Chiamami col tuo nome: un film di Luca Guadagnino

Fran­ce­sca Rubi­ni e Mar­co Foghinazzi

Chia­ma­mi col tuo nome: è que­sto il tito­lo ita­lia­no del nuo­vo film di Luca Gua­da­gni­no usci­to il 25 gen­na­io 2018 nel­le sale cine­ma­to­gra­fi­che ita­lia­ne. Apprez­za­to dal­la cri­ti­ca uffi­cia­le, si aggiu­di­ca ben quat­tro Nomi­na­tion agli Oscar 2018 come Miglior Film, Miglior Atto­re Pro­ta­go­ni­sta (a Timo­thée Cha­la­met), Miglio­re Sce­neg­gia­tu­ra non Ori­gi­na­le e Miglior Can­zo­ne Ori­gi­na­le (Miste­ry of Love).

Pri­ma di illu­stra­re i moti­vi per cui vale la pena fare un sal­to al cine­ma, potreb­be esse­re inte­res­san­te sco­pri­re la sua gene­si ormai decen­na­le. Il film è basa­to sul roman­zo Call me by your name di André Aci­man (edi­to in Ita­lia con il tito­lo Chia­ma­mi col tuo nome dal­la casa edi­tri­ce Guan­da nel 2008), ma i dirit­ti per la tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca sono sta­ti acqui­sta­ti dai pro­dut­to­ri ame­ri­ca­ni Peter Spears e Howard Rosen­man ben pri­ma che il roman­zo venis­se pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2007. Ed è a que­sto pun­to che comin­cia l’odissea: la ricer­ca di un regi­sta che fos­se capa­ce di ripor­ta­re sul­la sce­na quel­la vicen­da che Aci­man ave­va tan­to bene descrit­to a paro­le. La scel­ta rica­de su Luca Gua­da­gni­no, in un pri­mo momen­to chia­ma­to in qua­li­tà di con­su­len­te per aiu­ta­re nel­la ricer­ca dei luo­ghi in Ita­lia in cui gira­re il film. Infat­ti nel roman­zo le vicen­de sono ambien­ta­te sul­la Rivie­ra Ligu­re, ma pro­prio la col­la­bo­ra­zio­ne con Gua­da­gni­no ha con­vin­to i pro­dut­to­ri a spo­sta­re l’ambientazione nel­le cam­pa­gne di Cre­ma, di cui il regi­sta è ori­gi­na­rio e quin­di mag­gior conoscitore.

Il film rac­con­ta una sto­ria d’amore comu­ne in cui facil­men­te ci si può imme­de­si­ma­re: Oli­ver è un ragaz­zo ame­ri­ca­no, dot­to­ran­do in Archeo­lo­gia, che negli anni ‘80 si tra­sfe­ri­sce tem­po­ra­nea­men­te in una gran­de vil­la «da qual­che par­te in Ita­lia», dove cono­sce il figlio del pro­fes­so­re che lo ospi­ta, Elio, un dicias­set­ten­ne dai trat­ti efe­bi­ci che gli ricor­da quel­le sta­tue gre­che in bron­zo che tan­to lo affa­sci­na­no, pro­ta­go­ni­ste dei suoi stu­di e carat­te­riz­za­te da una bel­lez­za sen­za tem­po. Gra­dual­men­te, si instau­ra tra i due un rap­por­to sem­pre più tra­vol­gen­te e pas­sio­na­le; con un cli­max ascen­den­te, straor­di­na­ria­men­te rea­li­sti­co, fat­to di sguar­di, allu­sio­ni e pic­co­li gesti, dia­lo­ghi bre­vi ma mai scon­ta­ti, i due accom­pa­gna­no lo spet­ta­to­re mano nel­la mano a sco­pri­re e a vive­re insie­me la loro sto­ria segre­ta. Una sto­ria non sdol­ci­na­ta o costrui­ta, ma un inna­mo­ra­men­to gio­va­ni­le auten­ti­co e pas­sio­na­le che non lascia spa­zio alla pau­ra, e che, sep­pur a trat­ti estre­ma­men­te car­na­le e sen­sua­le, come è nor­ma­le che sia, non cede mai il posto a sce­ne trop­po espli­ci­te. Il tema dell’amore, così come quel­lo dell’omosessualità, vie­ne affron­ta­to con una ele­gan­te e rara delicatezza.

A farci commuovere e riflettere non è la grande drammaticità, ma la semplicità di una vicenda verosimile e dal valore universale, capace di toccare le corde più intime di ciascuno.

Pro­prio il ritor­no a que­sta genui­ni­tà è ciò che mag­gior­men­te ci avvi­ci­na a Elio e Oliver.

Lo spet­ta­to­re non solo vie­ne coin­vol­to sen­ti­men­tal­men­te all’interno del­la tra­ma, ma è por­ta­to a gode­re in pri­ma per­so­na anche dell’ambiente che cir­con­da i pro­ta­go­ni­sti. Gua­da­gni­no rie­sce infat­ti, magi­stral­men­te, a far assa­po­ra­re al suo pub­bli­co l’aria idil­lia­ca di un pae­sag­gio rura­le del­la cam­pa­gna cre­ma­sca in pie­na esta­te. Gli ingre­dien­ti ci sono tut­ti: le lun­ghe sera­te all’aperto con gli ami­ci, l’odore del pra­to sul qua­le si pren­de il sole, le fasti­dio­se mosche che fan­no capo­li­no nel­la stan­za. E poi i suo­ni, tan­tis­si­mi, dai mug­gi­ti del­le muc­che nel­la vici­na fat­to­ria, al magi­co silen­zio dei giar­di­ni di cam­pa­gna al calar del sole, al suo­no del­le cam­pa­ne del­la chie­sa del pic­co­lo bor­go lom­bar­do che si sen­to­no sem­pre benis­si­mo dal­la came­ra da let­to. Una tavo­loz­za di suo­ni resa anco­ra più ric­ca dal­la pre­sen­za di alcu­ni cele­bri pez­zi di musi­ca anni ’80, dis­se­mi­na­ti qua e là nel­le varie sce­ne, che con­fe­ri­sco­no al tut­to un mag­gior rea­li­smo. A que­sti si aggiun­go­no due pez­zi ori­gi­na­li (Myste­ry of Love e Vision of Gideon) più una rivi­si­ta­zio­ne di un bra­no ante­ce­den­te (Futi­le Devi­ces) di Suf­jan Ste­vens, un can­tau­to­re ame­ri­ca­no sco­per­to dal­lo stes­so Gua­da­gni­no e chia­ma­to a con­tri­bui­re a que­sta esplo­sio­ne musicale.

L’intera ope­ra cine­ma­to­gra­fi­ca si pone in pri­mis come un ten­ta­ti­vo di cri­stal­liz­za­re e ren­de­re eter­na un’avventura amo­ro­sa in cui chi sia sta­to inna­mo­ra­to alme­no una vol­ta nel­la vita può ritro­var­si, ma in aggiun­ta ci si ritro­va di fron­te ad un vero e pro­prio inno ai sen­si che ci ricor­da la bel­lez­za del­la vita e del­la natu­ra, “incar­na­ti” in quel frut­to diven­ta­to per Elio (e for­se per tut­ti noi) frut­to del pec­ca­to, allo stes­so tem­po spa­ven­to­so e attraen­te: una pesca.

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Francesca Rubini
Vado in cri­si quan­do mi si chie­de di scri­ve­re una bio, in par­ti­co­la­re la mia, per­ché ho una lista infi­ni­ta di cose che mi piac­cio­no e una lista infi­ni­ta di cose che odio. Basti sape­re che mi pia­ce scri­ve­re attin­gen­do da entrambe.

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