“Loro 1” di Paolo Sorrentino: tutto documentato, tutto arbitrario

Fede­ri­co Riccardo

Il nuo­vo film di Pao­lo Sor­ren­ti­no, Loro 1, pri­mo capi­to­lo di un dit­ti­co, si apre con una cita­zio­ne di Gior­gio Man­ga­nel­li: «Tut­to docu­men­ta­to, tut­to arbi­tra­rio.» A voler dimo­stra­re che sì, il per­so­nag­gio che vedia­mo giro­va­ga­re per la vil­la in Sar­de­gna è Sil­vio Ber­lu­sco­ni, ma anche che que­sta è e rima­ne un’opera di fin­zio­ne, con per­so­nag­gi vaga­men­te ispi­ra­ti a quel­li reali.

Subi­to dopo una capra entra nel salot­to di una vil­la. Si guar­da attor­no, ten­ta di fami­lia­riz­za­re con l’ambiente, osser­va in alto la tra­smis­sio­ne di Mike Bon­gior­no che una tele­vi­sio­ne acce­sa sta tra­smet­ten­do, e… Stra­maz­za per ter­ra, distrut­ta dall’eccessiva aria con­di­zio­na­ta. “Il soli­to Pao­lo Sor­ren­ti­no”, vie­ne da pen­sa­re. Quel­lo capa­ce di inse­ri­re un grup­po di feni­cot­te­ri rosa su una ter­raz­za in La Gran­de Bel­lez­za, quel­lo che in Youth inse­ri­sce un video­clip di Palo­ma Faith duran­te la sce­na di una cri­si matri­mo­nia­le, quel­lo in gra­do di far ascol­ta­re Nada a Jude Law in The Young Pope. Eppu­re, quel­lo che ini­zia come una lezio­ne di sti­le si tra­mu­ta nel­la nar­ra­zio­ne – alla Sor­ren­ti­no benin­te­so, quin­di fram­men­ta­ta, incom­ple­ta e “sen­za tra­ma” – del­la vita mon­da­na di un gio­va­ne vitel­lo­ne, Ser­gio Mor­ra (inter­pre­ta­to da un Ric­car­do Sca­mar­cio sem­pre più in cre­scen­do) pron­to a tut­to pur di entra­re nel­le gra­zie di Lui (Ber­lu­sco­ni, nomi­na­to in que­sto modo per tut­to il film). Ed ecco­ci cata­pul­ta­ti in un mon­do tan­to fana­ti­co quan­to rea­le, quel­lo dei festi­ni (già caro a Jep Gam­bar­del­la), del­la pro­sti­tu­zio­ne e del­la cocai­na, ridot­to a un mero eser­ci­zio da ritua­le. Tra appal­ti truc­ca­ti e ricat­ti, Mor­ra e la moglie fini­ran­no per adden­trar­si in Sar­de­gna, davan­ti alla vil­la di Lui, per ten­ta­re di attirarlo.

Lui (Toni Ser­vil­lo, qui pro­ba­bil­men­te all’apice del suo istrio­ni­smo) appa­re dopo un’ora e mez­za di film, tra­vol­to dal­la noia e dal­la cri­si coniu­ga­le con Vero­ni­ca Lario (Ele­na Sofia Ric­ci). È il 2006 ed è all’opposizione, tra­scor­re la sua gior­na­ta impar­ten­do lezio­ni di vita al nipo­ti­no incen­tra­te sul “con­vin­ce­re l’altro”, asse­con­dan­do i vizi intel­let­tua­li­sti­ci del­la moglie, crean­do can­zo­ni con il fida­to Miche­le Api­cel­la e cor­teg­gian­do pro­mes­se del cal­cio a suon di assegni.

Quando Lui appare sulla scena tutto si ferma: il rumore incessante delle feste si tramuta in un silenzio profondo.

Quel­la spac­ca­tu­ra, che è già evi­den­te nel­la sepa­ra­zio­ne del film in due usci­te (Loro 1 dal 24 apri­le, Loro 2 dal 10 mag­gio), è dota­ta di un’ulteriore net­ta divi­sio­ne che è quel­la evi­den­te tra il mon­do stel­la­to di Val­let­to­po­li e quel­lo cari­co di uma­ni­tà del pri­va­to del Cavaliere.

Uma­ni­tà, sì, per­ché si trat­ta pur sem­pre di un film di Pao­lo Sor­ren­ti­no. Il regi­sta napo­le­ta­no, che man­ca­va al cine­ma dal 2015, pos­sie­de dai tem­pi de Il Divo que­sta volon­tà natu­ra­le di inda­ga­re i mean­dri del pote­re e dell’oscenità con una tene­rez­za qua­si invi­dia­bi­le. Mai reto­ri­co, rega­la un film dal rit­mo mol­to più velo­ce di quel­lo a cui ha abi­tua­to il pub­bli­co e con­fe­ri­sce fre­schez­za ad un fat­to di cro­na­ca ormai desue­to e risaputo.

Non con­vin­co­no però alcu­ne scel­te: innan­zi­tut­to l’uso ai limi­ti del sop­por­ta­bi­le di effet­ti spe­cia­li vol­ti a raf­fi­gu­ra­re inci­den­ti stra­da­li dal sapo­re qua­si para­nor­ma­le e l’in­tro­du­zio­ne di ani­ma­li (topi e rino­ce­ron­ti) che si aggi­ra­no in una Roma allo sban­do; ma soprat­tut­to il voler dipin­ge­re Vero­ni­ca come una per­so­na trop­po intel­let­tual­men­te lon­ta­na da Ber­lu­sco­ni (leg­ge Sara­ma­go a tavo­la men­tre Ber­lu­sco­ni par­la di Mike Bon­gior­no, isti­tui­sce il “gior­no sen­za tele­fo­no”, rega­la ai nipo­ti spet­ta­co­li di mario­net­te con­fe­ren­do al per­so­nag­gio una vena da radi­cal chic del tut­to stra­nian­te). Ma Man­ga­nel­li ce lo dice dall’inizio: non dob­bia­mo cre­de­re a tut­to quel­lo che vedia­mo. E allo spet­ta­to­re non resta che accet­ta­re que­sto pat­to.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione