Aggretsuko — il lavoro può fare schifo

“Ehi capo, sei uno stron­zo!” Se ci fos­se un manua­le del­le cose che non si pos­so­no dire, que­sta sareb­be tra le pri­me cin­que. Soprat­tut­to dopo trop­pe bir­re, soprat­tut­to dopo un brut­to anno.
Pic­co­la pre­mes­sa. Come mol­ti uni­ver­si­ta­ri e gio­va­ni adul­ti san­no, esse­re un mil­len­nial signi­fi­ca dover pre­ga­re tut­ti i gior­ni il dio del­le mul­ti­na­zio­na­li di con­ce­de­re uno strac­cio di sta­ge sot­to­pa­ga­to con straor­di­na­ri non retri­bui­ti, pena l’essere chooo­sy. Ci si abi­tua, di con­se­guen­za, non solo a non dare il lavo­ro per scon­ta­to – con incre­du­li­tà di alcu­ni baby boo­mers – ma più gra­ve­men­te con­si­de­ra­re un impie­go buo­no solo per il fat­to che esiste.
Ma cosa suc­ce­de quan­do il lavo­ro fa schi­fo? Net­flix ha da poco rila­scia­to una serie di pro­du­zio­ne del­la nip­po­ni­cis­si­ma San­rio – casa madre di Hel­lo Kit­ty – che si pone que­sta esat­ta doman­da, ambien­tan­do­la nel pae­se che più di tut­ti inse­gna ai cit­ta­di­ni a com­pie­re il pro­prio dove­re sem­pre e comun­que: il Giap­po­ne. Il nuo­vo ani­me Aggre­tsu­ko – cra­si tra le paro­le Aggres­si­ve e Retsu­ko, nome del­la pro­ta­go­ni­sta – vede una tene­ris­si­ma pan­da ros­sa tro­va­re impie­go come con­ta­bi­le in una gran­de azien­da subi­to dopo il diplo­ma. Con sua gran­de sod­di­sfa­zio­ne può final­men­te dire di esse­re par­te atti­va del­la socie­tà, pagan­do tas­se e affit­to come un’adulta. Un ini­zio idil­lia­co, infran­to però subi­to da cat­ti­vi pre­sa­gi. Il pilot slit­ta in avan­ti di cin­que anni per mostrar­ci la vita di Retsu­ko una vol­ta inte­gra­ta. O meglio, disintegrata.

La protagonista si ritrova incastrata in un lavoro frustrante, alle dipendenze di un capo sessista e fannullone, calata in un ambiente lavorativo tossico, con uno stipendio che le permette appena di pagare le bollette e il costante timore di perdere il posto. Scenario familiare?

Retsu­ko, gen­ti­le e ubbi­dien­te ai limi­ti del­la ser­vi­tù, è sfrut­ta­ta al pun­to da non sape­re come alzar­si dal let­to la mat­ti­na. Qui entra in gio­co la sua anco­ra di sal­vez­za: usci­ta dall’ufficio, inve­ce di tor­na­re nel suo laco­ni­co mono­lo­ca­le vira ver­so il karao­ke. Pre­no­ta una stan­za chiu­sa e oscu­ra­ta, met­te la sua trac­cia e si lascia anda­re. La musi­ca assor­dan­te e i lam­pi di luce ros­sa para­liz­za­no lo spet­ta­to­re: Retsu­ko gri­da la sua vita in hea­vy metal. Con abi­le gro­w­ling – tec­ni­ca che pre­ve­de l’esecuzione cano­ra in una rochez­za ani­ma­le sen­za subi­re dan­ni alle cor­de voca­li – la gio­va­ne pan­da si pren­de una rivin­ci­ta dal­la pres­sa mec­ca­ni­ca che è diven­ta­ta la sua esi­sten­za. Nomi, cose, situa­zio­ni: tut­to è trat­to dal­la sua gior­na­ta, catar­ti­ca­men­te smem­bra­ta dagli insulti.
Retsu­ko, crea­ta dal cha­rac­ter desi­gner Yeti per una pri­ma serie ani­me del 2016, non è un per­so­nag­gio per bam­bi­ni: mal­gra­do l’apparenza kawaii – tene­ra – che con­di­vi­de con tut­ti i per­so­nag­gi del­la serie, la pan­da ros­sa ha uno spi­ri­to pro­fon­da­men­te adul­to, con tut­te le fru­stra­zio­ni, le inge­nui­tà, le ripic­che del mon­do lavo­ra­ti­vo, e per­ché no gli appun­ta­men­ti al buio e le sbron­ze al bar. Per­fi­no quan­do que­sti ti por­ta­no a gri­da­re in fac­cia al tuo capo che è “uno stronzo!”.
Con­si­glia­tis­si­ma la visio­ne in lin­gua ori­gi­na­le sot­to­ti­to­la­ta, che con­fe­ri­sce un sapo­re anco­ra più zuc­che­ro­so ai per­so­nag­gi e un con­tra­sto anco­ra più stri­den­te con il loro comportamento.

Aggretsuko è un anime per chi cerca compassione. E un monito, che serpeggia lungo i dieci episodi dell’unica serie disponibile ad oggi: essere comunque sé stessi.

Non appe­na Retsu­ko ten­ta infat­ti di sof­fo­ca­re l’ultimo bar­lu­me del­la pro­pria per­so­na­li­tà – il dis­sen­so – pre­ci­pi­ta in una fin­zio­ne che le alie­na i pochi ami­ci e col­le­ghi che le sono rima­sti vicini.
Il fina­le – sen­za spoi­ler – è vaga­men­te aper­to, e cau­ta­men­te otti­mi­sta. Che il mon­do post-cri­si intra­ve­da la luce in fon­do al tunnel?

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Giulia Giaume
Inna­mo­ra­ta del­la cul­tu­ra in ogni sua for­ma, lascia­te­mi in ludo­te­ca con un barat­to­lo di Nutel­la e sono a posto.