Il teatro comico non fa ridere

Anda­re a tea­tro è diven­ta­ta un’esperienza ecce­zio­na­le. Non tan­to per­ché non sia­mo cir­con­da­ti da oppor­tu­ni­tà, anzi. I pal­chi di Mila­no fio­ri­sco­no di ini­zia­ti­ve vec­chie e nuo­ve, moder­niz­za­zio­ni e mes­se in discus­sio­ne. Ma cosa signi­fi­ca anda­re effet­ti­va­men­te a tea­tro? Le opzio­ni sono due: o ci si cul­la nel­la cer­tez­za del­le ope­re più cano­ni­che, oppu­re ci si but­ta in mare aper­to, nell’ignoto. Con i rischi che ne conseguono.
È in sce­na fino al 25 di mar­zo al Pic­co­lo Tea­tro Gras­si di Mila­no “Il tea­tro comi­co” di Gol­do­ni. Una piè­ce par­ti­co­la­re: una com­me­dia che par­la di com­me­die. Più pre­ci­sa­men­te, una far­sa che intro­du­ce, come un pam­phlet, la rivo­lu­zio­ne che Gol­do­ni inten­de com­pie­re nel­la Com­me­dia dell’Arte. Come dice lo stes­so regi­sta e inter­pre­te, Rober­to Lati­ni, è un Gol­do­ni di gusto “piran­del­lia­no”, davan­ti al cui meta­tea­tro il pub­bli­co moder­no non è a disagio.

Allora perché il teatro è ancora, a tutti gli effetti, un’esperienza eccezionale?

E per­ché al Gras­si mol­te fac­ce gio­va­ni era­no smar­ri­te, per­se ogni qual­vol­ta la rap­pre­sen­ta­zio­ne si allon­ta­na­va auda­ce­men­te dal testo originario?
Per­ché il tea­tro – for­se in modo meta­tea­tra­le anch’esso – sa di esse­re tea­tro e non cine­ma, tele­vi­sio­ne, inter­net. Con la dif­fe­ren­za fon­da­men­ta­le, da que­sti, di ave­re la cer­tez­za di par­la­re ad un pub­bli­co che tor­na ad esse­re eli­ta­rio. Che sareb­be tut­ta­via l’opposto del­la rivo­lu­zio­ne di Gol­do­ni: allon­ta­na il testo ori­gi­na­le dall’interpretazione effet­ti­va al pun­to che il pub­bli­co più novel­lo si chie­de che cosa stia succedendo.

Chia­ria­mo: il pas­sag­gio dal­la Com­me­dia dell’Arte al tea­tro moder­no, che è quel­lo teo­riz­za­to nel “Tea­tro comi­co”, ha signi­fi­ca­to in ter­mi­ni pra­ti­ci che vi fos­se un copio­ne fis­so con cui espri­me­re la volon­tà dell’autore – e nes­sun altro – e limi­ta­re i voli pin­da­ri­ci anche scon­ve­nien­ti dei sin­go­li inter­pre­ti. Oltre a ciò, signi­fi­ca­ti­va è la per­di­ta del­le masche­re a favo­re di per­so­nag­gi com­ples­si e impre­ve­di­bi­li, così da supe­ra­re l’impasse nel qua­le sta­gna­va il tea­tro set­te­cen­te­sco. Ma que­sto cosa signi­fi­ca oggi?
Oggi, con la coscien­za stra­ti­fi­ca­ta che il pub­bli­co ha del tea­tro, e la scel­ta con­sa­pe­vo­le di sta­re assi­sten­do a un medium arti­sti­co con rego­le a sé stan­ti, il tea­tro ha del­le ardue respon­sa­bi­li­tà, e un com­pi­to anco­ra più dif­fi­ci­le: rispet­ta­re il testo, dare una pro­pria inter­pre­ta­zio­ne, far riflet­te­re ora come allora.

Il rischio di non capire nulla è alto.

Il mar­gi­ne di crea­zio­ne che un regi­sta di tea­tro ha è pres­so­ché illi­mi­ta­to, ma per­de il pro­prio pub­bli­co. Anda­re atti­va­men­te a cer­ca­re mol­te del­le cita­zio­ni pre­sen­ti per­ché non le si cono­sce è una cosa fat­ti­bi­lis­si­ma, che però toglie allo spet­ta­to­re la sod­di­sfa­zio­ne di capi­re al livel­lo più pro­fon­do la rap­pre­sen­ta­zio­ne men­tre la vede. Cer­to, se il regi­sta fa let­te­ral­men­te a pez­zi Arlec­chi­no, la masche­ra per eccel­len­za, e ne cala gli arti sugli atto­ri, qual­co­sa si intra­ve­de. Ma se nem­me­no la bra­vu­ra indi­scus­sa degli inter­pre­ti rie­sce a com­pen­sa­re tre minu­ti inte­ri di fumo, mono­pat­ti­ni e mani­chi­ni di un crash test, c’è da chie­der­si per chi sia il nuo­vo tea­tro.

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Giulia Giaume
Inna­mo­ra­ta del­la cul­tu­ra in ogni sua for­ma, lascia­te­mi in ludo­te­ca con un barat­to­lo di Nutel­la e sono a posto.

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