De André è ancora un Principe Libero

Ci vuo­le un bel corag­gio a fare un film su De André. Quan­do un can­tau­to­re, mor­to da dician­no­ve anni, è ama­to al pun­to da aver pau­ra di un par­lar­ne, biso­gna esse­re corag­gio­si o per­lo­me­no inco­scien­ti a buttarcisi.

Come rac­con­ta­re una sto­ria nota ai più, sen­za bana­liz­za­re le espe­rien­ze e le per­so­ne che han­no reso Fabri­zio De André il Faber? Il regi­sta Luca Fac­chi­ni sce­glie di rap­pre­sen­ta­re la sua uma­ni­tà: rac­con­ta­re la sua vita intor­no a tre gran­di temi, ossia la musi­ca, le pas­sio­ni anche sfre­na­te il rap­por­to con il padre.

La nar­ra­zio­ne ini­zia in medias res, con il rapi­men­to del­la cop­pia De Andrè – Ghez­zi dal­la loro casa in Sar­de­gna nell’estate del ‘79. L’accenno è bre­ve, ma apre un lun­go fla­sh­back desti­na­to a dura­re per qua­si tut­ta la fiction.

La vita gio­va­ni­le a Geno­va gira pri­ma intor­no al dif­fi­ci­le rap­por­to con il padre, com­pli­ce il tra­sfe­ri­men­to in cit­tà dall’amata cam­pa­gna, e poi a quel­lo anco­ra più com­pli­ca­to e con­tro­ver­so con la musi­ca. Dopo il rifiu­to del figlio di eser­ci­tar­si nel vio­li­no, Giu­sep­pe De André inter­pre­ta­to magi­stralmen­te da Ennio Fan­ta­sti­chi­ni gli rega­la la sua pri­ma chi­tar­ra. Lo chia­me­rà “uno dei più impor­tan­ti inve­sti­men­ti del­la sua vita”. Fabri­zio cre­sce, e tra i carug­gi geno­ve­si pas­sa dal­le brac­cia del­le pro­sti­tu­te ai bic­chie­ri, con­su­man­do le sue not­ti abban­do­na­to ai sen­si, e a tan­te, tan­tis­si­me siga­ret­te. Si immer­ge sem­pre più nel suo lavo­ro, com­pli­ce la pre­sen­za di ami­ci come Lui­gi Ten­co e Pao­lo Vil­lag­gio, che lo segue negli scher­zi e nel­le bevu­te ma anche com­po­nen­do alcu­ni testi per lui e conian­do il nome Faber.

Sospin­to tra i desi­de­ri di sta­bi­li­tà del­la fami­glia bor­ghe­se e un ani­mo con­te­sta­ta­rio e anar­chi­co, è costret­to a limi­ta­re le erran­ze not­tur­ne quan­do cono­sce Puny, Enri­ca Rignon, don­na affa­sci­nan­te e più gran­de di lui con cui avrà una rela­zio­ne pro­fon­da. Un figlio ina­spet­ta­to, all’alba dei suoi vent’anni, li por­te­rà a spo­sar­si – se pure in un fra­gi­le equi­li­brio fat­to di inco­stan­za e silen­zi, che si infran­ge defi­ni­ti­va­men­te quan­do Fabri­zio cono­sce­rà la can­tan­te Dori Ghez­zi. Diven­ta­to padre di Cri­stia­no con una car­rie­ra musi­ca­le all’alba del suc­ces­so, è costretto a fare i con­ti con la neces­si­tà di un sus­si­dio men­si­le, accet­tan­do così la cari­ca il vice­pre­si­de nel­la scuo­la del padre Giu­sep­pe, giun­to come sem­pre in suo soccorso.

Le cose ini­zia­no a cam­bia­re quan­do i pro­dut­to­ri del­la Karim gli pro­pon­go­no il pri­mo album e Mina can­ta “La can­zo­ne di Mari­nel­la” in tele­vi­sio­ne

La musica ritorna ad essere unica musa gelosa della sua vita e Fabrizio è sempre più un Principe Libero.

Il suc­ces­so lo inve­ste come un fiu­me in pie­na, accrescendo però la sua ansia di crea­re testi all’altezza del­la real­tà che vuo­le ritrar­re. Ansia che si riflet­te nei rifiu­ti di fare con­cer­ti, che dure­rà per mol­to tem­po pri­ma di abban­do­nar­si al pal­co. A que­sta pre­sa di corag­gio ne cor­ri­spon­de un’altra, più gran­de. Lascia Geno­va e la moglie, par­te con Dori rea­liz­zan­do il sogno di un ritor­no buco­li­co alle ori­gi­ni in Sar­de­gna. Dopo la nasci­ta del­la figlia Luvi, si con­clu­de la rin­g­kom­po­si­tion nar­ra­ti­va, con i quat­tro mesi di seque­stro. Dopo aver raci­mo­la­to mez­zo miliar­do di lire – mol­te del­le qua­li dal ter­ro­riz­za­to padre Giu­sep­pe – i due ven­go­no libe­ra­ti. La nar­ra­zio­ne degra­da dol­ce­men­te ver­so la fine, con la sof­fer­ta mor­te del padre e il matri­mo­nio con Dori.

Veniamo a quelli che sono i punti deboli e quelli forti della produzione.

Tra i pri­mi vedia­mo, com­pli­ce la dura­ta rela­ti­va­men­te limi­ta­ta del­la fic­tion, poco spa­zio dedi­ca­to a Geno­va e alla Ligu­ria, del cui vol­to tan­to tor­na nei testi di De André, a favo­re di una mag­gio­re con­cen­tra­zio­ne sul tema amo­ro­so, for­se più appe­ti­bi­le per una pri­ma sera­ta su Rai1.

D’altra par­te abbia­mo una nar­ra­zio­ne flui­da, orga­ni­ca, ben inter­pre­ta­ta e can­ta­ta da Luca Mari­nel­li. Il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta, famo­so per l’exploit nei pan­ni del­lo Zin­ga­ro in Lo chia­ma­va­no Jeeg Robot, si ricon­fer­ma un pro­met­ten­te atto­re nel pie­no del­la sua fio­ri­tu­ra. Una voce alle­na­ta, che ripren­de le tona­li­tà ori­gi­na­li ma non le scim­miot­ta, emo­zio­nan­do con can­zo­ni anche mol­to diver­se come “La can­zo­ne dell’amore per­du­to” e “Il pesca­to­re”. Per tut­ta la reci­ta­zio­ne, la voce dell’attore è pura, ori­gi­na­le: nes­sun ten­ta­ti­vo di inse­ri­re il dia­let­to geno­ve­se, come nem­me­no di ren­de­re il tim­bro più rau­co e pro­fon­do.

Anche l’ulti­ma sce­na meri­ta una men­zio­ne: i per­so­nag­gi si sie­do­no tut­ti insie­me per assi­ste­re a un ulti­mo spet­ta­co­lo di Fabri­zio, che però si sie­de insie­me a loro. Sul pal­co c’è il video dell’ultimo con­cer­to del vero De Andrè, che can­ta “Boc­ca di rosa”. La quar­ta pare­te si rom­pe, mostran­do il gio­co del­la regia: è impos­si­bi­le crea­re un altro Faber, anche solo per fin­ta. Il pub­bli­co rea­le e quel­lo tele­vi­si­vo lo san­no, ma que­sto non alte­ra la bel­lez­za del­le tre ore spe­se a rivi­ve­re la sto­ria di un uomo che ha cam­bia­to la musi­ca ita­lia­na in modo irre­ver­si­bi­le. Le can­zo­ni ori­gi­na­li mes­se spes­so in sot­to­fon­do ser­vo­no pro­prio a ricor­da­re questo.

Che sia un espe­ri­men­to dif­fi­ci­le è cer­to, ma la ripo­sta del pub­bli­co è for­te. La gen­te vuo­le par­lare di De André, ne ha biso­gno. Que­sto è più impor­tan­te del rischio: se un film – pure sul gran­de Faber – è fat­to bene, vie­ne ricom­pen­sa­to. Lo share non men­te, e la Rai farà bene a pren­de­re appun­ti per l’anno che vie­ne.

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Giulia Giaume
Inna­mo­ra­ta del­la cul­tu­ra in ogni sua for­ma, lascia­te­mi in ludo­te­ca con un barat­to­lo di Nutel­la e sono a posto.

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