non pos­so­no esse­re rove­scia­ti dai capric­ci del­la mag­gio­ran­za di tur­no.

D’altro can­to, però, l’importanza e poten­zia­le del­lo stru­men­to refe­ren­da­rio sono pie­na­men­te com­pre­si ed appli­ca­ti dal­la Sviz­ze­ra, tan­to da dive­ni­re uno dei car­di­ni del­la demo­cra­zia elve­ti­ca. La popo­la­zio­ne vive la quo­ti­dia­ni­tà poli­ti­ca abi­tua­ta al suo uti­liz­zo ed è pre­pa­ra­ta ad uti­liz­zar­lo, a dif­fe­ren­za di quei Pae­si nei qua­li incon­tra nien­te­me­no che un uso spo­ra­di­co. Ma si può affer­ma­re ciò anche nei casi in cui, ad esem­pio, la popo­la­zio­ne si rifiu­ti di accet­ta­re un pia­no di rifor­ma del siste­ma pen­sio­ni­sti­co per ragio­ni di soste­ni­bi­li­tà o quan­do si voglio­no por­re tet­ti ai fron­ta­lie­ri comu­ni­ta­ri igno­ran­do Schen­gen e le pos­si­bi­li ritor­sio­ni europee?

La realtà dimostra che l’istituto referendario è, nei fatti, uno strumento tanto potente quanto pericoloso.

Per que­sto, è logi­ca con­se­guen­za pen­sa­re che il suo uti­liz­zo deb­ba esse­re ogget­to di limi­ta­zio­ni. Que­sto han­no pen­sa­to i costi­tuen­ti del­la nostra Repub­bli­ca, limi­tan­do­lo alle sole for­me costi­tu­zio­na­le, ter­ri­to­ria­le, abro­ga­ti­va e, in talu­ni casi, con­sul­ti­va. Quest’ultimo caso, tut­ta­via, pone anche limi­ti (art. 75 Cost.) al suo uti­liz­zo in mate­ria di leg­gi tri­bu­ta­rie, bilan­cio, amni­stia, indul­to e rati­fi­ca di trat­ta­ti inter­na­zio­na­li (ivi com­pre­sa l’a­de­sio­ne a orga­niz­za­zio­ni inter e sovra­na­zio­na­li). In quest’ultimo caso è evi­den­te come il limi­te sia posto per evi­ta­re che un’avventata deci­sio­ne popo­la­re pos­sa por­ta­re ad uno scon­vol­gi­men­to del­la poli­ti­ca este­ra del Pae­se e del­le sue rela­zio­ni diplomatiche.

È poi giu­sto affi­da­re alle mas­se l’espressione di un giu­di­zio su mate­rie pret­ta­men­te tec­ni­che? Pren­dia­mo in con­si­de­ra­zio­ne alcu­ni casi che pos­sa­no tor­na­re uti­li. Nel 2005 la Fran­cia respin­se con refe­ren­dum la rati­fi­ca del­la Costi­tu­zio­ne euro­pea, ma appe­na tre anni più tar­di, l’allora gover­no di Sar­ko­zy rati­fi­cò il testo del Trat­ta­to di Lisbo­na – che ripren­de del tut­to o in par­te ogni misu­ra pre­vi­sta dal­la Costi­tu­zio­ne –, evi­tan­do di sot­to­por­si nuo­va­men­te a tale rischio. Lo stes­so testo è sta­to ogget­to di dop­pio refe­ren­dum in Irlan­da, atto a sbloc­ca­re l’impas­se con­se­guen­te al pri­mo esi­to nega­ti­vo. Anco­ra, la Bre­xit, argo­men­to impli­can­te così tan­te com­pli­ca­zio­ni che pare che nem­me­no i nego­zia­to­ri rie­sca­no a divin­co­lar­se­ne, fu con­se­guen­za di un refe­ren­dum. Infi­ne, in Colom­bia l’accordo per la fine del­la guer­ra civi­le tra FARC e gover­no fu boc­cia­to tra­mi­te refe­ren­dum per poi esse­re, in una fase suc­ces­si­va, comun­que rati­fi­ca­to. In ulti­mo, di una dif­fe­ren­te ma pari com­ples­si­tà, pos­so­no esse­re con­si­de­ra­ti i refe­ren­dum con­vo­ca­ti per decre­ta­re un pro­fon­do muta­men­to isti­tu­zio­na­le di uno Sta­to (si guar­di ai refe­ren­dum del 2001, 2006 e 2016 in Italia).

Que­sto tipo di deci­sio­ne richie­de a chi è chia­ma­to ad espri­mer­si in giu­di­zio, un pro­fon­do sfor­zo di infor­ma­zio­ne e, nel­la mag­gior par­te dei casi, di stu­dio. La real­tà dei fat­ti è che nell’era del­la post-veri­tà in cui urla e accu­se infon­da­te, vei­co­la­te oggi come non mai, atti­ra­no e val­go­no più di mil­le argo­men­ti, i refe­ren­dum si ridu­co­no in un mero stru­men­to dema­go­gi­co e mani­po­la­ti­vo facen­te leva sugli orien­ta­men­ti poli­ti­ci del momento.

Par­zial­men­te di segno oppo­sto è, inve­ce, lo stu­dio del­lo stru­men­to refe­ren­da­rio in rela­zio­ne a que­stio­ni sostan­zial­men­te lega­te all’etica per­so­na­le. Risul­ta infat­ti mol­to più sem­pli­ce pren­de­re una deci­sio­ne in tale mate­ria anche per per­so­ne che non han­no fat­to del­lo stu­dio poli­ti­co un pro­prio inte­res­se. In que­sto sen­so van­no mol­ti dei refe­ren­dum cele­bra­ti in Ita­lia e altro­ve (Irlan­da, Slo­ve­nia, Austra­lia, ecc.) su temi come divor­zio, por­to d’armi, abor­to, unio­ni civi­li e matri­mo­ni tra per­so­ne del­lo stes­so ses­so (que­sti ulti­mi mai con­vo­ca­ti nel nostro pae­se). Ma anche qui il rischio è die­tro l’angolo: la mag­gio­ran­za non sem­pre è in gra­do di riflet­te­re in modo lun­gi­mi­ran­te sul­le deci­sio­ni da pren­de­re, e ciò rischia di legit­ti­ma­re idee discri­mi­na­to­rie (si veda, ad esem­pio, la gene­ra­le posi­zio­ne di con­tra­rie­tà ai dirit­ti civi­li dei black Ame­ri­cans negli anni ’60) tipi­che di una oclo­cra­zia toc­que­vil­lia­na. Anche qui è neces­sa­rio che l’uomo poli­ti­co sia una figu­ra sag­gia e respon­sa­bi­le, ma anche su que­sto non si può sem­pre fare affidamento.

Di fat­to, tut­to si muo­ve lun­go fra­gi­li equi­li­bri: da un lato si tro­va l’idea che la deci­sio­ne popo­la­re deb­ba esse­re siste­ma­ti­ca­men­te ese­gui­ta, men­tre dall’altro la respon­sa­bi­li­tà poli­ti­ca deve poter­la anche ripu­dia­re, se neces­sa­rio. Fon­da­men­ta­le è anche l’informazione, spe­cial­men­te da par­te gover­na­ti­va. Trop­po spes­so, però, si fini­sce per spon­so­riz­za­re gli obiet­ti­vi poli­ti­ci di bre­ve ter­mi­ne, inve­ce di pro­muo­ve­re l’interesse gene­ra­le sot­to­po­nen­do genui­na­men­te una que­stio­ne ad una popo­la­zio­ne pre­pa­ra­ta ed informata.

Que­sto già com­ples­so ed irri­sol­vi­bi­le dilem­ma si mol­ti­pli­ca per le que­stio­ni nazio­na­li­ste, lad­do­ve que­stio­ni eti­che sol­le­va­no pro­ble­ma­ti­che rea­li o per­ce­pi­te (come la cul­tu­ra cata­la­na) che pos­so­no com­por­ta­re impres­sio­nan­ti con­se­guen­ze di natu­ra giu­ri­di­co-isti­tu­zio­na­le, anche a livel­lo inter­na­zio­na­le. In que­sti casi, la volon­tà popo­la­re rischia più di esse­re un poten­te stru­men­to disor­di­na­to­re, più che la solu­zio­ne ulti­ma dei pro­ble­mi poli­ti­ci cor­ren­ti.

Ben­ché la legit­ti­mi­tà demo­cra­ti­ca dell’istituto refe­ren­da­rio non pos­sa in alcun modo esse­re con­te­sta­ta, occor­re con­si­de­rar­ne i rischi e le complessità.

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