The Year of Cancer: un “amore eterno” per la prima volta in Italia

Gabriel­la La Marra

Foto di San­ne Peper

Arri­va per la pri­ma vol­ta in Ita­lia The Year of Can­cer di Luk Per­ce­val, adat­ta­men­to tea­tra­le dell’omonimo roman­zo di Hugo Claus (1972). Lo spet­ta­co­lo, in sce­na al Pic­co­lo Tea­tro Stre­hler dal 5 all’8 apri­le (in lin­gua olan­de­se con sovra­ti­to­li), por­ta sul pal­co­sce­ni­co la sto­ria di un amo­re tra­va­glia­to. Come affer­ma il regi­sta in rife­ri­men­to al roman­zo: «È un rac­con­to spie­ta­to. Spie­ta­to per­ché mostra l’amore nel­la sua prov­vi­so­rie­tà. La vicen­da mostra come, dopo le pri­me gio­ie, l’amore muta in fret­ta in fal­se aspet­ta­ti­ve e disil­lu­sio­ni insopportabili.»

I due pro­ta­go­ni­sti, inter­pre­ta­ti da Maria Kraak­man e Gijs Schol­ten van Aschat, ven­go­no inve­sti­ti da una pas­sio­ne tra­vol­gen­te, che li con­su­ma fino a quan­do non è la pas­sio­ne stes­sa ad esau­rir­si, anche se mai del tut­to. Pri­ma come aman­ti e poi come cop­pia, i due spe­ri­men­ta­no l’iniziale incan­to dell’innamoramento e in segui­to la logo­ran­te bat­ta­glia dopo la rot­tu­ra. Lui, uomo di mez­za età, esal­ta­to (sep­pur qua­si incre­du­lo) per aver final­men­te tro­va­to “l’anima gemel­la”. Lei, don­na già spo­sa­ta e con una figlia, non rie­sce a lasciar­si anda­re com­ple­ta­men­te per­ché con­sa­pe­vo­le del dete­rio­ra­men­to dei rap­por­ti; come se non voles­se arren­der­si all’amore, cer­ca in tut­ti i modi di negar­lo: «L’infatuazione mi dura sem­pre due set­ti­ma­ne, pas­se­rà a bre­ve.» Le due set­ti­ma­ne pas­sa­no, ma l’attrazione no. Così la loro sto­ria va avan­ti per un anno: lei lascia il mari­to per sta­re con lui, ponen­do fine a quel matri­mo­nio ormai ter­mi­na­to da tem­po; nel cor­so del­la vicen­da i due si lascia­no e si ripren­do­no più vol­te, fre­quen­ta­no altre per­so­ne, ma sen­za che nes­su­no dei due sia dispo­sto a met­te­re la paro­la fine. 

La loro diventa la storia tra due persone che non possono vivere né insieme né separate. 

Com­po­nen­te fon­da­men­ta­le del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne è la fisi­ci­tà – in pri­mis inte­sa come attra­zio­ne ses­sua­le tra i due pro­ta­go­ni­sti, che con­ti­nua­no a cer­car­si fino alla fine nono­stan­te il loro rap­por­to si sia ormai inde­bo­li­to – che acqui­si­sce un valo­re sce­ni­co mol­to più d’impatto rispet­to all’espressione ver­ba­le, fin dal­la pri­ma sce­na. Sul pal­co gli atto­ri sal­ta­no, bal­la­no, si scon­tra­no e si ama­no, spes­so sen­za pro­fe­ri­re paro­la. La gestua­li­tà e l’espressività sono par­ti­co­lar­men­te mes­se in risal­to dal­le musi­che che accom­pa­gna­no la rap­pre­sen­ta­zio­ne, ese­gui­te “live” dal mae­stro Jeroen van Veen che, con il suo pia­no­for­te, sem­bra diven­ta­re par­te inte­gran­te del­la sce­no­gra­fia. Una sce­no­gra­fia di per sé vuo­ta – se non fos­se per le sex dolls appe­se al sof­fit­to, sim­bo­lo del­la nevro­si che accom­pa­gna gli aman­ti per tut­ta la vicen­da – che rap­pre­sen­ta il vuo­to inte­rio­re dei due pro­ta­go­ni­sti, inca­stra­ti in una rela­zio­ne pri­va di sen­so che solo la vita (o la mor­te) sarà in gra­do di spezzare.

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