Leone, un presidente nello scandalo

©LAPRESSE 04-05-73 ROMA INTERNI E' MORTO GIOVANNI LEONE NELLA FOTO: IL CAPO DELLO STATO GIOVANNI LEONE E LA MOGLIE DONNA VITTORIA A CONCORSO IPPICO IN PIAZZA DI SPAGNA

Nel­la sto­ria tra­gi­ca­men­te con­vul­sa, e spes­so oscu­ra, del­la poli­ti­ca ita­lia­na meri­ta cer­ta­men­te un posto di tut­to rispet­to Gio­van­ni Leo­ne. Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca dal 1971 al 1978, rimane famo­so soprat­tut­to per esse­re sta­to l’unico Pre­si­den­te ita­lia­no costret­to alle dimis­sio­ni da uno scan­da­lo poli­ti­co-finan­zia­rio. Pur non essen­do sta­to cer­ta­men­te il solo a dimet­ter­si – anche Segni nel 1964 e Cos­si­ga nel 1992 lascia­ro­no anti­ci­pa­ta­men­te il Qui­ri­na­le – è sta­to l’unico ad esse­re fini­to dal­la par­te sba­gliata del­la sto­ria, come vit­ti­ma di una colos­sa­le cam­pa­gna gior­na­li­sti­ca che mira­va a scre­di­tar­lo per­so­nal­men­te e a demo­lir­ne l’immagine pub­bli­ca. La sua vicen­da rap­pre­sen­ta oggi la dimo­stra­zio­ne di quan­to in alto pos­sa esse­re por­ta­ta la bat­ta­glia poli­ti­ca e di quan­to pericolo­sa pos­sa rive­lar­si l’avventatezza del­le accu­se gra­tui­te rivol­te agli uomi­ni del­le istituzioni. 

Leo­ne, demo­cri­stia­no fin dal­la gio­vi­nez­za e nota­bi­le di lun­go cor­so, pri­ma di arri­va­re al Qui­ri­na­le era sta­to Pre­si­den­te del­la Came­ra per otto anni e due vol­te Pre­si­den­te del Con­si­glio, a capo dei cosid­det­ti “gover­ni bal­nea­ri”, carat­te­riz­za­ti da una dura­ta effi­me­ra e da un’incisività poli­ti­ca mol­to ridot­ta. Nel 1971 ven­ne elet­to al Qui­ri­na­le al ter­mi­ne del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li più lun­ghe del­la sto­ria ita­lia­na: a cau­sa dell’incertezza tra i par­ti­ti e dei veti incro­cia­ti furo­no infat­ti neces­sa­ri ben ven­ti­tré scru­ti­ni per eleg­ge­re il nuo­vo capo del­lo Sta­to.

Negli ulti­mi tre anni del suo man­da­to da Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Leo­ne ven­ne rag­giun­to da accu­se mar­tel­lan­ti e insi­nua­zio­ni insi­sten­ti, che lo vole­va­no coin­vol­to in scan­da­li inter­na­zio­na­li e respon­sa­bi­le di imper­do­na­bi­li gaf­fes, come le famo­se cor­na con cui ave­va rispo­sto al gri­do “Mor­te a Leo­ne!” di un con­te­sta­to­re.  Gior­na­li e libri sono sta­ti com­pli­ci del­la dif­fu­sio­ne di que­ste insi­nua­zio­ni, ulte­rior­men­te ampli­fi­ca­te per­si­no da un film (Signo­re e signo­ri, buo­na­not­te).

L’argomento prin­ci­pa­le dei suoi accu­sa­to­ri fu senz’altro lo scan­da­lo Loc­kheed, scoppiato negli Sta­ti Uni­ti nel 1975, che pren­de­va il nome dall’azienda pro­dut­tri­ce di aerei respon­sa­bi­le di aver paga­to tan­gen­ti a poli­ti­ci e mili­ta­ri di mol­ti Sta­ti euro­pei, in cam­bio dell’acquisto dei propri veli­vo­li. In Ita­lia era­no già sta­ti coin­vol­ti mol­ti poli­ti­ci, pri­ma che le accu­se arri­vas­se­ro anche al Col­le nel 1976. Lerra­ta inter­pre­ta­zio­ne del lin­guag­gio in codi­ce di alcu­ni docu­men­ti segre­ti attribuì a Leo­ne pesan­ti respon­sa­bi­li­tà, che era­no in real­tà di un altro ex Pre­si­den­te del Con­si­glio, Maria­no Rumor.

L’effetto della diffusione di queste rivelazioni consegnò di fatto Leone alla gogna pubblica.

I prin­ci­pa­li e più fero­ci attac­chi giun­ge­va­no dal Par­ti­to Radi­ca­le e dai suoi lea­der Mar­co Pannel­la ed Emma Boni­no, dal gior­na­le Osser­va­to­re Poli­ti­co diret­to da Mino Peco­rel­li e dal settimana­le L’Espresso. Par­ti­co­lar­men­te agguer­ri­ta risul­tò fin da subi­to la gior­na­li­sta Camil­la Ceder­na, che con­den­sò le innu­me­re­vo­li accu­se con­tro il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca nel cele­bre pam­phlet “Gio­van­ni Leo­ne, la car­rie­ra di un Pre­si­den­te”. Al ter­mi­ne del pro­ces­so per dif­famazio­ne che seguì la pub­bli­ca­zio­ne del libro, la Ceder­na ven­ne poi con­dan­nata al paga­men­to di un ingentissi­mo risar­ci­men­to. Costo­ro, e in par­ti­co­la­re Op, non solo rite­ne­va­no Leo­ne coin­volto nel­lo scan­da­lo Lockheed.

Lo accusavano di intrattenere frequentazioni poco trasparenti, di condurre una vita privata di dubbia moralità e di rappresentare nelle istituzioni una destra da sempre incline alle tendenze autoritarie.

Al discre­di­to del Pre­si­den­te con­tri­buì però in lar­ga misu­ra anche il caso Moro. Dopo esser­si dichia­ra­to pron­to a fir­ma­re la gra­zia per alcu­ni bri­ga­ti­sti ros­si come con­tro­par­ti­ta richie­sta dai seque­stra­to­ri in cam­bio del­la libe­ra­zio­ne di Moro, Leo­ne ave­va poi ter­gi­ver­sa­to fino all’uccisione del­lo sta­ti­sta demo­cri­stia­no, ali­men­tan­do di con­se­guen­za le accu­se e le cri­ti­che nei suoi confronti.

Così, dai pri­mi mesi del 1978, ber­sa­glia­to dagli attac­chi per­so­na­li e umi­lia­to da duris­si­me e tal­vol­ta offen­si­ve vignet­te, Leo­ne per­se pro­gres­si­va­men­te l’appoggio del suo par­ti­to, la Dc, e si tro­vò iso­la­to di fron­te all’opinione pub­bli­ca. Il logo­ra­men­to ebbe il suo cul­mi­ne nei gior­ni succes­si­vi al 9 mag­gio, gior­no del ritro­va­men­to del cada­ve­re di Aldo Moro. Il Par­ti­to Comu­ni­sta, nel timo­re di tro­var­si ad esse­re para­dos­sal­men­te l’unica voce in dife­sa di un uomo di destra come Leo­ne, ne chie­se cla­mo­ro­sa­men­te le dimis­sio­ni. I lea­der del­la Dc, desi­de­ro­si di tro­va­re un capro espia­to­rio sul qua­le addos­sa­re la respon­sa­bi­li­tà del fal­li­men­to del­le isti­tu­zio­ni, non offri­ro­no al Pre­si­den­te alcun aiu­to. Il 15 giu­gno, a set­te mesi dal­la sca­den­za natu­ra­le del suo man­da­to, Leo­ne ras­se­gnò infi­ne le dimis­sio­ni con un mes­sag­gio tele­vi­si­vo agli ita­lia­ni, duran­te il qua­le scan­dì paro­le dram­ma­ti­ca­men­te sin­ce­re:

Nel momen­to in cui la cam­pa­gna dif­fa­matoria sem­bra aver intac­ca­to la fidu­cia del­le for­ze poli­ti­che, ho il dove­re di dir­vi che ave­te avu­to come Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca un uomo one­sto.

Negli anni suc­ces­si­vi, chia­ri­ta l’infondatezza del­le accu­se e ridi­men­sio­na­ta l’inadeguatezza del­le fre­quen­ta­zio­ni di Leo­ne, ini­ziò len­ta­men­te il pro­ces­so di ria­bi­li­ta­zio­ne. Nel 1998, quan­do ormai la vio­len­za del­le pole­mi­che e la nevro­si del dibat­ti­to quo­ti­dia­no era­no sta­te supe­ra­te, Pan­nel­la e Boni­no scris­se­ro all’ex Pre­si­den­te, pros­si­mo al novan­te­si­mo com­plean­no, un’accorata let­te­ra di scuse:

“Le sia­mo gra­ti per l’e­sem­pio da lei dato di fron­te all’o­stra­ci­smo, alla soli­tu­di­ne, all’ab­ban­do­no da par­te di un regi­me nei con­fron­ti del qua­le, con le sue dimis­sio­ni altri­men­ti immo­ti­va­te, lei spin­se la sua leal­tà fino alle estre­me con­se­guen­ze, accet­tan­do di esse­re il capro espia­to­rio di un asset­to di pote­re e di pre­po­te­ri, che così riu­scì a elu­de­re le sue atro­ci respon­sa­bi­li­tà rela­ti­ve al caso Moro, alla vicen­da Loc­kheed, al degra­do tota­le e defi­ni­ti­vo di quanto pur anco­ra esi­ste­va di Sta­to di dirit­to nel nostro Pae­se”.

Con que­ste paro­le veni­va impres­so il sigil­lo defi­ni­ti­vo sul­la vicen­da per­so­na­le e pub­bli­ca di Gio­van­ni Leo­ne, ingiu­sta­men­te accu­sa­to e cru­del­men­te demo­niz­za­to di fron­te al Pae­se. Circostan­ze rese ancor più gra­vi dall’alto ruo­lo che Leo­ne rico­pri­va al momen­to del­la cam­pa­gna diffama­to­ria: il discre­di­to get­ta­to su di lui, con­tri­buen­do ad avve­le­na­re il cli­ma poli­ti­co già tesissimo per l’inasprimento del­la stra­te­gia dei ter­ro­ri­sti, ave­va infat­ti ine­so­ra­bil­men­te inve­sti­to anche la cari­ca di Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca che occu­pa­va. La vicen­da di Leo­ne potreb­be super­fi­cial­men­te appa­ri­re lon­ta­na nel tempo, ma si dimo­stra in real­tà cari­ca di un signi­fi­ca­to pro­fon­da­men­te attua­le: chi gio­ca allo sfa­scio fini­sce spes­so per pren­de­re gran­chi colos­sa­li; o, se in mala­fe­de, per inde­bo­li­re la demo­cra­zia.

Con­di­vi­di:
Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.