Loro 2: il ritorno del personaggio Berlusconi

Fede­ri­co Riccardo

Sil­vio Ber­lu­sco­ni aka Toni Ser­vil­lo, per tor­na­re a con­vin­ce­re gli ita­lia­ni, si fin­ge napo­le­ta­no e chia­ma una casa­lin­ga a caso, il cui nume­ro vie­ne rin­trac­cia­to dal­le Pagi­ne Bian­che. La stor­di­sce di infor­ma­zio­ni, fin­ché la casa­lin­ga cede e si fida del ven­di­to­re ano­ni­mo. Non è tan­to il para­dos­so dell’elettore medio ita­lia­no, ma c’è dell’altro: Ser­vil­lo che inter­pre­ta il mila­ne­se Ber­lu­sco­ni, il qua­le deve fin­ge­re di usa­re l’accento napo­le­ta­no. Anche que­sto è Sor­ren­ti­no. Loro 2, in usci­ta nel­le sale ita­lia­ne dal 10 mag­gio, è il segui­to giu­sto, il segui­to che dà giu­sti­zia al “ciar­pa­me sen­za pudo­re”, come direb­be Vero­ni­ca Lario, nar­ra­to nel pri­mo capi­to­lo. Loro 2 è un vero film nar­ra­to nel­lo sti­le Sor­ren­ti­no. Dimen­ti­ca­te il rit­mo alla Wolf of Wall Street fat­to di festi­ni e cocai­na e tor­na­te al Divo Andreot­ti: lo sti­le velo­ce e spie­ta­to degli assas­si­nii e degli atten­ta­ti diven­ta quel­lo anco­ra più velo­ce del­le rac­co­man­da­zio­ni e del­le marchette.

Loro 2 par­la final­men­te di Ber­lu­sco­ni e non più del taran­ti­no Ser­gio Mor­ra (Ric­car­do Sca­mar­cio). Que­sto pun­to di for­za inne­sca però una rifles­sio­ne: dove va a fini­re real­men­te Mor­ra? Lo vedia­mo mar­gi­nal­men­te, arri­va a cono­sce­re Ber­lu­sco­ni, gli por­ta le ragaz­ze per una festa e subi­to dopo è tri­ste su un caval­lo del­la immen­sa gio­stra pri­va­ta del Pre­si­den­te. Quel­lo che può appa­ren­te­men­te sem­bra­re come un pas­sag­gio di con­se­gne – il pro­ta­go­ni­sta che da Sca­mar­cio diven­ta Ser­vil­lo, il mat­ta­to­re che da Mor­ra diven­ta Ber­lu­sco­ni – rischia di crea­re non pro­prio uno stor­di­men­to, ma un pic­co­lo fasti­dio. Per for­tu­na, Sor­ren­ti­no è bra­vo nell’inscenare la vera ragio­ne di que­sto film: la rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la soli­tu­di­ne di Ber­lu­sco­ni, che si addor­men­ta alle feste, che divor­zia con Vero­ni­ca Lario dopo una lite in pre­sen­za del­la ser­vi­tù di casa, e che vie­ne rifiu­ta­to da una ven­ten­ne per­ché lo repu­ta “un uomo dall’alito di un vecchio”. 

È la solitudine tipica dei protagonisti dei film di Sorrentino: il vuoto, la decadenza, la consapevolezza di “non potere perdere tempo a fare cose che non mi va di fare” di gambardelliana memoria. 

Il tut­to sfo­cia poi nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la tra­ge­dia dell’Aquila del 2009, par­ten­do dal­la pan­to­mi­ma insce­na­ta da Ber­lu­sco­ni nei con­fron­ti degli sfol­la­ti, ad  una serie di imma­gi­ni mol­to toc­can­ti nar­ra­te in chia­ve qua­si neo­rea­li­sti­ca, car­rel­la­te di vol­ti di vigi­li del fuo­co e reper­ti archeo­lo­gi­ci mes­si in sal­vo dal­le gru. Qua­si a voler crea­re un paral­le­li­smo con La gran­de bel­lez­za e in par­ti­co­la­re con lo squal­lo­re che entra nell’umiltà: la san­ta invi­ta­ta alla cena radi­cal chic, per intenderci.

Que­sto secon­do capi­to­lo non era tan­to da rite­ner­si neces­sa­rio in quan­to pro­se­gui­men­to del pri­mo – non ci sono cose che non si com­pren­do­no se non si è visto il pri­mo film – quan­to per riba­di­re la volon­tà anti­nar­ra­ti­va di Pao­lo Sor­ren­ti­no, che si tra­sfor­ma nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne del per­so­nag­gio, del­le sue for­ze e del­le sue debo­lez­ze, le stes­se di milio­ni di ita­lia­ni influen­za­ti da un’aurea poten­te e qua­si incon­tra­sta­ta. Poco impor­ta che sia “tut­to docu­men­ta­to, tut­to arbi­tra­rio” o real­men­te esistito. 

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione