Bestie di scena, un elogio all’umano

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Nes­sun testo reci­ta­to, nes­sun costu­me e sce­no­gra­fia pra­ti­ca­men­te ine­si­sten­te: solo quat­tor­di­ci atto­ri ano­ni­mi, nudi, indi­fe­si e com­ple­ta­men­te diso­rien­ta­ti su di un gran­de pal­co­sce­ni­co spoglio.
Que­sto deve aspet­tar­si lo spet­ta­to­re che si accin­ge alla visio­ne di Bestie di Sce­na, spet­ta­co­lo idea­to e diret­to da Emma Dan­te, che tor­na (dal 9 al 20 mag­gio 2018) al Pic­co­lo Tea­tro di Mila­no, per il secon­do anno di fila, dopo aver incas­sa­to più di 16mila spet­ta­to­ri nel­la scor­sa stagione.

Uno spet­ta­co­lo spo­glio e tut­ta­via ric­chis­si­mo. La sce­na, un non-luo­go sospe­so nel tem­po e nel­lo spa­zio, diven­ta covo di insi­die, pau­re ed insi­cu­rez­ze: tut­ti sono nudi, san­no di esser­lo e si affan­na­no per nasconderlo.

Un sorta di Eden post peccato in cui le tentazioni però continuano a non mancare.

Infat­ti, uni­ca inte­ra­zio­ne con e fra que­sti cor­pi sono alcu­ni ogget­ti, asso­lu­ta­men­te comu­ni, che tut­ta­via, come fos­se­ro remi­ni­scen­ze da un modo altro, sem­bra­no giun­ti sul pal­co per accen­de­re la mic­cia di impul­si, ten­sio­ni, affan­ni.
Pren­de così il via una car­rel­la­ta con­fu­sio­na­ria di pas­sio­ni uma­ne che ci tra­sci­na­no in un vor­ti­ce di empa­tia: quei quat­tor­di­ci indi­vi­dui, i qua­li — alme­no appa­ren­te­men­te — nul­la han­no in comu­ne fra di loro, si odia­no, si ama­no, si diver­to­no, si ver­go­gna­no e han­no paura.
Il lega­me che si crea con il pub­bli­co non potreb­be esse­re più diret­to: cadu­to ogni velo, ogni bar­rie­ra, ogni pati­na di ipo­cri­sia, ci tro­via­mo let­te­ral­men­te aggan­cia­ti da que­sti cor­pi che, nel­la loro sper­so­na­liz­za­zio­ne più tota­le, potreb­be­ro esse­re pro­prio i nostri.

Alla bestia­li­tà richia­ma­ta dal tito­lo fa allo­ra da con­trac­col­po un’estrema uma­ni­tà spri­gio­na­ta da crea­tu­re che, con slan­ci dispe­ra­ti, cer­ca­no di oppor­si e resi­ste­re a quel­le che sem­bra­no for­ze ine­lut­ta­bi­li con­tro cui l’uomo si tro­va — per l’appunto — nudo ed indifeso.

Le “bestie di scena” si aiutano a vicenda, formano catene umane, si soccorrono e, quando serve, sanno collaborare.

La regi­sta ha spie­ga­to che quel­lo che inten­de rac­con­ta­re è “un mec­ca­ni­smo segre­to che sve­la il pro­ces­so con cui nasce e si for­ma un indi­vi­duo”. Risul­ta­to che ha otte­nu­to solo dopo aver rinun­cia­to a quel­le che era­no le ini­zia­li pre­mes­se: «Vole­vo lavo­ra­re sull’attore secon­do l’offerta del tea­tro oggi, poi da que­sta inda­gi­ne mi sono allon­ta­na­ta, per con­cen­trar­mi sull’umano»; e anco­ra: «Mi sono ritro­va­ta di fron­te a una pic­co­la comu­ni­tà di esse­ri pri­mi­ti­vi, spae­sa­ti, fra­gi­li, un grup­po di imbe­cil­li che come gesto estre­mo con­se­gna­no agli spet­ta­to­ri i loro vesti­ti suda­ti, rinun­cian­do a tut­to. Da que­sta rinun­cia è comin­cia­to tut­to, si è crea­ta una stra­na atmo­sfe­ra che non ci ha più lascia­ti e lo spet­ta­co­lo si è gene­ra­to da solo.»

Allo stes­so tem­po quin­di, se lo spo­gliar­si davan­ti al pub­bli­co diven­ta una rinun­cia, si trat­ta di una scel­ta. Di un gesto deli­be­ra­to per aprir­si, ren­den­do­si più vul­ne­ra­bi­li sicu­ra­men­te, ma anche più uma­ni e, in qual­che modo, libe­ri. È solo dopo esser­si tol­ti gli abi­ti ed aver sacri­fi­ca­to il masche­ra­men­to del­le costri­zio­ni socia­li, infat­ti, che cia­scu­no di loro rie­sce a dare sfo­go alle pro­prie manie, istin­ti e pas­sio­ni più acce­se con spiaz­zan­te umanità.

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Gaia Lamperti
Stu­den­tes­sa di let­te­re moder­ne. Ho il vizio di com­pra­re voli low-cost quan­do mi anno­io. Sono per il buon rock, i loca­li chias­so­si, i pome­rig­gi al mare, le men­ti fre­sche e gli ani­mi caldi.