I sacchetti della discordia

Dal pri­mo gen­na­io 2018 è entra­ta in vigo­re la diret­ti­va euro­pea del 29 apri­le 2015 per pre­ve­ni­re o ridur­re l’impatto degli imbal­lag­gi e dei rifiu­ti sull’ambiente; in par­ti­co­la­re si chie­de agli Sta­ti mem­bri di adot­ta­re misu­re per ridur­re l’utilizzo di bor­se di pla­sti­ca con uno spes­so­re infe­rio­re a 50 micron, cioè le bor­se di pla­sti­ca in mate­ria­le leg­ge­ro, e di sosti­tuir­le con buste bio­de­gra­da­bi­li e com­po­sta­bi­li con un con­te­nu­to di mate­ria pri­ma rin­no­va­bi­le non infe­rio­re al 40%.

Gli impu­ta­ti prin­ci­pa­li sono le buste di pla­sti­ca in mate­ria­le non bio­de­gra­da­bi­le che usia­mo per l’imbustamento e il tra­spor­to di frut­ta e ver­du­ra, men­tre sono inno­cen­ti i sac­chet­ti fora­ti per il pane e la car­ta olia­ta usa­ta per gli affet­ta­ti, oltre a tut­ti gli invo­lu­cri usa­ti a sco­po non ali­men­ta­re (ad esem­pio le buste dei nego­zi di abbigliamento). 

L’entrata in vigo­re di que­sta diret­ti­va euro­pea pre­ve­de lo “scan­da­lo­so” prez­zo di ben 2 cen­te­si­mi del­le buste di frut­ta e ver­du­ra nel repar­to orto­frut­ti­co­lo. La diret­ti­va, infat­ti, reci­ta al com­ma 5: «Le bor­se di pla­sti­ca in mate­ria­le ultra­leg­ge­ro non pos­so­no esse­re distri­bui­te a tito­lo gra­tui­to e a tal fine il prez­zo di ven­di­ta per sin­go­la uni­tà deve risul­ta­re dal­lo scon­tri­no o fat­tu­ra d’acquisto del­le mer­ci o dei pro­dot­ti imballati».
Il prez­zo deve com­pa­ri­re come voce di spe­sa nel­lo scon­tri­no fisca­le e il costo si aggi­ra tra 1 e 3 cen­te­si­mi. Ipo­tiz­zan­do che ogni spe­sa com­por­ti l’utilizzo di tre sac­chet­ti per frutta/verdura, il con­su­mo annuo per fami­glia dovreb­be atte­star­si a 417 sac­chet­ti, per un costo com­pre­so tra 4,17 e 12,51 euro (con­si­de­ran­do appun­to un mini­mo rile­va­to di 0,01 e un mas­si­mo di 0,03 euro), ripor­ta l’Ansa stan­do ai dati dell’Osservatorio di Asso­bio­pla­sti­che. Una spe­sa ridi­co­la se si pen­sa che in cam­bio stia­mo con­tri­buen­do a ren­de­re il mon­do un posto meno inqui­na­to, sen­za pla­sti­ca ecces­si­va da smaltire. 

Però si sa, gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori e… malfidenti. 

La tota­le sfi­du­cia nel­la clas­se poli­ti­ca e la natu­ra­le ten­den­za alla pole­mi­ca ci ha reso capa­ci di sco­va­re del mar­cio anche nel­le più lim­pi­de pro­po­ste legi­sla­ti­ve. Anche in que­sto caso, non abbia­mo smen­ti­to la nostra nomea. Il Gior­na­le tito­la sen­za trop­pi giri di paro­le “La tas­sa sui sac­chet­ti di pla­sti­ca fa ric­ca la mana­ger ren­zia­na”. Nell’articolo, infat­ti, si pun­ta il dito con­tro Catia Bastio­li, ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to del­la Nova­mont, l’unica azien­da ita­lia­na che pro­du­ce il mate­ria­le per pro­dur­re i sac­chet­ti bio e che detie­ne l’80% di un mer­ca­to che, dopo la leg­ge, risul­ta mol­to appetibile.
Non vie­ne det­to, però, che la Nova­mont non si occu­pa del­la pro­du­zio­ne del pro­dot­to fina­le, ma del­la lavo­ra­zio­ne del­la mate­ria pri­ma; inol­tre l’introito dei sac­chet­ti di pla­sti­ca non è acqui­si­to dall’azienda pro­dut­tri­ce, ma dal com­mer­cian­te o pro­prie­ta­rio del nego­zio che ven­de frut­ta e ver­du­ra. Quin­di nes­su­na “mana­ger ren­zia­na” si arric­chi­rà con l’entrata in vigo­re di que­sta legge. 

Nono­stan­te le buo­ne inten­zio­ni, gli effet­ti ambien­ta­li pre­vi­sti sono con­trad­dit­to­ri: sicu­ra­men­te lo sco­po del­la diret­ti­va è quel­lo dimi­nui­re il con­su­mo di pla­sti­ca dif­fi­cil­men­te smal­ti­bi­le e di ren­de­re il con­su­ma­to­re più con­sa­pe­vo­le del suo impat­to sull’ambiente; d’altra par­te, però, il costo, anche se mini­mo, del sac­chet­to potreb­be inco­rag­gia­re il con­su­ma­to­re ad acqui­sta­re frut­ta e ver­du­ra già imbal­la­te in sca­to­le di PVC, ren­den­do con­tro­pro­du­cen­te la diret­ti­va. Inol­tre i nuo­vi sac­chet­ti ultra­leg­ge­ri sono smal­ti­bi­li solo in deter­mi­na­te cir­co­stan­ze e la pre­sen­za dell’etichetta ade­si­va e coper­ta di inchio­stro del­la pesa­tu­ra li ren­do­no anco­ra lon­ta­ni dall’essere a impat­to zero sull’ambiente.

Un passo alla volta, sembra che l’Europa si stia muovendo per salvaguardare l’ambiente e rendere il consumatore più consapevole, forse nella speranza di non finire come Bali.

Infi­ne, l’accanimento che gli ita­lia­ni han­no mostra­to ver­so que­sta spe­sa è, sem­pli­ce­men­te, irra­zio­na­le, sia per il costo irri­so­rio, sia per la buo­na cau­sa che sostie­ne. E soprat­tut­to non è giu­sti­fi­ca­bi­le a fron­te di aumen­ti con­ti­nui in altri set­to­ri, come il tra­spor­to  dal pri­mo gen­na­io la tan­gen­zia­le est è aumen­ta­ta di 0,30 cen­te­si­mi e il bigliet­to urba­no metro­po­li­ta­no di Mila­no di 0,50 cen­te­si­mi  e le spe­se di luce e gas, di cui però non ci indi­gna­mo mai. Ci sono poi le tas­se occul­te, come le acci­se che paghia­mo ogni vol­ta che fac­cia­mo il pie­no alla mac­chi­na o al moto­ri­no e che si aggi­ra­no intor­no al 50% per litro, oltre all’imposta sul­la bir­ra e sul dirit­to d’imbarco. In Ita­lia il il 32% del­le entra­te com­ples­si­ve del­lo Sta­to sono indi­ret­te e occul­te, pren­der­se­la per 12 euro di sac­chet­ti all’anno è dav­ve­ro ridicolo.

Sheila Khan

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