The Last Tycoon: l’ultimo Fitzgerald

Ci sono Serie Tv di cui solo i Mania­ci Seria­li sono a cono­scen­za. Que­sto per­ché loro han­no meto­di di esplo­ra­zio­ne segre­ti nel Mon­do dell’Internet o per­ché cono­sco­no appli­ca­zio­ni segre­te  che li ten­go­no aggior­na­ti sul Mon­do del­le Serie Tv , mol­to più dei Comu­ni Mortali.
Qua­lo­ra non lo ave­ste anco­ra fat­to, sca­ri­ca­te l’applicazione di Ama­zon Pri­me Video che, se sie­te clien­ti Ama­zon Pri­me è inclu­so nell’abbonamento; sfo­glia­te il cata­lo­go e fer­ma­te­vi su The Last Tycoon.
The Last Tycoon è una serie pro­dot­ta da Ama­zon e dispo­ni­bi­le dal 28 luglio 2017, di cui poco si è par­la­to e sen­ti­to par­la­re ma che non per que­sto non meri­ta atten­zio­ne. Pro­dot­ta e diret­ta da Bill Ray (The Hun­ger Games) e Chris Key­ser (Cin­que in fami­glia), essa è trat­ta dall’omonimo roman­zo di Fran­cis Scott Fitz­ge­rald, il cui tito­lo è sta­to tra­dot­to in ita­lia­no con Gli ulti­mi fuo­chi, ed è sta­ta l’ultima fati­ca del­lo scrit­to­re ame­ri­ca­no, rima­sta incom­piu­ta a cau­sa del­la sua scomparsa.

Il mondo che viene esplorato è quello del cinema e della produzione cinematografica degli anni ’30, dunque il periodo post-Great Depression e pre-World War II.

L’influenza del pri­mo perio­do nel­la serie la ritro­via­mo nel­la cri­si eco­no­mi­ca che la casa di pro­du­zio­ne in cui si svol­go­no le vicen­de, la Bra­dy-Ame­ri­can, si tro­va ad affron­ta­re, nel mal­con­ten­to dei “pic­co­li lavo­ra­to­ri” come auti­sti, costu­mi­sti e sce­neg­gia­to­ri, oppo­sto al lus­so sfre­na­to e alle appa­ren­ti ric­chez­ze di pro­dut­to­ri e atto­ri. L’influenza del secon­do perio­do la ritro­via­mo inve­ce nel­la figu­ra di un emis­sa­rio del Ter­zo Reich a cui spet­ta il com­pi­to di deci­de­re se man­da­re avan­ti o meno le pro­du­zio­ni, e se esse sia­no con­so­ne ad esse­re ven­du­te in Ger­ma­nia, diven­ta­ta l’unico ric­co mer­ca­to ver­so cui pun­ta­re e per­ché “the­re is no big­ger film fan than the Füh­rer”.
Il per­so­nag­gio prin­ci­pa­le è l’affascinante pro­dut­to­re Mon­roe Stahr, bel­lo e dan­na­to, inter­pre­ta­to da Matt Bomer (Whi­te Col­lar), che dopo la mor­te del­la moglie e attri­ce di pun­ta del­la Bra­dy-Ame­ri­can Min­na Davis (Jes­si­ca De Gouw) vede come uni­ca pos­si­bi­le rina­sci­ta per­so­na­le e del­la Bra­dy-Ame­ri­can la pro­du­zio­ne di un film incen­tra­to sul­la figu­ra di que­sta gran­de star del cine­ma dell’epoca. È con que­sto pre­sup­po­sto che le vicen­de pren­do­no ini­zio e si svi­lup­pa­no intor­no a mol­te­pli­ci per­so­nag­gi, i qua­li in un modo o nell’altro ren­do­no que­sta serie cora­le.  Ognu­no di essi, infat­ti, ha situa­zio­ni per­so­na­li da affron­ta­re che si intrec­cia­no tra loro e aiu­ta­no a ren­de­re il rac­con­to circolare.

La circolarità della vicenda è evidente nel fatto che la prima e l’ultima scena sono chiaramente legate da un elemento, un vaso, simbolo di distruzione ma anche di ricostruzione.

Già dal­la pri­ma sce­na spic­ca il per­so­nag­gio di Celia Bra­dy, dician­no­ven­ne figlia di Pat Bra­dy (Kel­sey Gram­mer), pro­prie­ta­rio del­la Bra­dy-Ame­ri­can, inter­pre­ta­ta da Lily Col­lins , la qua­le cer­ca di eman­ci­par­si dal nome di fami­glia e dimo­stra­re di esse­re non solo la figlia del capo, ma anche una bril­lan­te pro­dut­tri­ce. Sarà pro­prio da lei che par­ti­rà l’idea di rea­liz­za­re un film con l’intento di mostra­re cela­ta­men­te la cru­del­tà del regi­me nazi-fasci­sta che in que­gli anni si sta­va impa­dro­nen­do dell’Europa ma che len­ta­men­te sta­va espor­tan­do la sua influen­za anche ad Hol­ly­wood. Altro per­so­nag­gio che por­ta con sé una gran­de pro­ble­ma­ti­ca è Rose Bra­dy (Rose­ma­rie DeWitt), mam­ma di Celia e moglie di Pat, la qua­le ci mostra tut­to il peso di esse­re la moglie di un gran­de magna­te all’epoca.
Uni­ca pec­ca del­la serie è for­se quel­la di toc­ca­re tan­ti gran­di temi sen­za svi­lup­par­li fino infon­do. La que­stio­ne di gene­re, ma anche la nasci­ta dei sin­da­ca­ti e dun­que la volon­tà dei lavo­ra­to­ri di esse­re impie­ga­ti in un ambien­te che li rispet­tas­se in quan­to tali e la dif­fu­sio­ne dell’ideologia nazi-fasci­sta. Que­sta scel­ta è for­se dovu­ta alla mol­te­pli­ci­tà del­le tema­ti­che e ai pochi epi­so­di a dispo­si­zio­ne (9 da cir­ca 50 minu­ti). Di cer­to, a com­pen­sa­re que­sta man­can­za c’è l’effetto sce­ni­co, ci sono i costu­mi favo­lo­si, un make-up e hair-sty­le impec­ca­bi­li, gran­di ripre­se, dra­ma, intrec­ci amo­ro­si e col­pi di sce­na tipi­ci di un gran­de Fitzgerald.
Con­si­glia­ta: sì. Soprat­tut­to agli aman­ti del­la Let­te­ra­tu­ra e del Bel­lo, quel­li che nel Mon­do del­le Serie Tv sono chia­ma­ti i Mania­ci Seria­li Let­te­ra­ti, ma anche a colo­ro che si lascia­no tra­spor­ta­re con pia­ce­re indie­tro nel tempo.

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Francesca Rubini
Vado in cri­si quan­do mi si chie­de di scri­ve­re una bio, in par­ti­co­la­re la mia, per­ché ho una lista infi­ni­ta di cose che mi piac­cio­no e una lista infi­ni­ta di cose che odio. Basti sape­re che mi pia­ce scri­ve­re attin­gen­do da entrambe.

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