Goldberg Variationen, come la musica plasma il movimento

Un’ora e mez­za. Que­sto il tem­po che basta per vede­re la mac­chi­na uma­na all’apice del­la sua mera­vi­glio­sa funzionalità.

No, non è una mostra di ana­to­mia, ma una dan­za, nuo­va anche se nata da una musi­ca di qua­si tre­cen­to anni fa. Gold­berg – Varia­tio­nen, bal­let­to del cele­bre coreo­gra­fo sviz­ze­ro Heinz Spoer­li sull’omonimo testo musi­ca­le di Bach, arri­va per la pri­ma vol­ta sul pal­co del Tea­tro alla Sca­la.

Le varia­zio­ni sono ripro­po­si­zio­ni con­ti­nue di una stes­sa idea musi­ca­le, che subi­sce con­ti­nue modi­fi­che – anche pro­fon­de – rispet­to alla sua for­ma ori­gi­na­ria. Le Gold­berg sono qui ese­gui­te per pia­no­for­te, la cui sola voce accom­pa­gna i movi­men­ti dei bal­le­ri­ni. Le sce­no­gra­fie mono­cro­ma­ti­che cata­liz­za­no i pas­sag­gi da una varia­zio­ne all’altra, tal­men­te essen­zia­li da non distrar­re: ad ogni varia­zio­ne cor­ri­spon­de un colo­re sugli scher­mi a scom­par­sa del fon­da­le. Nient’altro. Così anche i costu­mi, sem­pli­ci body inte­gra­li colo­ra­ti, i cui colo­ri cam­bia­no insie­me alle sce­no­gra­fie. I colo­ri dei body sono spes­so ugua­li per uomi­ni e don­ne, rifles­so dei loro movi­men­ti: gra­zia ed ener­gia sono richie­sti a entram­bi sen­za rigi­di cri­te­ri di gene­re. Una rot­tu­ra con il bal­let­to clas­si­co, che ne iden­ti­fi­ca chia­ra­men­te i ruo­li acco­stan­do­li per con­trap­po­si­zio­ne, ma anche con la con­ce­zio­ne di gene­re in toto. Una varia­zio­ne vede uomi­ni in rosa e don­ne in azzur­ro, che si mesco­la­no uti­liz­zan­do gli stes­si passi.

C’è sfizio, ma non c’è polemica: il balletto è dedicato interamente a un ideale artistico. Tutto quello che conta è che ogni corpo rappresenti la musica.

L’armonia dei movi­men­ti e il tra­sco­lo­ra­re cro­ma­ti­co e dina­mi­co sono del resto lo spec­chio del­lo spar­ti­to di Bach. Con il suo equi­li­brio per­fet­to, la musi­ca resta, dopo seco­li, un bal­sa­mo per le orec­chie degli ascol­ta­to­ri. L’effetto non è casua­le: Spoer­li cre­de fer­ma­men­te nell’utilità con­tin­gen­te del­la musi­ca da came­ra, affer­man­do che “la cifra di alta digni­tà che con­trad­di­stin­gue l’opera di Bach tor­na a esse­re impor­tan­te pro­prio oggi. Una serie­tà rigo­ro­sa e cri­stal­li­na, su cui basar­si per costrui­re qual­co­sa di nuo­vo”.

Su que­sta crea infat­ti la coreo­gra­fia del cor­po di bal­lo, che pren­de pos­ses­so del­lo spa­zio sce­ni­co con slan­cio tec­ni­co ed espres­si­vo. Una mera­vi­glio­sa unio­ne tra cor­po e musi­ca, sì pos­si­bi­le gra­zie alla dedi­zio­ne con cui cia­scun movi­men­to segue Bach, ma anche gra­zie alla musi­ca stes­sa e al suo ese­cu­to­re. Il pia­ni­sta è l’ucraino Ale­xey Bot­vi­nov, che detie­ne il pri­ma­to di oltre tre­cen­to ese­cu­zio­ni dal vivo di que­sto spar­ti­to – com­pre­so il bal­let­to di Spoer­li sin dal­la sua crea­zio­ne nel 1993. L’esecuzione, infat­ti, è inec­ce­pi­bi­le, e attra­ver­so con­trap­pun­to, sin­co­pi e tril­li sem­bra muo­ve­re gli arti dei bal­le­ri­ni come un filo invisibile.

L’idea dei bal­let­ti su musi­ca da came­ra non è nuo­va, soprat­tut­to per Spoer­li, che si è dedi­ca­to per una vita inte­ra ad arric­chi­re la tra­di­zio­ne clas­si­ca con inse­gna­men­ti moder­ni. È sta­to lui a por­ta­re alla Sca­la que­sto tipo di dan­za nel 2015, con le sem­pre bachia­ne Cel­lo Sui­tes. Un espe­ri­men­to di suc­ces­so, che ha por­ta­to ad una dedi­zio­ne nei con­fron­ti di un gene­re arti­sti­co spes­so con­tro­ver­so, fino all’introduzione nel reper­to­rio del­le Varia­zio­ni Gold­berg. Il pub­bli­co è matu­ro. In sce­na fino al 22 mar­zo, il bal­let­to avrà la pos­si­bi­li­tà di stu­pi­re anco­ra mol­ti spet­ta­to­ri facen­do­li riflet­te­re sull’intrinseca bel­lez­za del­la mac­chi­na uma­na, nel­la per­fe­zio­ne del suo cor­po così come nel genio del­la sua crea­zio­ne.

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Giulia Giaume
Inna­mo­ra­ta del­la cul­tu­ra in ogni sua for­ma, lascia­te­mi in ludo­te­ca con un barat­to­lo di Nutel­la e sono a posto.

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