Lula condannato: la fine di un mito politico?

Il desti­no poli­ti­co di Luiz Iná­cio da Sil­va si con­clu­de nel peg­gio­re dei modi, con una con­dan­na in secon­do gra­do a 12 anni di car­ce­re. L’accu­sa è di quel­le desti­na­te a mac­chia­re l’immagine dei vec­chi lea­der come lui: cor­ru­zio­ne, per aver rice­vu­to in rega­lo un appar­ta­men­to da par­te di una dit­ta di costru­zio­ni. Pro­prio lui che era sta­to un pre­si­den­te ama­tis­si­mo – e non è un dato secon­da­rio – in un pae­se, il Bra­si­le, che è il più vasto e popo­la­to dell’America Lati­na, desti­na­to a diven­ta­re un rife­ri­men­to poli­ti­co e cul­tu­ra­le ma rima­sto anco­ra nell’ombra. Sarà sta­to il suo pas­sa­to da metal­mec­ca­ni­co, il fat­to che abbia impa­ra­to a leg­ge­re a 14 anni e che, nono­stan­te que­sto, sia riu­sci­to a diven­ta­re pre­si­den­te, oppu­re solo il suo aspet­to cari­sma­ti­co. Fat­to sta che Lula, come tut­ti lo chia­ma­no, è sta­to a lun­go il sim­bo­lo del mira­co­lo bra­si­lia­no. La sua pre­si­den­za (2003–11) ha cam­bia­to un pae­se dal­le com­ples­si­tà molteplici.
Dopo una dit­ta­tu­ra ven­ten­na­le rela­ti­va­men­te blan­da rispet­to alle altre del sub­con­ti­nen­te, carat­te­riz­za­ta da un mino­re livel­lo di vio­len­za e dal ten­ta­ti­vo del regi­me di man­te­ne­re una par­ven­za di legit­ti­mi­tà isti­tu­zio­na­le, il ritor­no alla demo­cra­zia nel 1985 non ave­va mes­so fine all’instabilità poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca del Bra­si­le. Nel 1980 il regi­me con­sen­tì la rior­ga­niz­za­zio­ne dei par­ti­ti nell’ambito del­la poli­ti­ca di aper­tu­ra che dove­va faci­li­ta­re la tran­si­zio­ne alla demo­cra­zia. Fu allo­ra che Lula fon­dò il Par­ti­do dos Tra­ba­lha­do­res (PT), la cui base socia­le era il sin­da­ca­li­smo, il mon­do da cui lo stes­so lea­der proveniva.

L’ascesa politica di Lula risale ad un momento nel quale il paese aveva bisogno di cambiamento, non solo per allontanare lo spettro del monopartitismo antidemocratico, ma soprattutto perché rimanevano irrisolti i problemi di povertà e disuguaglianza e le questioni sociali.

A que­ste istan­ze, non sep­pe rispon­de­re nean­che il gover­no di Fer­nan­do Hen­ri­que Car­do­so, ex mini­stro del­le finan­ze, che ave­va pun­ta­to tut­to sull’apertura e la moder­niz­za­zio­ne eco­no­mi­ca attra­ver­so una serie di rifor­me di stam­po neoliberale.
Così come Chá­vez in Vene­zue­la, Evo Mora­les in Boli­via, Rafael Car­rea in Ecua­dor, Néstor Kirch­ner in Argen­ti­na, Taba­ré Váquez in Uru­guay, anche Lula ave­va vin­to le ele­zio­ni nel 2003 sfrut­tan­do il fer­men­to poli­ti­co che esi­ste­va all’epoca in Ame­ri­ca Lati­na. Si trat­ta­va dell’onda rosa, un feno­me­no poli­ti­co carat­te­riz­za­to dal ritor­no al pote­re del­le sini­stre lati­noa­me­ri­ca­ne con par­ti­ti che aspi­ra­va­no ad esse­re meno ideo­lo­gi­ci e più prag­ma­ti­ci di quel­li inten­sa­men­te lega­ti al mar­xi­smo degli anni Sessanta.
Lula è sta­to il pre­si­den­te più con­tro­ver­so del Bra­si­le demo­cra­ti­co. La sua abi­li­tà poli­ti­ca con­si­ste nell’aver sapu­to dia­lo­ga­re con tutti.
Duran­te la sua cam­pa­gna elet­to­ra­le del 2002, ave­va par­la­to a tut­ti – indi­stin­ta­men­te – dei lavo­ra­to­ri, dei con­ta­di­ni sem ter­ras, degli abi­tan­ti del­le fave­vals, dei bam­bi­ni di stra­da, pro­met­ten­do a tut­ti un tet­to e tre pasti al gior­no. Man­ten­ne la paro­la. E, pur aven­do par­la­to a tut­ti degli ulti­mi, era con­sa­pe­vo­le di aver biso­gno del con­sen­so dei ceti medio-alti per esse­re elet­to e, soprat­tut­to, per gover­na­re. Per que­sto deci­se di abbi­na­re alla poli­ti­ca di rigo­re eco­no­mi­co inau­gu­ra­ta da Car­do­so una mag­gio­re atten­zio­ne all’agenda sociale.
Il luli­smo è diven­ta­to così espres­sio­ne di una sini­stra che pur non aven­do come obiet­ti­vo la rifon­da­zio­ne del­lo Sta­to – e dif­fe­ren­zian­do­si così dal­le for­me più radi­ca­li – inten­de­va col­mar­ne alcu­ne lacu­ne attra­ver­so pro­gram­mi socia­li non in gra­do di intac­ca­re l’oligarchia.

Oggi, da con­dan­na­to, Lula accu­sa i giu­di­ci di per­se­cu­zio­ne, anche in vista del­le pre­si­den­zia­li pre­vi­ste per il pros­si­mo otto­bre, e riven­di­ca il meri­to per le poli­ti­che sociali:

Han­no volu­to toglie­re di mez­zo l’unico pre­si­den­te sen­za tito­lo sco­la­sti­co che più ha fat­to per i pove­ri di que­sto Pae­se, che più ha aper­to le por­te dell’università a chi pri­ma non pote­va per­met­ter­se­la. Han­no avu­to fasti­dio di vede­re i pove­ri man­gia­re la car­ne tut­ti i gior­ni, e pren­de­re l’aereo!

In real­tà, la que­stio­ne è più com­ples­sa. Bol­sa Fami­lia esem­pli­fi­ca tut­ti i buo­ni pro­po­si­ti e, al con­tem­po, le con­trad­di­zio­ni di que­sto pro­gram­ma eco­no­mi­co redi­stri­bu­ti­vo. Que­sta poli­ti­ca socia­le, che pre­ve­de­va il tra­sfe­ri­men­to di fon­di alle fami­glie pur­ché si impe­gnas­se­ro a man­da­re i figli a scuo­la, è ser­vi­ta ad inclu­de­re i bra­si­lia­ni più pove­ri nel mer­ca­to dei con­su­mi, sen­za esten­de­re i dirit­ti socia­li e la pro­te­zio­ne degli stes­si; sen­za aumen­ta­re i ser­vi­zi pub­bli­ci, sen­za ren­de­re la sani­tà, l’istruzione e il tra­spor­to pub­bli­co più acces­si­bi­li. Secon­do l’economista Lena Lavi­nas, autri­ce del libro The Takeo­ver of Social Poli­cy By Finan­cia­li­za­tion – The Bra­zi­lian Para­dox, il pro­gram­ma luli­sta non era riu­sci­to a ridur­re il gran­de abis­so socia­le per­ché anche se gra­zie a Bol­sa Fami­lia in ogni casa bra­si­lia­na c’era un tele­vi­so­re, la qua­li­tà del­la vita del­le clas­si popo­la­ri rima­ne­va mol­to infe­rio­re a quel­la del­le clas­si medie.
Stes­so risul­ta­to ebbe­ro altre ini­zia­ti­ve come Fome ZeroMin­ha Casa Min­ha Vida.
Nono­stan­te que­sto, a Lula va rico­no­sciu­to il meri­to di aver ripor­ta­to le que­stio­ni socia­li nell’agenda poli­ti­ca del pae­se. Duran­te il suo gover­no l’economia bra­si­lia­na era in buo­na salu­te, com­pli­ce anche la deca­de dora­da – il perio­do di cre­sci­ta eco­no­mi­ca lega­to all’aumento del prez­zo del­le mate­rie pri­me espor­ta­te, soprat­tut­to soia e minerali.

Anche se all’universalizzazione dei consumi non era corrisposta un’estensione dei diritti sociali, Lula non è stato un cattivo presidente.

Non si spie­ghe­reb­be, altri­men­ti, per­ché alla fine del suo secon­do man­da­to pote­va gode­re anco­ra dell’80% dei con­sen­si. Dopo la fine del­la sua pre­si­den­za, il PT era sta­to ricon­fer­ma­to e la sua del­fi­na, Dil­ma Rous­seff, ave­va vin­to le ele­zio­ni per ben due vol­te consecutive.

Il mito poli­ti­co di Lula è rima­sto intat­to anche quan­do Dil­ma è diven­ta­ta il para­ful­mi­ne del­le fru­stra­zio­ni lega­te ai pro­ble­mi eco­no­mi­ci e alla cor­ru­zio­ne dila­gan­te e il Par­la­men­to ha vota­to in favo­re del­la sua desti­tu­zio­ne, con l’accusa di aver truc­ca­to il bilan­cio del 2014. Il len­to abbat­ti­men­to del mito poli­ti­co di Lula è comin­cia­to nel 2016, quan­do l’ex lea­der era sta­to inter­ro­ga­to nell’ambito del­lo scan­da­lo Petro­bras, l’inchiesta sul­la com­pa­gnia petro­li­fe­ra che ha paga­to oltre 2 miliar­di di dol­la­ri in tan­gen­ti a gran par­te del­la clas­se poli­ti­ca brasiliana.
Fin­ché era inda­ga­to per sospet­to occul­ta­men­to di beni e rici­clag­gio di dena­ro, Lula pote­va anco­ra spe­ra­re di sal­va­re la pro­pria imma­gi­ne.

Ades­so la sua soprav­vi­ven­za poli­ti­ca è lega­ta al sospet­to che si trat­ti di una sen­ten­za ad hoc, vol­ta a scon­giu­ra­re la sua par­te­ci­pa­zio­ne alle pre­si­den­zia­li del pros­si­mo ottobre.

La con­dan­na, che lo ren­de ine­leg­gi­bi­le, è dif­fi­ci­le da per­do­na­re a chi fa dell’onestà la pro­pria ban­die­ra. Il desti­no giu­di­zia­rio di Lula non potrà fer­ma­re la sua defi­ni­ti­va demi­sti­fi­ca­zio­ne. Poco o nul­la è rima­sto del­la sua lot­ta demo­cra­ti­ca con­tro le disuguaglianze.

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Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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