Esiste davvero la sindrome di Stendhal?

Si dice sin­dro­me di Sten­d­hal quel­la serie di sin­to­mi psi­co­fi­si­ci che si mani­fe­sta­no in una per­so­na duran­te la con­tem­pla­zio­ne di ope­re arti­sti­che di straor­di­na­ria bel­lez­za. Chia­ma­ta anche sin­dro­me di Firen­ze (dal nome del­la cit­tà in cui la sin­dro­me ricor­re più spes­so), si mani­fe­sta con capogiri,vertigini, allu­ci­na­zio­ni, tachi­car­dia e, a vol­te, svenimenti.

La sin­dro­me vie­ne descrit­ta per la pri­ma vol­ta da Sten­d­hal, nel suo dia­rio di viag­gio Roma, Napo­li e Firen­ze: «Ero giun­to a quel livel­lo di emo­zio­ne dove si incon­tra­no le sen­sa­zio­ni cele­sti date dal­le arti ed i sen­ti­men­ti appas­sio­na­ti. Uscen­do da San­ta Cro­ce, ebbi un bat­ti­to del cuo­re, la vita per me si era ina­ri­di­ta, cam­mi­na­vo temen­do di cadere.»

Dario Argen­to si è ispi­ra­to alla sin­dro­me per gira­re nel 1996 un mera­vi­glio­so hor­ror psi­co­lo­gi­co dal tito­lo La sin­dro­me di Sten­d­hal: nel film la gio­va­ne poli­ziot­ta Anna Man­ni (inter­pre­ta­ta da Asia Argen­to) inda­ga su una serie di stu­pri tra Roma e Firen­ze, e svie­ne con­tem­plan­do La cadu­ta di Ica­ro di Brue­gel. Duran­te la pri­ma fase del­la sin­dro­me diven­ta un tutt’uno con il qua­dro, con le acque blu dipin­te e con il cie­lo, e dopo lo sve­ni­men­to avrà un sogno (o un’allucinazione?) in cui, nel fon­do del mare, bacia un gros­so pesce, pri­ma di esse­re soc­cor­sa da Alfredo.

https://www.youtube.com/watch?v=0gMi_wQH_u0

È molto romantico e suggestivo pensare che un’opera d’arte possa condurci all’estasi mistica. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

I pri­mi stu­di scien­ti­fi­ci sul­la sin­dro­me di Sten­d­hal ven­go­no con­dot­ti dal­la psi­chia­tra fio­ren­ti­na Gra­ziel­la Maghe­ri­ni nel 1977, che descris­se 106 casi di turi­sti stra­nie­ri venu­ti in visi­ta a Firen­ze e che ave­va­no mani­fe­sta­to sin­to­mi psi­co­fi­si­ci ricon­du­ci­bi­li alla sin­dro­me di Sten­d­hal. Appro­fon­den­do il caso, però, la psi­chia­tra tro­vò nume­ro­se carat­te­ri­sti­che comu­ni tra i sog­get­ti col­pi­ti: distur­bi del con­te­nu­to e del­la for­ma del pen­sie­ro con intui­zio­ni e per­ce­zio­ni deli­ran­ti asso­cia­te a distur­bi del­le senso/percezioni con allu­ci­na­zio­ni udi­ti­ve, feno­me­ni illu­sio­na­li; altri pre­sen­ta­va­no distur­bi di alte­ra­zio­ne affet­ti­va, ossia un umo­re orien­ta­to in sen­so depres­si­vo con con­te­nu­ti olo­ti­mi­ci di col­pa e di rovi­na o, vice­ver­sa, in sen­so mania­ca­le con eufo­ria e mani­fe­sta­zio­ni di esta­si. Altri anco­ra mani­fe­sta­va­no sin­to­mi rife­ri­bi­li agli attua­li cri­te­ri dia­gno­sti­ci per il distur­bo di pani­co, con cri­si acu­te di ansia libe­ra o situa­zio­na­le. Data que­sta pre­mes­sa è dif­fi­ci­le ascri­ve­re i sin­to­mi a uno spe­ci­fi­co distur­bo psi­chia­tri­co; risul­ta più sen­sa­to, inve­ce, ricol­le­gar­si a più tra­di­zio­ni (psi­coa­na­li­ti­ca e neu­ro­scien­ti­fi­ca) per dar­si una spie­ga­zio­ne del­la sindrome.

Gra­ziel­la Maghe­ri­ni cer­ca di dare un’inter­pre­ta­zio­ne psi­ca­na­li­ti­ca alla sin­dro­me di Sten­d­hal. Par­ten­do dal­le teo­rie freu­dia­ne sul con­flit­to edi­pi­co, la psi­chia­tra estrae una for­mu­la per spie­ga­re il rap­por­to tra frui­to­re e ope­ra d’arte: Frui­zio­ne arti­sti­ca = Espe­rien­za este­ti­ca pri­ma­ria madre-bam­bi­no + Per­tur­ban­te + “Fat­to scel­to” + “F”, dove per espe­rien­za este­ti­ca pri­ma­ria madre-bam­bi­no è inte­so il pri­mo incon­tro del bam­bi­no con il vol­to, i seni e la voce del­la madre, rispec­chian­do così anche il pri­mo rap­por­to con l’e­ste­ti­ca ed il pri­mo con­tat­to con la bel­lez­za; il per­tur­ban­te, con­cet­to ripre­so da Freud, con­si­ste in un’e­spe­rien­za con­flit­tua­le pas­sa­ta rimos­sa, mol­to signi­fi­ca­ti­va da un pun­to di vista emo­ti­vo che ritor­na pre­po­ten­te­men­te atti­va nel momen­to in cui avvie­ne l’in­con­tro con l’o­pe­ra d’ar­te e in par­ti­co­lar modo con il “Fat­to Scel­to”, ossia un par­ti­co­la­re del­l’o­pe­ra sul qua­le la per­so­na con­cen­tra tut­ta la sua atten­zio­ne, che richia­ma alla men­te par­ti­co­la­ri vis­su­ti per­so­na­li e, quin­di, con­fe­ri­sce all’o­pe­ra quel par­ti­co­la­re e per­so­na­le signi­fi­ca­to emo­zio­na­le respon­sa­bi­le, secon­do Maghe­ri­ni, del­lo sca­te­na­men­to del­la sin­to­ma­to­lo­gia psichica.

Negli anni ‘90 le ricer­che sul­la sin­dro­me di Sten­d­hal assu­mo­no nuo­ve pro­spet­ti­ve: sono infat­ti gli anni in cui si sco­pre il ruo­lo fon­da­men­ta­le dei neu­ro­ni-spec­chio nel­la frui­zio­ne arti­sti­ca. Que­sti neu­ro­ni sono respon­sa­bi­li dell’attivazione di deter­mi­na­te aree del cer­vel­lo che por­ta­no il frui­to­re a uno sta­to di empa­tia incon­scia e pre-rifles­si­va con l’opera d’arte e, nei sog­get­ti con una spic­ca­ta sen­si­bi­li­tà arti­sti­ca ed emo­ti­va, anche con le inten­zio­ni dell’autore. È pro­prio que­sta simu­la­zio­ne incar­na­ta che gene­ra nel frui­to­re tut­ti i sin­to­mi sopracitati.
Secon­do la tra­di­zio­ne inter­di­sci­pli­na­re del­la neu­roe­ste­ti­ca, inve­ce, il nostro cer­vel­lo non è solo solo visi­vo, ma anche crea­ti­vo e, ogni vol­ta che guar­dia­mo un’opera d’arte, non solo la con­tem­pla, ma a sua vol­ta crea una nuo­va ope­ra, mutua­ta dal­la nostra sen­si­bi­li­tà, dal­le nostre espe­rien­ze e dal­le nostre esi­gen­ze comu­ni­ca­ti­ve. Ed è pro­prio que­sta ansia crea­ti­va che gene­ra i distur­bi psi­co­so­ma­ti­ci descrit­ti per la pri­ma vol­ta da Stendhal.

Queste teorie lasciano poco spazio a una spiegazione fantastica sulla fruizione dell’arte: non esiste una vera e propria emozione estetica.

Spie­ga­re scien­ti­fi­ca­men­te l’insorgere di un’emozione, però, non eli­mi­na il valo­re e la bel­lez­za intrin­se­ca dell’opera d’arte. Pit­tu­ra, scul­tu­ra e archi­tet­tu­ra con­ti­nue­ran­no a emo­zio­nar­ci come han­no sem­pre fat­to. La sin­dro­me di Sten­d­hal si pre­sen­ta sem­pre in sog­get­ti dota­ti di una gran­de sen­si­bi­li­tà emo­ti­va e arti­sti­ca e se que­sta è dav­ve­ro la cau­sa dell’insorgere dei sin­to­mi, la pre­di­spo­si­zio­ne alla sin­dro­me costi­tui­reb­be una gran­de for­tu­na per tutti.

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Sheila Khan

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