Stalattiti: che cos’è il femminismo islamico

Il mon­do occi­den­ta­le ha sco­per­to l’Islam l’11 set­tem­bre 2001. Da allo­ra ogni velo è sta­to guar­da­to con sospet­to, ogni bar­ba scrutata.

Si apre così La jihad del­le don­ne. Il fem­mi­ni­smo isla­mi­co nel mon­do occi­den­ta­le di Lucia­na Capret­ti. Un sag­gio edi­to quest’anno da Saler­no Edi­tri­ce su ciò che per mol­ti, anco­ra oggi, è visto come un auten­ti­co ossimoro.
Il ter­mi­ne jihad, che per gli occi­den­ta­li ha assun­to un signi­fi­ca­to ter­ri­bi­le e orren­do, con­nes­so al ter­ro­ri­smo isla­mi­co, in real­tà signi­fi­ca “sfor­zo”, ten­ta­ti­vo di supe­ra­re se stes­si. Jihad del­le don­ne indi­ca lo sfor­zo di ricon­dur­re l’Islam alla sua essen­za ori­gi­na­ria, dove nes­su­na fet­ta di uma­ni­tà è pri­vi­le­gia­ta agli occhi di Allah; lo sfor­zo con­si­ste quin­di nel­lo spo­glia­re il Cora­no da tut­te le inter­pre­ta­zio­ni, con­dot­te da seco­li in manie­ra uni­la­te­ra­le, che han­no accen­tua­to esclu­si­va­men­te la pro­spet­ti­va maschile.
I gover­ni e l’opinione pub­bli­ca occi­den­ta­li, da quan­do si sono pre­oc­cu­pa­ti dei dirit­ti del­le don­ne isla­mi­che, han­no pro­mos­so un ten­ta­ti­vo di libe­ra­zio­ne del­la don­na dall’esterno (che nascon­de­va e nascon­de, in real­tà, il pre­te­sto di cam­pa­gne mili­ta­ri e stru­men­ta­liz­za­zio­ne poli­ti­ca), il che, oltre a risul­ta­re ipo­cri­ta e pater­na­li­sti­co, ha reso di fon­do dif­fi­col­to­sa l’emancipazione fem­mi­ni­le, inte­sa come autodeterminazione.

E, in effetti, l’introduzione stessa del termine femminismo islamico è apparsa come l’ennesima crociata occidentale contro l’Islam.

Fu uti­liz­za­to per la pri­ma vol­ta nel 1995, a Pechi­no, duran­te la quar­ta Con­fe­ren­za Mon­dia­le sul­le Don­ne del­le Nazio­ni Uni­te, per chie­de­re ai tra­di­zio­na­li­sti isla­mi­ci un ade­gua­men­to alla modernità.
Il movi­men­to fem­mi­ni­sta si è poi dota­to di due ani­me: una nega­zio­ni­sta, poi­ché rin­ne­ga il Cora­no, rite­nen­do­lo for­te­men­te discri­mi­na­to­rio e moti­vo di oppres­sio­ne seco­la­re, e un’altra inter­pre­ta­ti­va, che muo­ve le sue cri­ti­che dal­l’in­ter­no ed è costi­tui­to per­lo­più da sto­ri­che, teo­lo­ghe e docen­ti uni­ver­si­ta­rie, che non inten­do­no abban­do­na­re la loro reli­gio­ne ma rifor­mar­la dal­l’in­ter­no. Il cuo­re del loro mes­sag­gio è que­sto: il Cora­no è uni­ver­sa­le nell’intento ma non nel­la sua epi­ste­mo­lo­gia e va quin­di rilet­to e reinterpretato.

Secon­do que­sta secon­da cor­ren­te sono, piut­to­sto, i testi secon­da­ri a incen­ti­va­re la discri­mi­na­zio­ne tra ses­si: il taf­sìr, l’esegesi cora­ni­ca, gli ahà­dith, i rac­con­ti dei det­ti del Pro­fe­ta, la sun­nah, la rac­col­ta del­le azio­ni del pro­fe­ta, la shari’ah, il codi­ce di leg­gi che rego­la­no la vita musul­ma­na. Mol­ti di que­sti, oltre a non esse­re con­cor­di tra di loro, sono sta­ti crea­ti ad arte da stu­dio­si di Mao­met­to per difen­de­re un siste­ma socio-poli­ti­co o com­pia­ce­re un calif­fo. Il Cora­no, infat­ti, dove­va poter coin­vol­ge­re una fet­ta di uma­ni­tà che si ser­vi­va anco­ra di pene cor­po­ra­li e schia­vi e che quin­di neces­si­ta­va di un lin­guag­gio adat­to a loro. Oggi, vivia­mo in un’epoca mol­to diver­sa e biso­gna per­ciò inter­pre­ta­re e appli­ca­re il Cora­no nei suoi prin­ci­pi fon­da­men­ta­li, non nei dettagli. 

Il vero Islam, sostengono le femministe, è un luogo di uguaglianza e laddove il testo non lo afferma è per motivi storici o pragmatici.


Nem­me­no la
vio­len­za è con­ce­pi­bi­le come inse­gna­men­to isla­mi­co. Il Cora­no cer­ca di arri­va­re alla pace e all’armonia, men­tre gli uomi­ni che pic­chia­no le loro mogli chia­ra­men­te non cer­ca­no l’armonia, ma il male.

Il sag­gio alter­na la pre­ci­sio­ne dei dati sto­ri­ci e docu­men­ta­ri alle vicen­de per­so­na­li, spes­so toc­can­ti, di don­ne incre­di­bil­men­te for­ti e corag­gio­se che, dai tem­pi di Mao­met­to ad oggi, si sono rese testi­mo­ni di un modo diver­so di inten­de­re e pra­ti­ca­re l’Islam.

Cono­scia­mo così Hajar, la con­cu­bi­na di Abra­mo, incin­ta e abban­do­na­ta da sola nel deser­to e che da sola dovet­te affron­tar­lo; cono­scia­mo le ima­mah (varian­te fem­mi­ni­le di imam) Ami­na Wadud, She­rin Khan­kan, Rabeya Mül­ler, che in dif­fe­ren­ti cit­tà occi­den­ta­li (rispet­ti­va­men­te: New York, Cope­na­ghen, Colo­nia) pro­nun­cia­no oggi la pre­ghie­ra del vener­dì di fron­te alla comu­ni­tà di fede­li. Esi­ste infat­ti un pre­ce­den­te nel­le sacre scrit­tu­re, quel­lo di Umm Wara­ka, che con­dus­se la pre­ghie­ra nel­la casa di Mao­met­to, per­ché da lui rite­nu­ta la più pre­pa­ra­ta del­la comu­ni­tà. In que­sto sen­so, dun­que, la pre­sen­za del­le ima­mah non sov­ver­te alcu­na tra­di­zio­ne isla­mi­ca, sem­mai ren­de ono­re alla sua essen­za originaria.

Se vole­te saper­ne di più, se pen­sa­te che nel nostro pae­se (ed è così) si par­li trop­po poco e con trop­pa appros­si­ma­zio­ne di que­sto tema, fate­vi que­sto rega­lo: com­pra­te il sag­gio e divoratelo.

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Lucia De Angelis
Mi entu­sia­sma­no i temi socia­li, i filo­so­fi gre­ci, le per­so­ne intel­li­gen­ti e le cose difficili.

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