“Take me (I’m yours)”: la mostra dove tutto è permesso

Il 31 otto­bre pres­so il Pirel­li Han­gar Bicoc­ca si è tenu­ta l’inaugurazione del­la mostra tem­po­ra­nea “Take me (I’m yours)”, cura­ta da Hans Ulrich Obri­stChri­stian Bol­tan­sky, che rac­co­glie i con­tri­bu­ti di cir­ca cin­quan­ta arti­sti di varie nazio­na­li­tà, gene­ra­zio­ni e cul­tu­re. L’esposizione, pre­sen­ta­ta per la pri­ma vol­ta nel 1995 alla Ser­pen­ti­ne Gal­le­ry di Lon­dra e poi ripro­dot­ta a par­ti­re dal 2015 a Pari­gi, Cope­na­ghen, New York e Bue­nos Aires, ha come obiet­ti­vo quel­lo di stra­vol­ge­re com­ple­ta­men­te l’approccio all’arte: al visi­ta­to­re infat­ti sarà per­mes­so di fare tut­to ciò che di nor­ma è vie­ta­to in un museo.

Le rego­le sono sem­pli­ci: quat­tro sim­bo­li posti affian­co del­le ope­re indi­ca­no la moda­li­tà di inte­ra­zio­ne con esse: lascia­re pro­pri ogget­ti per scam­biar­li con altri, modi­fi­ca­re gli spa­zi e le instal­la­zio­ni, usa­re ciò che è mes­so a dispo­si­zio­ne per “rein­ven­ta­re” oppu­re por­ta­re a casa l’opera. Gra­zie ad un pic­co­lo con­tri­bu­to, sarà infat­ti pos­si­bi­le acqui­sta­re la bor­sa “Disper­sion”, ripro­du­zio­ne dell’originale dise­gna­ta in occa­sio­ne del­la pri­ma mostra da Bol­tan­sky, diven­tan­do per la pri­ma vol­ta “col­le­zio­ni­sta d’arte” e con­tri­buen­do allo svuo­ta­men­to fisi­co del­lo spazio.

«Il fat­to che l’arte non si toc­chi, che ci si accon­ten­ti di guar­dar­la è una con­ven­zio­ne che evi­den­te­men­te si asso­cia al con­cet­to stes­so di mostra; come idea che l’opera sia dota­ta di una sua irri­du­ci­bi­le indi­vi­dua­li­tà spa­zio-tem­po­ra­le a cui si oppo­ne l’invenzione di un’installazione disper­di­bi­le» ha dichia­ra­to Patri­ce Mani­glier in un dibat­ti­to riguar­dan­te la biz­zar­ra espo­si­zio­ne. La chia­ve del suc­ces­so del­la mostra for­se sta pro­prio nel­la rot­tu­ra di que­sti “tabù” che per­met­to­no all’arte di rag­giun­ge­re anche chi, negli spa­zi silen­zio­si e rigo­ro­si del­le gal­le­rie non si è mai sen­ti­to a suo agio.

Visitando “Take me” ci si ritroverà infatti completamente liberi di agire davanti alle istallazioni che, ad ogni nuova visita, risulteranno sempre più dissolte e in continua metamorfosi.

Men­tre all’ingresso dell’Hangar sarà pos­si­bi­le appen­de­re i pro­pri desi­de­ri sugli albe­ri di limo­ni di Yoko Ono, nel­lo spa­zio espo­si­ti­vo si potrà col­le­zio­na­re la serie di spil­le pro­vo­can­ti ripro­du­cen­ti i ban­ners di Gil­bert e Geor­ge, oppu­re rovi­sta­re nel­la Quai del­la Gare di Bol­tan­ski, un’enorme pila di vesti­ti di secon­da mano posti al cen­tro del­la sala che il pub­bli­co è libe­ro di pren­de­re e por­ta­re via. Nume­ro­se sono anche le per­for­man­ce, come quel­la di Pier­re Huy­ghe (The annun­cer) o di James Lee Byars (Be Quiet), che dimo­stra­no come l’arte sia soprat­tut­to un’esperienza sen­so­ria­le, emo­ti­va, non per for­za lega­ta qual­co­sa di tan­gi­bi­le e materiale.

Dal 1995 ad oggi la mostra ha visto varie col­la­bo­ra­zio­ni e vari ten­ta­ti­vi di miglio­ra­men­to, ma i valo­ri che Bol­tan­sky e H.Ulrich ave­va­no posto alla base del­le pri­me edi­zio­ni non sono affat­to muta­ti, piut­to­sto rivi­sti in chia­ve moder­na. La con­di­vi­sio­ne, non solo di ogget­ti ma anche di con­te­nu­ti (ora resa pos­si­bi­le anche gra­zie all’uso mas­sic­cio dei social media), l’idea di dono e di valo­re dell’opera d’arte rap­pre­sen­ta­no infat­ti il filo con­dut­to­re che lega tra loro le ope­re, a pri­ma vista così ete­ro­ge­nee tra loro.

La mostra chiu­de­rà i bat­ten­ti il 14 gen­na­io 2018 è sarà visi­bi­le ad acces­so libe­ro duran­te la set­ti­ma­na e su pre­no­ta­zio­ne nel wee­kend, com­pa­ti­bil­men­te agli ora­ri di aper­tu­ra del­lo spa­zio espo­si­ti­vo dell’Hangar. Gli ora­ri e le gior­na­te dedi­ca­te alle per­for­man­ce inve­ce solo con­sul­ta­bi­li sul sito www.hangarbicocca.org.

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Giulia Bonizzi
Stu­den­tes­sa di logo­pe­dia che si diver­te con le paro­le, soprat­tut­to quel­le che nes­su­no vuol dire . Per­do tre­ni come for­ci­ne per capelli.

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