Berlusconi, ancora tu?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 16-02-2011 Roma Politica Palazzo Chigi, firma dell'"accordo post-moratoria per il credito alle piccole e medie imprese Nella foto Silvio Berlusconi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 16-02-2011 Rome Presidency of the Council of Ministers, signing for financing to small and medium companies In the photo Silvio Berlusconi

La muc­ca nel cor­ri­do­io, tan­to testar­da­men­te evo­ca­ta negli ulti­mi anni da Pier Lui­gi Ber­sa­ni, for­se era pro­prio Sil­vio Ber­lu­sco­ni, l’ex Cava­lie­re, l’ex cai­ma­no, l’ex Papi. Da gia­gua­ro a muc­ca, la meta­mor­fo­si è dura­ta poco, appe­na cin­que anni di una legi­sla­tu­ra, la dicias­set­te­si­ma, tra le più paz­ze del­la sto­ria repub­bli­ca­na. Ini­zia­ta con la cla­mo­ro­sa rimon­ta alle ele­zio­ni del 2013, pro­se­gui­ta con le lar­ghe inte­se di Enri­co Let­ta, pri­ma for­tis­si­ma­men­te volu­te e poi abban­do­na­te dopo la con­dan­na per fro­de fisca­le nel pro­ces­so Media­set (per i suoi pasda­ran l’ennesimo gol­pe del ven­ten­nio), con­ti­nua­ta con l’esclusione dal Sena­to, i ser­vi­zi socia­li con gli anzia­ni di Cesa­no Bosco­ne, il Pat­to del Naza­re­no, l’operazione al cuo­re, le die­te dima­gran­ti e le foto in Auto­grill, infi­ne ter­mi­na­ta con le trat­ta­ti­ve per la costru­zio­ne del nuo­vo cen­tro-destra con Sal­vi­ni e Melo­ni. Cen­tro-destra, benin­te­so, gran­de favo­ri­to del­le ele­zio­ni poli­ti­che di mar­zo.

Come sia possibile che Berlusconi rimanga ancora al centro della scena politica italiana, dopo 24 anni della cosiddetta “guerra civile fredda” — berlusconiani contro antiberlusconiani — è un bel mistero.

Non solo: il 2018, a quan­to pare, sarà per lui un anno lumi­no­so, con il ritor­no al Gover­no e nel­le stan­ze del pote­re. Già nei pri­mi gior­ni dell’anno nuo­vo è arri­va­ta una gros­sa sor­pre­sa. Bill Emmott, che più di quin­di­ci anni fa fir­mò l’iconica coper­ti­na del The Eco­no­mi­st “Why Sil­vio Ber­lu­sco­ni is unfit to lead Ita­ly”, ha par­la­to dell’ex Cava­lie­re come di un pos­si­bi­le sal­va­to­re poli­ti­co dell’Italia.
Lui stes­so, del resto, ha cer­ca­to negli ulti­mi mesi, a par­ti­re alme­no dal­la cam­pa­gna refe­ren­da­ria del dicem­bre 2016, di costruir­si l’immagine di vec­chio sta­ti­sta, inte­res­sa­to alla sta­bi­li­tà del Pae­se, alla sua per­ma­nen­za nell’Unione Euro­pea e alla sua tenu­ta eco­no­mi­ca. Come inten­des­se poi decli­na­re con­cre­ta­men­te que­sta nou­vel­le vogue ber­lu­sco­nia­na si è pre­sto visto: nean­che il tem­po di ini­zia­re la cam­pa­gna elet­to­ra­le e già dispen­sa­va den­tie­re e pen­sio­ni a mil­le euro, detra­zio­ni per gli ani­ma­li dome­sti­ci e abo­li­zio­ni roboan­ti di tas­se suc­ces­so­rie e bol­li auto. E non poten­do diret­ta­men­te gui­da­re il gover­no a cau­sa del­la leg­ge Seve­ri­no, face­va infu­ria­re Sal­vi­ni annun­cian­do mini­stri, pre­si­den­ti del Con­si­glio e squa­dre di gover­no già pronte.
Resta tut­ta­via incon­fu­ta­bi­le la fun­zio­ne che Ber­lu­sco­ni, for­se per­si­no invo­lon­ta­ria­men­te, ha assun­to nel pano­ra­ma poli­ti­co ita­lia­no: ele­men­to di sta­bi­li­tà, più che di desta­bi­liz­za­zio­ne (come fu, inve­ce, nel 1994); ele­men­to di cer­tez­za, più che di incer­tez­za; ele­men­to di siste­ma, più che di anti­si­ste­ma. Pare un para­dos­so, ma è così. Ber­lu­sco­ni, nato poli­ti­ca­men­te come cam­pio­ne del popu­li­smo — “l’Italia è il Pae­se che amo…” —  rischia di ter­mi­na­re la sua para­bo­la come ele­men­to inte­gran­te del siste­ma ita­lia­no. Così ormai lar­ghe fet­te di elet­to­ra­to per­ce­pi­sco­no l’ex Cava­lie­re, e per­si­no a lati­tu­di­ni inso­spet­ta­bi­li: tra Ber­lu­sco­ni e Di Maio, il vero peri­co­lo è Di Maio. Il por­ta­ban­die­ra di que­sto nuo­vo orien­ta­men­to, che mie­te ade­sio­ni da destra a sini­stra, è sta­to il fon­da­to­re di Repub­bli­ca Euge­nio Scal­fa­ri, che a Gio­van­ni Flo­ris ha det­to chiaramente:

A chi affi­de­rei il gover­no del Pae­se, doven­do sce­glie­re tra Ber­lu­sco­ni e Di Maio? Sce­glie­rei Berlusconi.

Scal­fa­ri è sta­to il pri­mo, ha rot­to l’argine. Ma non è cer­to il solo, e le paro­le di Emmot lo dimo­stra­no. Così come lo dimo­stra il recen­te riav­vi­ci­na­men­to di Ber­lu­sco­ni al Ppe e ad Ange­la Mer­kel. Alcu­ni han­no inter­pre­ta­to que­ste dichia­ra­zio­ni in sen­so con­ser­va­ti­vo: sal­va­re il siste­ma per sal­va­re l’Italia. Ma for­se vi è qual­co­sa di più pro­fon­do. Di fron­te all’incompetenza gril­li­na, alla nebu­lo­si­tà ren­zia­na, alla fra­go­ro­sa dis­so­lu­zio­ne del cen­tro-sini­stra e all’isteria sal­vi­nia­na, Ber­lu­sco­ni rap­pre­sen­ta un appro­do cono­sciu­to, un’àn­co­ra ras­si­cu­ran­te. Non sono poi mol­to lon­ta­ni i tem­pi in cui Mar­co Tra­va­glio com­pi­la­va lun­ghi elen­chi di leg­gi-ver­go­gna che il cen­tro-destra ber­lu­sco­nia­no appro­va­va vero­si­mil­men­te al solo sco­po di sal­va­re il Cava­lie­re dai pro­ces­si e di aumen­ta­re il fat­tu­ra­to del­le sue azien­de. Eppu­re un nuo­vo sen­ti­men­to di indul­gen­za, in effet­ti sto­ri­ca­men­te abba­stan­za dif­fu­so nel nostro Pae­se, inve­ste gli ani­mi di com­men­ta­to­ri ed elet­to­ri, alme­no a quan­to dico­no i sondaggi.
La veri­tà è che Ber­lu­sco­ni è sta­to sdo­ga­na­to non oggi, ma alcu­ni anni fa. Ha appog­gia­to il gover­no Mon­ti, e poi il gover­no Let­ta, nel qua­le vi era­no mini­stri del Pdl. In vir­tù del suo con­sen­so elet­to­ra­le, inne­ga­bi­le, è sta­to abbat­tu­to quel muro — cul­tu­ra­le, mora­le, socia­le, giu­di­zia­rio — che divi­de­va in ori­gi­ne i ber­lu­sco­nia­ni dal resto del Paese.
In que­sta sto­ria di para­dos­si l’antinomia più straor­di­na­ria è cer­ta­men­te quel­lo stra­no vol­ger­si del­le cose:

Berlusconi oggi cammina tra le macerie di un Paese spossato, al netto dei dati economici incoraggianti, che lui più di chiunque altro ha contribuito a creare. E si propone di raggiustarle, quelle macerie.

Dopo tre ele­zio­ni vin­te (1994, 2001 e 2008), quat­tro gover­ni, deci­ne di allean­ze cele­bra­te e poi scon­fes­sa­te (Bos­si, Casi­ni, Fini, Alfa­no…), dopo i con­trat­ti con gli ita­lia­ni, i “cucù”, le bar­zel­let­te e le can­zo­ni napo­le­ta­ne, dopo gli scan­da­li e i pro­ces­si, dopo gli edit­ti bul­ga­ri e le tele­fo­na­te alle tra­smis­sio­ni tele­vi­si­ve, Ber­lu­sco­ni è anco­ra vivo. Poli­ti­ca­men­te, s’intende. E in que­sto 2018 che ci ha con­se­gna­to un mon­do cla­mo­ro­sa­men­te ber­lu­sco­niz­za­to (l’America trum­pia­na su tut­to), si pre­pa­ra a bat­tez­za­re una nuo­va ine­di­ta fase dell’uomo poli­ti­co: il post-sé stes­so. Dopo Ber­lu­sco­ni, c’è anco­ra Ber­lu­sco­ni. Per il cen­tro-destra, per l’Italia e, a quan­to sem­bra, per­si­no per l’Europa.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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