Auschwitz: cosa ci rivela il più terribile volto della Shoah

Foto­gra­fie di Eleo­no­ra Duro e Gia­co­mo Rocchi

Per arri­va­re al cam­po di con­cen­tra­men­to di Ausch­wi­tz- Bir­ke­neau si è soli­ti par­ti­re dal cen­tro di Cra­co­via: da qui diver­si mez­zi por­ta­no diret­ta­men­te nel luo­go del­la memo­ria. Già in que­sto tra­git­to si avver­te tra i visi­ta­to­ri un’atmosfera di ten­sio­ne: irri­gi­di­ti, si riflet­te se si sarà in gra­do di osser­va­re in modo diret­to e sen­za mez­ze misu­re il vol­to più temi­bi­le del­la bar­ba­rie nazista.
Man mano che si arri­va nel luo­go di pri­gio­nia le case si dira­da­no come le vec­chie casci­ne, che sono tipi­che del­la zona, men­tre sfrec­cia­no velo­ci dai fine­stri­ni deci­ne e deci­ne di albe­ri cre­sciu­ti in file disor­di­na­te. Le gui­de pri­ma dell’arrivo infor­ma­no i visi­ta­to­ri che non sarà loro pos­si­bi­le por­ta­re den­tro il cam­po bor­se di gran­di dimen­sio­ni e cibo.
Pro­prio come in aero­por­to o in un museo i visi­ta­to­ri devo­no pas­sa­re i con­trol­li con il metaldetector.

Si è distribuiti in file ordinate, in silenzio, e viene naturale pensare a tutti coloro che percorsero quella stessa entrata più di settant’anni fa, allora come oggi affondando nel fango fresco, compagno invernale di tutti coloro che entrano in quel luogo della Polonia meridionale.

La visi­ta ad Ausch­wi­tz comin­cia oltre­pas­san­do il noto car­tel­lo con le scrit­te di metal­lo ed una recin­zio­ne di filo spi­na­to. Appe­na si scor­go­no le pri­me barac­che del cam­po si com­pren­de che ogni cosa acca­du­ta in que­sta pri­gio­ne a cie­lo aper­to è rima­sta cri­stal­liz­za­ta in ogni dettaglio.
Il tem­po si è fer­ma­to da allo­ra, e la real­tà immo­bi­le per­met­te di vede­re e for­se sen­ti­re real­men­te quel che avven­ne. Men­tre la visi­ta pro­se­gue si vie­ne infat­ti a cono­scen­za del­le sin­go­le sto­rie e di dati con­cre­ti. Si par­la di appel­li, di sta­gio­ni atmo­sfe­ri­che cru­de­li che sia in inver­no che in esta­te riser­va­va­no ai pri­gio­nie­ri ulte­rio­ri tor­men­ti. I rac­con­ti del­le gui­de che accom­pa­gna­no i grup­pi di visi­ta­to­ri pren­do­no vita negli ingran­di­men­ti e nel­le foto­gra­fie appe­se nel­le barac­che. E poi, file e file di ritrat­ti mostra­no i dati ana­gra­fi­ci, le vec­chie pro­fes­sio­ni e gli occhi dei pri­gio­nie­ri, ma i tem­pi ristret­ti del­le visi­te non per­met­to­no di fer­mar­si a dove­re di fron­te a cia­scu­no di quei volti.

Niente di ciò che è accaduto ad Auschwitz potrà mai andarsene per davvero.

Rima­ne una matas­sa di occhia­li aggro­vi­glia­ti tra di loro che nes­su­no ha il dirit­to di distri­ca­re, miglia­ia e miglia­ia di vali­gie sono acca­ta­sta­te in una gran­de sala e sul dor­so mostra­no anco­ra il nome del pro­prio pro­prie­ta­rio. Non si sa dove sia­no ora le ani­me di quel­le per­so­ne, ma sap­pia­mo bene che una par­te con­cre­ta di loro gia­ce anco­ra lì, in una del­le barac­che che le accol­se e che ora custo­di­sce i loro capel­li acca­ta­sta­ti a ton­nel­la­te, anco­ra divi­si per trec­ce o a pic­co­le ciocche.
Quel­le barac­che pos­sie­do­no tut­te le misu­re di scar­pe pos­si­bi­li e alcu­ne con­ser­va­no anco­ra qual­che toc­co di vernice.
Si sape­va solo che si sta­va andan­do a vive­re altro­ve. Mol­ti deci­se­ro per que­sto di por­ta­re con sé le pro­prie pen­to­le e sto­vi­glie. Una sala enor­me con­tie­ne anco­ra tut­ti gli ogget­ti di vite quo­ti­dia­ne spez­za­te: pet­ti­ni, pro­dot­ti da toe­let­ta e le foto­gra­fie del pro­prio matri­mo­nio.
Duran­te la visi­ta è anche pos­si­bi­le vede­re in con­cre­to le razio­ni di cibo date ai pri­gio­nie­ri: cio­to­le soli­di­fi­ca­te dal colo­re spor­co ben testi­mo­nia­no gli sten­ti e l’atroce vol­to del­la fame che i pri­gio­nie­ri vis­se­ro in pri­ma persona.
Ad Ausch­wi­tz c’è un muro con impres­se le miglia­ia di ese­cu­zio­ni som­ma­rie di cui è sta­to silen­zio­so testi­mo­ne e che ora reg­ge, per con­trap­po­si­zio­ne, una fiam­ma eter­na, di memo­ria e di ricor­do. Situa­ta pri­ma dei sot­ter­ra­nei di Ausch­wi­tz, pri­ma di entra­re le gui­de ricor­da­no che non è pos­si­bi­le scat­ta­re foto­gra­fie e gran­di scrit­te ricor­da­no in tut­te le lin­gue del mon­do di fare silen­zio, di mostra­re rispet­to, per­ché è pro­prio in que­gli stes­si muri che ven­ne spri­gio­na­to il gas leta­le di cui si è let­to nei libri e visto nei film.
Nel­la secon­da par­te del­la visi­ta è pos­si­bi­le acce­de­re al cam­po di Bir­ke­neau e vede­re le eter­ne rota­ie del­la Shoah. 

In que­sto cam­po sono ben visi­bi­li anche i ten­ta­ti­vi del­le guar­die tede­sche che a qua­si fine del­la guer­ra cer­ca­ro­no in tem­pi velo­ci di nascon­de­re e distrug­ge­re le pro­ve di quan­to era acca­du­to. Nel­le barac­che di que­sta pri­gio­ne sono anco­ra pre­sen­ti le strut­tu­re dove i pri­gio­nie­ri dor­mi­va­no ammas­sa­ti a cen­ti­na­ia e cen­ti­na­ia, nel­le barac­che adi­bi­te a “bagni” l’odore di orga­ni­co è anco­ra nau­sea­bon­do ed insop­por­ta­bi­le: ulte­rio­re tas­sel­lo del­la real­tà più intrin­se­ca del cam­po e che mai potrà andar via.
Alla fine del cam­po vi è un soli­do monu­men­to di memo­ria, un urlo che in tut­te le lin­gue del mon­do invi­ta a riflet­te­re su quan­to avve­nu­to. Le rota­ie fini­sco­no, e si con­clu­de anche il per­cor­so del­la visi­ta, la visi­ta a un cimi­te­ro aper­to, crea­to e orga­niz­za­to dal­la fol­lia uma­na, un cimi­te­ro da osser­va­re atten­ta­men­te per rico­strui­re i bran­del­li di esi­sten­za di tut­ti colo­ro che attra­ver­sa­ro­no il cam­po. E pro­va­re a dare loro uma­ni­tà e ono­rar­li con il ricordo.
Oggi, 27 gen­na­io, si pro­va a ricor­da­re e a far memo­ria di tut­te le vit­ti­me del­la Shoah.

Greta Fossati
Lau­rean­da in Beni Cul­tu­ra­li e tata part-time. Pen­so ai temi degli arti­co­li men­tre pre­pa­ro tor­te ed impro­ba­bi­li frul­la­ti Detox. Da gran­de mi pia­ce­reb­be gira­re per il mon­do e scri­ve­re reportage.
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Laureanda in Beni Culturali e tata part-time. Penso ai temi degli articoli mentre preparo torte ed improbabili frullati Detox. Da grande mi piacerebbe girare per il mondo e scrivere reportage.

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