Il colonnello Matteo Renzi

Anna Di Raimondo

Nell’agosto del 2017, sul pal­co di Capal­bio Libri, alla doman­da “Qua­le libro con­si­glie­reb­be a Mat­teo Ren­zi?”, Dario Fran­ce­schi­ni rispon­de pro­po­nen­do Cent’anni di soli­tu­di­ne, scrit­to nel 1967 dal Pre­mio Nobel Gabriel Gar­cìa Màr­quez. Quel­la di Fran­ce­schi­ni non è che una sem­pli­ce frec­cia­ti­na, un tan­ti­no vele­no­sa, in rife­ri­men­to al cli­ma di smo­bi­li­ta­zio­ne che si è crea­to nel par­ti­to e alla fuga di sim­pa­tiz­zan­ti e diri­gen­ti loca­li e nazio­na­li e che potreb­be por­ta­re Ren­zi a gui­da­re un par­ti­to fan­ta­sma. Quel­lo che è cer­to è che Fran­ce­schi­ni non pen­sa a una rea­le simi­li­tu­di­ne tra la sto­ria di Mat­teo e quel­la che vie­ne nar­ra­ta da Màrquez.

A quel­la c’ho pen­sa­to io.

Chiun­que si fos­se per­so la let­tu­ra di un capo­la­vo­ro let­te­ra­rio del Nove­cen­to come Cent’anni di soli­tu­di­ne deve sape­re che è con­si­de­ra­ta l’opera in lin­gua spa­gno­la più impor­tan­te dopo Don Chi­sciot­te del­la Man­cia.

Il roman­zo rac­con­ta le vite straor­di­na­rie del­la fami­glia Buen­dìa: da José Arca­dio, capo­sti­pi­te del­la fami­glia, fino ad  Aure­lia­no Buen­dìa, l’ultimo dei nume­ro­si che pren­do­no vita nel romanzo.

Il tut­to è ambien­ta­to nell’immaginaria quan­to sur­rea­le cit­tà di Macon­do, fon­da­ta da José Arca­dio insie­me alla moglie Ursu­la, e desti­na­ta a una serie infi­ni­ta di cam­bia­men­ti che si sus­se­guo­no uno dopo l’altro paral­le­la­men­te alle sto­rie del­la fami­glia Buen­dìa. La con­clu­sio­ne del­la sto­ria di Macon­do arri­ve­rà sot­to for­ma di pro­fe­zia, pro­prio quan­do le per­ga­me­ne di Mel­quia­des, uno zin­ga­ro cono­sciu­to da José Arca­dio Buen­dia, ver­ran­no tra­dot­te dall’ultimo discen­den­te del­la famiglia.

«Il pri­mo del­la stir­pe è lega­to a un albe­ro e l’ultimo se lo stan­no man­gian­do le formiche.»

L’ingre­dien­te prin­ci­pa­le che per­met­te a que­sto roman­zo di lascia­re i suoi let­to­ri sen­za fia­to e con una nuo­va col­le­zio­ne di para­no­ie è il tema del­la sole­dad, la soli­tu­di­ne, che Màr­quez ci offre in diver­se ver­sio­ni. Sem­bra qua­si che la sua inten­zio­ne sia di coin­vol­ge­re il let­to­re a tal pun­to da for­ni­re una rac­col­ta com­ple­ta di esse­ri uma­ni in cui rico­no­scer­si e immedesimarsi.

E infat­ti, tan­ti si saran­no pro­ba­bil­men­te sen­ti­ti vici­ni a Reme­dios la bel­la e alla sua tota­le non appar­te­nen­za al mon­do rea­le o ad Ama­ran­ta e alla sua costan­te invi­dia per la sorel­la Rebeca.

Insom­ma, un intrec­cio genea­lo­gi­co che met­te a dura pro­va la memo­ria del let­to­re, ma il cui filo con­dut­to­re è sem­pre e solo la soli­tu­di­ne. Un desti­no che non acco­mu­na solo la fami­glia Buen­dìa, ma tut­ti noi poi­ché ogni esse­re uma­no è sostan­zial­men­te con­dan­na­to a vive­re, lot­ta­re, ama­re e mori­re in soli­tu­di­ne sen­za esse­re mai real­men­te com­pre­so dagli altri. O alme­no è quel­lo che sostie­ne Màrquez.

Tra i tan­ti per­so­nag­gi, c’è uno che spic­ca fra tut­ti: il colon­nel­lo Aure­lia­no Buen­dìa.

Il colon­nel­lo è uno dei per­so­nag­gi car­di­ne del roman­zo. È un uomo rispet­ta­to da tut­ti che, mos­so da un pro­fon­do sen­so di ingiu­sti­zia e in segui­to alla sco­per­ta del­le ele­zio­ni truc­ca­te dal gover­no e alle vio­len­ze dei mili­ta­ri, si uni­sce ai rivo­lu­zio­na­ri libe­ra­li al fian­co dei qua­li com­bat­te­rà nel­la Guer­ra dei mil­le gior­ni. Soprav­vi­ve a quat­tro atten­ta­ti, set­tan­ta­tré imbo­sca­te, a un ten­ta­ti­vo di sui­ci­dio e a un plo­to­ne di ese­cu­zio­ne, ma ter­mi­na­ta la guer­ra, tra­scor­re il suo tem­po a fab­bri­ca­re pescio­li­ni d’oro che riven­de in cam­bio di altro oro che gli ser­ve per rea­liz­za­re nuo­vi pesciolini.

Rileggendo di recente il romanzo non ho potuto fare a meno di notare i diversi punti in comune tra la vita del colonnello e quella dell’ex segretario del Pd, Matteo Renzi.

Duran­te la guer­ra civi­le, Aure­lia­no sale velo­ce­men­te ai ver­ti­ci del­la gerar­chia mili­ta­re dive­nen­do una figu­ra chia­ve all’interno del grup­po. Vor­reb­be uni­fi­ca­re il coman­do ribel­le con­tro le mano­vre dei poli­ti­ci e così con­vo­ca un’assemblea nel­la spe­ran­za di riu­scir­vi, ma duran­te l’incontro emer­ge la figu­ra di Teò­fi­lo Var­gas che pre­ce­de i suoi pro­po­si­ti, man­da all’aria la coa­li­zio­ne e si impa­dro­ni­sce del ruo­lo di coman­dan­te generale.

Tor­nia­mo alla real­tà e, più pre­ci­sa­men­te, al dicem­bre 2012 quan­do il gio­va­nis­si­mo Mat­teo Ren­zi, allo­ra sin­da­co di Firen­ze, si can­di­da alla segre­te­ria del PD. Deve veder­se­la con altri cin­que can­di­da­ti, ma soprat­tut­to con un più esper­to Pier­lui­gi Bersani.

Dei tre milio­ni di elet­to­ri, il 61% deci­de di dare la pro­pria fidu­cia a Ber­sa­ni e così Ren­zi, con il suo 38%, è scon­fit­to, riu­scen­do a bat­te­re il vin­ci­to­re in una sola regio­ne, la sua Toscana.

Men­tre Teò­fi­lo Var­gas vie­ne fat­to a pez­zi a col­pi di mache­te in un’imboscata e il colon­nel­lo Buen­dìa pren­de il coman­do, paral­le­la­men­te Ber­sa­ni rie­sce a vin­ce­re per un sof­fio le ele­zio­ni, ma non otte­nen­do la mag­gio­ran­za in Sena­to, vie­ne fat­to fuo­ri (meta­fo­ri­ca­men­te e sen­za mache­te) da Enri­co Let­ta, chia­ma­to dal Capo di Sta­to a for­ma­re un gover­no di lar­ghe inte­se. Nel frat­tem­po, il PD è nuo­va­men­te chia­ma­to a nomi­na­re un nuo­vo segre­ta­rio e que­sta vol­ta Mat­teo stra­vin­ce con il 67%. Ber­sa­ni non pervenuto.

Scom­par­si Var­gas e Ber­sa­ni, i due colon­nel­li han­no pra­ti­ca­men­te il pote­re in pugno, ma entram­bi liti­ga­no con gli espo­nen­ti di rilie­vo del loro grup­po. Aure­lia­no, disper­so e più solo che mai, si con­vin­ce che i suoi uffi­cia­li non sia­no affi­da­bi­li e così rom­pe i rap­por­ti con il Duca di Marl­bo­rou­gh, il suo “mae­stro nel­le arti del­la guerra”.

«Il miglio­re ami­co», sole­va dire allo­ra, «è quel­lo che è appe­na morto.»

Si accor­ge così che il pote­re incri­na tut­ti i rap­por­ti per­so­na­li. Pro­ba­bil­men­te alla stes­sa con­clu­sio­ne arri­va Ren­zi che nel gen­na­io 2014 tran­quil­liz­za e sostie­ne il Pre­si­den­te Let­ta con il suo «Enri­co, stai sere­no!», per poi cam­bia­re idea un mese dopo e dichia­ra­re che «ser­ve un cam­bia­men­to radicale».
Con 136 sì e 16 con­tra­ri, il Pd appro­va la fine del gover­no Let­ta e final­men­te Ren­zi sale al Gover­no.

Nel frat­tem­po il colon­nel­lo Aure­lia­no si ren­de con­to che il pote­re tan­to bra­ma­to non è altro che un’immensa e infi­ni­ta immo­bi­li­tà in cui, para­dos­sal­men­te, si diven­ta più vec­chi e più stan­chi. C’è sem­pre qual­cu­no che ha biso­gno di sol­di, chi ha figli a cari­co da sfa­ma­re, chi vuo­le abban­do­na­re la par­ti­ta per­ché non è più in gra­do di sop­por­ta­re il sapo­re ama­ro del­la guer­ra. Nes­su­no è mai sod­di­sfat­to, tut­ti voglio­no di più.

Mat­teo Ren­zi, inve­ce, più capar­bio e meno ras­se­gna­to di Aure­lia­no deci­de di lan­ciar­si in un’impresa, for­se, più gran­de di lui: vuo­le rifor­ma­re la Costi­tu­zio­ne dei padri fon­da­to­ri del­la Repub­bli­ca ita­lia­na con un Refe­ren­dum. «Io non sono come gli altri», dichia­ra, «se gli ita­lia­ni diran­no No, pren­do la bor­set­ti­na e tor­no a casa.»

Pra­ti­ca­men­te tra­sfor­ma il refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le in un refe­ren­dum per­so­na­le. Alla doman­da impli­ci­ta “vole­te Mat­teo Ren­zi?”, mol­ti rispon­do­no no e Mat­teo perde.

I nostri eroi, entram­bi delu­si e ama­reg­gia­ti, deci­do­no di tor­na­re nel­le rispet­ti­ve cit­tà. Così, Aure­lia­no ritro­va la sere­ni­tà a Macon­do, avvol­to dal calo­re dei suoi ricor­di, ma cade nell’apa­tia di una vita tran­quil­la; come pro­mes­so, Ren­zi annun­cia le dimis­sio­ni per tor­na­re dal­la sua fami­glia e riab­brac­cia­re la bel­lez­za del­la nor­ma­li­tà, come com­pra­re un pan­do­ro per Nata­le. Ma evi­den­te­men­te pre­fe­ri­sce far­si lin­cia­re da tut­ta l’opinione pub­bli­ca piut­to­sto che fare la spe­sa alla Conad e dun­que rien­tra in cam­po.

Ma quan­do si diven­ta il poli­ti­co meno ama­to d’Italia, die­tro a Sal­vi­ni che ha costrui­to il suo regno sull’incoerenza e il popu­li­smo, die­tro a Di Maio che sba­glia con­giun­ti­vi, per­si­no die­tro al plu­ri­pre­giu­di­ca­to Sil­vio Ber­lu­sco­ni, la doman­da sor­ge spon­ta­nea: dove ha sba­glia­to? Come è pos­si­bi­le che suc­ces­si indi­scu­ti­bi­li come la leg­ge sul­le unio­ni civi­li e la ripre­sa eco­no­mi­ca cer­ti­fi­ca­ta dall’Istat ven­ga­no offu­sca­te dal decre­to sui sac­chet­ti bio­de­gra­da­bi­li a paga­men­to e dal­la fake news sul­la cugi­na di Ren­zi pro­dut­tri­ce di bio-plastiche?

La rispo­sta va ricer­ca­ta ritor­nan­do alle ori­gi­ni di Ren­zi e nel­lo spe­ci­fi­co a quan­do ave­va con­qui­sta­to mol­ti con la pro­mes­sa di voler rot­ta­ma­re non solo i lea­der più anzia­ni del par­ti­to, ma anche i meto­di ormai supe­ra­ti del­la poli­ti­ca italiana.

«L’Italia con me sarà un posto dove tro­vi lavo­ro se cono­sci qual­co­sa, non se cono­sci qual­cu­no!», dichia­ra­va Ren­zi nel 2012. Ma il tosca­no il rin­no­va­men­to non l’ha mai nean­che sfio­ra­to. Al meri­to ha pre­fe­ri­to i rap­por­ti per­so­na­li. Basti pen­sa­re a Mar­co Sera­ci­ni, com­mer­cia­li­sta di Mat­teo, pre­so nel col­le­gio sin­da­ca­le dell’Eni.
Come dimen­ti­ca­re la cri­si di Ban­ca Etru­ria che ha mes­so a dura pro­va sia Ren­zi che Maria Ele­na Boschi; il caso Con­sip o il rap­por­to per­so­na­le con Mar­co Car­rai, un impren­di­to­re che ope­ra su diver­si fron­ti come inve­sti­men­ti immo­bi­lia­ri e cyber-secu­ri­ty.

Una dif­fe­ren­za signi­fi­ca­ti­va, però, esi­ste tra il colon­nel­lo Buen­dìa e Mat­teo Ren­zi. Si trat­ta di una con­sa­pe­vo­lez­za che il colon­nel­lo rag­giun­ge dopo anni di lotte.

«Dim­mi una cosa, com­pa­re: per cosa combatti?»
«Per cosa vuoi che sia, com­pa­re», rispo­se il colon­nel­lo Geri­nel­do Már­quez, «per il gran­de Par­ti­to Liberale.»
«For­tu­na­to tu che lo sai», rispo­se lui. «Io, da par­te mia, sol­tan­to ora mi ren­do con­to che sto com­bat­ten­do per orgoglio.»

È di fron­te a que­sta con­sa­pe­vo­lez­za che il colon­nel­lo deci­de di riti­rar­si dal­la poli­ti­ca e rin­chiu­der­si nell’oreficeria di suo padre per rea­liz­za­re pescio­li­ni d’oro. E a chiun­que cer­chi di infor­mar­lo sul­lo sta­to del­le cose, rispon­de: «Non par­lar­mi di poli­ti­ca, noi ci occu­pia­mo di ven­de­re pescio­li­ni». Ciò che gli inte­res­sa non è il gua­da­gno, ma il lavo­ro. Un lavo­ro che richie­de tal­men­te tan­ta con­cen­tra­zio­ne da tener­gli la men­te occu­pa­ta, così da non pen­sa­re alle delu­sio­ni del­le guerra.

Le delu­sio­ni non sem­bra­no spin­ge­re Ren­zi a giun­ge­re alle stes­se con­clu­sio­ni: non ci sono pescio­li­ni d’oro da ven­de­re, ma solo dimis­sio­ni da segre­ta­rio del PD e rumors su un pos­si­bi­le nuo­vo par­ti­to di Ren­zi alla “Macron”. Dall’altro lato, c’è chi anco­ra sostie­ne che Mat­teo Ren­zi sia una figu­ra irri­nun­cia­bi­le: “il PD non si rico­strui­sce sen­za il con­tri­bu­to di Ren­zi”, ha dichia­ra­to Mat­teo Orfi­ni, Pre­si­den­te del­l’As­sem­blea nazio­na­le del partito.
Eppu­re una cosa è cer­ta, con le ele­zio­ni del 4 mar­zo, gli ita­lia­ni han­no man­da­to un mes­sag­gio chia­ro e ine­qui­vo­ca­bi­le a Mat­teo Ren­zi e al Par­ti­to Demo­cra­ti­co: il vostro tem­po è scaduto.

E così men­tre di fron­te al plo­to­ne di ese­cu­zio­ne il colon­nel­lo Aure­lia­no Buen­dìa ricor­da il remo­to pome­rig­gio in cui suo padre lo ave­va con­dot­to a cono­sce­re il ghiac­cio; per Mat­teo Ren­zi il plo­to­ne di ese­cu­zio­ne è un mise­ro 18% di fron­te al qua­le non può fare a meno di ricor­da­re e rim­pian­ge­re con nostal­gia il 17 feb­bra­io 2014 e l’inizio dei suoi mil­le gior­ni da Pre­si­den­te del Consiglio.

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