La Terza Repubblica sembra già la Prima. E forse peggio

Corazzieri presidential honor guard officers patrol the entrance of the studio where Italian President Giorgio Napolitano meets party representatives at Rome's Quirinale presidential palace Saturday Dec. 22, 2012. Italy's President Napolitano is meeting with political leaders to set the stage for general elections early next year as Premier Mario Monti weighs whether to run for office after having handed in his resignation. Monti, appointed 13 months ago to steer Italy away from a Greek-style debt crisis, stepped down Friday after ex-Premier Silvio Berlusconi's party yanked its support for his technical government. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

La poli­ti­ca ita­lia­na si è sem­pre distin­ta per la sua crea­ti­vi­tà nel tro­va­re solu­zio­ni sofi­sti­ca­te, inven­ta­re for­mu­le incon­sue­te e conia­re espres­sio­ni inno­va­ti­ve. Negli ulti­mi anni que­sta fre­ne­sia poli­ti­ci­sta ha con­ta­gia­to mol­ti pae­si euro­pei, come il Bel­gio e la Spa­gna.

Ma dopo il voto del 4 mar­zo l’Italia è ripiom­ba­ta nel­la situa­zio­ne di ingo­ver­na­bi­li­tà che si era con­fi­gu­ra­ta già nel 2013. In quel caso, però, la mag­gio­ran­za che il cen­tro-sini­stra ave­va otte­nu­to alme­no alla Came­ra ave­va costi­tui­to la base di par­ten­za per la for­ma­zio­ne di un gover­no di “lar­ghe inte­se” tra Pd e Pdl.

Oggi il qua­dro è mol­to più com­pli­ca­to, per­ché nes­su­no schie­ra­men­to può riven­di­ca­re legit­ti­ma­men­te la gui­da del gover­no. Nono­stan­te l’elezione dei pre­si­den­ti del­le Came­re aves­se rap­pre­sen­ta­to un ban­co di pro­va per un’eventuale inte­sa tra cen­tro-destra e Cin­que Stel­le, la situa­zio­ne si è pre­sto ingar­bu­glia­ta. Dopo che il pri­mo giro di con­sul­ta­zio­ni al Qui­ri­na­le è anda­to a vuo­to il pre­si­den­te Mat­ta­rel­la non ha con­fe­ri­to alcun inca­ri­co e si è riser­va­to di effet­tua­re nuo­vi col­lo­qui con i lea­der dei par­ti­ti, nel ten­ta­ti­vo di chia­ri­re le posi­zio­ni e rag­giun­ge­re un accordo.

Il rito delle consultazioni, tanto solenni quanto inconcludenti, ha avuto il merito di fotografare plasticamente lo stallo della situazione italiana: i veti incrociati, le pregiudiziali e le rivendicazioni di purezza impediscono dopo oltre un mese dalle elezioni la convergenza delle forze politiche e la risoluzione della crisi.

Da oltre vent’anni non si pro­du­ce­va una sce­na­rio simi­le. Con la pri­ma leg­ge elet­to­ra­le di impian­to mag­gio­ri­ta­rio del 1993, il Mat­ta­rel­lum, era ini­zia­ta una lun­ga sta­gio­ne di osten­ta­to bipo­la­ri­smo, carat­te­riz­za­ta dall’alter­nan­za al gover­no tra il cen­tro-destra e il cen­tro-sini­stra. Il risul­ta­to del voto con­se­gna­va sem­pre una mag­gio­ran­za chia­ra e in pochi gior­ni il lea­der del­la coa­li­zio­ne vin­cen­te  Pro­di o Ber­lu­sco­ni  for­ma­va il nuo­vo gover­no. Nel 2013 il suc­ces­so dei Cin­que Stel­le ha spez­za­to que­sto equi­li­brio e il siste­ma bipo­la­re si è di fat­to tra­sfor­ma­to in un siste­ma tri­po­la­re. Sul fini­re del­la scor­sa legi­sla­tu­ra è arri­va­ta poi la clas­si­ca cilie­gi­na sul­la tor­ta, con l’approvazione di una leg­ge elet­to­ra­le, il Rosa­tel­lum, sostan­zial­men­te pro­por­zio­na­le: il pre­ve­di­bi­le risul­ta­to è sta­ta la man­can­za di una mag­gio­ran­za in par­la­men­to, accom­pa­gna­ta da una ritro­va­ta fram­men­ta­zio­ne partitica.

«Ini­zia oggi la Ter­za Repub­bli­ca, quel­la dei cit­ta­di­ni», ha esul­ta­to Lui­gi Di Maio il 4 mar­zo. La real­tà, però, sem­bra ben diver­sa e basta apri­re i gior­na­li o ascol­ta­re i tg per ren­der­se­ne conto.

Trattative, accordi, contratti, spartizioni, caminetti, convergenze: il lessico dei politici si è presto adeguato al clima proporzionale che caratterizza l’Italia del 2018.

Non pas­sa gior­no che una nuo­va dichia­ra­zio­ne non rime­sco­li le car­te e non ripor­ti la gio­stra dei com­pro­mes­si al pun­to di par­ten­za. Sal­vi­ni e Di Maio si accor­da­no e poi liti­ga­no, Ber­lu­sco­ni det­ta le sue con­di­zio­ni, Melo­ni pro­va a media­re, Ren­zi costrin­ge il Pd all’opposizione, Mar­ti­na riven­di­ca il suo nuo­vo ruo­lo di segre­ta­rio. Anche se nes­su­no è dispo­sto ad ammet­ter­lo, l’Italia sta len­ta­men­te spro­fon­dan­do in una palu­de da Pri­ma Repub­bli­ca. Tut­to sem­bra muo­ver­si, ma in real­tà rista­gna nei soli­ti discor­si e nel­le soli­te posi­zio­ni. Ci si avvi­ci­na, ci si allon­ta­na: il risul­ta­to fina­le è a som­ma zero, che si fac­cia o non si fac­cia il gover­no. E que­sto bal­let­to, con il “tri­po­la­ri­smo bloc­ca­to” sal­ta­to fuo­ri dal­le urne, può pur­trop­po con­ti­nua­re in eter­no, sen­za che ven­ga appro­va­ta una sola riforma.

Ma non è sol­tan­to la para­li­si dei rap­por­ti tra i par­ti­ti a riman­da­re alla Pri­ma Repub­bli­ca. Si rispol­ve­ra­no  e sem­bra incre­di­bi­le  per­si­no le for­mu­le astru­se e sofi­sti­ca­te dell’epoca del­la par­ti­to­cra­zia pre-ber­lu­sco­nia­na. Osser­van­do le mano­vre di Di Maio, che ha lan­cia­to segna­li di aper­tu­ra tan­to al Pd quan­to alla Lega, alcu­ni osser­va­to­ri han­no ricor­da­to la poli­ti­ca dei “due for­ni” di andreot­tia­na memo­ria. «Se devo com­pra­re il pane  teo­riz­za­va Andreot­ti  e ho nel­la mia stes­sa stra­da due for­ni e uno di que­sti me lo fa paga­re caro o mi dà un pro­dot­to sca­den­te, vado dall’altro». La Dc occu­pa­va allo­ra il cen­tro del­la sce­na poli­ti­ca, e si rivol­ge­va di vol­ta in vol­ta a destra o a sini­stra, a secon­da del­le con­ve­nien­ze del momen­to e del cli­ma che si respi­ra­va nel Pae­se. Negli anni Ses­san­ta l’alternativa era tra il Par­ti­to socia­li­sta a sini­stra e il Par­ti­to libe­ra­le a destra; negli anni Set­tan­ta i for­nai era­no inve­ce i socia­li­sti di Cra­xi e i comu­ni­sti di Ber­lin­guer. Di Maio, rivol­gen­do­si indif­fe­ren­te­men­te a due par­ti­ti mol­to diver­si come Pd e Lega, sem­bra segui­re que­sta stra­da, a con­fer­ma del posi­zio­na­men­to cen­tri­sta che i Cin­que Stel­le han­no assun­to negli ulti­mi mesi: la loro posi­zio­ne post-ideo­lo­gi­ca somi­glia sem­pre di più a una qual­che stra­na for­ma di neo­cen­tri­smo, dispo­sto per sua natu­ra ad abbrac­cia­re, all’occorrenza, qual­sia­si posizione.

L’altra for­mu­la tor­na­ta di moda è quel­la dei “due vin­ci­to­ri”, conia­ta da Aldo Moro nel 1976. In quell’occasione la Dc ave­va rag­giun­to il 38,7 per cen­to, men­tre il Pci era bal­za­to al 34,3 per cen­to, il suo mas­si­mo sto­ri­co: di fat­to, una dop­pia vit­to­ria. Moro si impe­gnò allo­ra nel­la dif­fi­ci­le ope­ra­zio­ne di por­ta­re i comu­ni­sti al gover­no, affron­tan­do resi­sten­ze inter­ne e inter­na­zio­na­li e pagan­do infi­ne con la sua stes­sa vita quel ten­ta­ti­vo. Oggi i due vin­ci­to­ri sono i Cin­que Stel­le e la Lega, gli allea­ti più natu­ra­li tra le for­ze in cam­po: il loro avvi­ci­na­men­to è però bloc­ca­to da Ber­lu­sco­ni, che vin­co­la Sal­vi­ni al pat­to elet­to­ra­le del cen­tro-destra e costrin­ge Di Maio a por­re veti sul suo nome e la sua storia.

La Terza Repubblica ci ha dunque riportati alla Prima.

Ai suoi riti, alle sue con­trad­di­zio­ni, alle sue for­mu­le. Spin­gen­do il paral­le­li­smo alle estre­me con­se­guen­ze non dovrem­mo sor­pren­der­ci se un gover­no alla fine si tro­vas­se, per un col­po di genio di uno dei lea­der in cam­po o maga­ri pesca­to dal cilin­dro di Mat­ta­rel­la, che la Pri­ma Repub­bli­ca l’ha nel san­gue. Non dovreb­be sor­pren­der­ci per­ché duran­te la Pri­ma Repub­bli­ca una qual­che solu­zio­ne si tro­va­va sem­pre. Però. C’è un però: per fare che cosa?

Nell’immobilismo tota­le del­le posi­zio­ni dei par­ti­ti ogni sche­ma sem­bra esse­re sal­ta­to, sacri­fi­ca­to sull’altare del rag­giun­gi­men­to del pote­re. Le visio­ni di pro­spet­ti­va e le pro­mes­se elet­to­ra­li appa­io­no supe­ra­te dagli inte­res­si del­la con­tin­gen­za: un falò a fuo­co len­to che, ine­so­ra­bi­le, car­bo­niz­za i pro­get­ti, le idee, le pro­po­ste di rifor­ma. Gril­li­ni e leghi­sti, ad esem­pio, si con­trad­di­co­no ogni gior­no: ieri nemi­ci giu­ra­ti, oggi dispen­sa­to­ri di aper­tu­re reci­pro­che. Tut­ti sem­bra­no dispo­sti a tut­to, e non solo per­ché i due prin­ci­pa­li lea­der in cam­po, Sal­vi­ni e Di Maio, si dimo­stra­no gior­no dopo gior­no fini stra­te­ghi del­la poli­ti­ca, con mos­se e con­tro­mos­se da scac­chi­sti. Il pro­ble­ma è ben più pro­fon­do, e riguar­da la ragio­ne stes­sa del “fare poli­ti­ca” come impe­gno per gli altri, annul­la­to negli ulti­mi tem­pi dal­la sma­nia di dimo­strar­si  sem­pli­ce­men­te  più for­ti dell’avversario. Il pote­re per il pote­re; il gover­no per il gover­no, a qual­sia­si costo: nul­la più.

I gran­di par­ti­ti del Nove­cen­to  Pci e Dc su tut­ti  era­no por­ta­to­ri di ideo­lo­gie for­ti, radi­ca­te, pro­fon­da­men­te alter­na­ti­ve, ric­che di sto­ria e di pro­spet­ti­ve: anche per que­sto il loro pro­gres­si­vo avvi­ci­na­men­to si rive­lò tan­to dif­fi­col­to­so e trau­ma­ti­co. I par­ti­ti di oggi sono inve­ce sem­pli­ci comi­ta­ti elet­to­ra­li al ser­vi­zio del lea­der di tur­no, la cui con­ver­gen­za non può che por­ta­re alla som­ma arit­me­ti­ca dei rispet­ti­vi pro­gram­mi a bre­ve ter­mi­ne. La Pri­ma Repub­bli­ca, insom­ma, è arri­va­ta a noi come mero para­dig­ma di for­mu­le ed espres­sio­ni les­si­ca­li. Un con­te­ni­to­re svuo­ta­to del­la sostan­za di allo­ra. Altro che com­pro­mes­si. Altro che riforme.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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